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Siamo alla fine della nostra Nazione

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– San Gavino Monreale: un’ingiunzione di sfratto esecutivo scaraventa per la strada un padre cardiopatico, una madre e una ragazzina disabile tetraplegica, ad opera di un commando di forze dell’ordine in assetto antisommossa. A dieci giorni dall’evento la ragazzina è stata ospitata da un sacerdote. I genitori dormono per la strada con 6° di temperatura notturna.

– Villanova Forru: decine di neri africani sfaccendati (non si tratta di profughi di guerra) vagano per le strade e le campagne del paesetto senza lavorare, ospitati in B&B a spese del denaro pubblico. Le loro comode notti al coperto e le loro colazioni le paghiamo noi con le nostre tasse.

A proposito di quanto sta avvenendo, riportiamo le parole che il nostro grande Pio Filippani Ronconi, ancora nel secolo scorso, mise quale incipit all’articolo “L’aspro sapore della giovinezza.

Un popolo che perde la propria memoria storica è un popolo destinato alla servitù fisica e morale, prima, alla perdita della sua identità nazionale, poi, e, infine, alla sparizione. A poco potranno giovargli – come all’Italiano – l’essere stato l’autore di ben tre civiltà, il fatto di possedere il 90% dei monumenti d’arte di tutta l’Europa, il favellare nella lingua più armoniosa e bella del mondo, l’avere le donne più belle e gentili del globo terraqueo, e l’aver avuto gli uomini più intelligenti e valorosi del genere umano. Nulla da fare, un siffatto popolo, che dimentichi chi è e che cosa ha fatto, è destinato a sparire.

Come da noi sono spariti i Romani quando non solo il retaggio del sangue ma anche quello della cultura venne a mancare, quando si chiusero i templi, ma anche le biblioteche, quando, di fronte all’imminente pericolo longobardo, c’era un Papa Gregorio che s’infuriava con i giovani che di notte avevano cercato di riaprire il tempio di Giano per tener lontano il nemico e ingiungeva loro di smetterla di ispirarsi alle storie di Tito Livio – che poi dannò al fuoco – ma legger piuttosto i Salmi penitenziali e piangere sui propri peccati. Allora Roma morì, perché vennero spente le idee ed i ricordi, sui quali si sarebbe potuto ricostituire un consenso popolare e un’aristocrazia senatoria, al posto di quella estinta dalla spada barbarica in quel sesto secolo terribile.

Ora, noi Italiani in questo ultimo mezzo secolo ci troviamo ad affrontare un simile pericolo, trovandoci di fronte all’incessante e forsennata campagna, condotta però con astuzia sopraffina, intesa a farci dimenticare chi siamo e come siamo divenuti quello che siamo, non solo, ma come dobbiamo ri-essere, per recuperare il posto che ci compete nel concerto delle Nazioni. La massima offesa è quella che viene arrecata alle nostre tradizioni militari, nelle quali cioè si incarna la virilità del nostro popolo e del suo destino. 

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