mercoledì 18 Febbraio 2026

S’illude chi non ha fede

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Come si può avere ragione della Medusa senza bisogno di raccontarsi storie

I recenti exploit nazionalpopulisti in giro per l’Europa, sommatisi all’imposizione di uno sceriffato repressivo in Italia, hanno indotto molti a cullare illusioni.

Chi è in crisi
L’errore grossolano che questi commettono, a mio modo di vedere, è d’interpretare la crisi sociale, economica e finanziaria come di sistema e non societaria.
Parimenti il cambio di equilibri internazionali, che parte dal presupposto di un declino americano, oggettivo ma ancor lungi dall’essere consumato, ce lo si rappresenta come un fattore di disgregazione laddove è invece un momento di passaggio che può benissimo comportare la nostra retrocessione nel Terzo Mondo a vantaggio di altre economie e culture emergenti che ci possono sostituire nel consumo.
S’ignora, volutamente per “darsi una calla” come si dice a Roma, la realtà oggettiva con il suo sofisticatissimo controllo, evoluto grazie alla tecnica ed alla comunicazione accentrate nelle oligarchie sovrannazionali che, lungi dal subire la crisi, ne stanno approfittando ampiamente.
Eppure basterebbe dare un’occhiata in giro alle telecamere interne ed esterne, fissarsi sui micro-chip che abbiamo praticamente addosso, informarsi su come l’NSA oramai filmi tutta la vita domestica degli americani grazie a micro-chip negli elettrodomestici, lavatrice compresa, cosa che in parte già accade anche a noi.
E sì che basterebbe osservare cosa avviene quando ci si sfoga in un’orgia di onanismi nel gingillo facebook non appena si citi sulla propria bacheca un qualsiasi argomento. Sulla colonna di destra in tempo reale appaiono pubblicità collegate all’argomento in questione.
Siamo moscerini in presenza del ragno.
E per giunta siamo moscerini con un gendarme interiore che c’induce a frenare ogni impulso vitale, a vergognarcene in ogni espressione fisica, emotiva e perfino erotica, e a comportarci ed esprimerci in modo standardizzato, terrorizzati dall’idea d’incorrere nella disapprovazione altrui, tant’è  che se, gettati sul lastrico, ci uccidiamo, ce ne vergogniamo pure.
Questi residui di uomini con la spina dorsale oramai frantumata da un prolungato e quotidiano pestaggio sono quelli dovrebbero rovesciare un potere così formidabile?

I simulacri dell’alternativa
Sono stato tra i primi, in tempi non sospetti, a denunciare visioni eccessivamente statiche  del potere perché inducono inevitabilmente alla resa.
Sono anche stato, e lo permango, fautore dell’introduzione di una lettura dinamica, senza la quale non ci resterebbe che lo sconforto.
Ma non arrendersi significa sforzarsi di conoscere le dinamiche e i meccanismi per confrontarvisi con lucidità, e agire con metodo in  rapporto al sistema nervoso anziché fare gli esibizionisti epidermici nella fiction della politica. Per farlo bisogna avere la forza di fissare la medusa con freddezza e senza paura di venirne pietrificati.
Offrirsi invece uno spaccato illusorio fatto di crisi mortali del sistema e di bruschi risvegli dei popoli va bene se si vuol lenire il proprio disorientamento e dormire in pace, ma va malissimo se al contrario s’intende operare per modificare la realtà.
Attendere la manna, cioè che gli errori degli oligarchi facciano crollare la loro Torre di Babele, è privo di qualsiasi conforto oggettivo.
Ammesso, e non concesso affatto, che il sistema entrasse in crisi ne uscirebbe (o ne morrebbe) con una guerra mondiale e non con  il plebiscito populista il quale peraltro, quando c’è, viene sempre neutralizzato.
Infatti se si piega ad esperienze governative, per quanto abbia una base a cui rispondere, s’impantana e si sminuzza (vedasi Lega).
Quando invece non vi si pieghi, magari fingendo che ciò avvenga per scelta propria e non di chi si corteggia invano (vedasi Marine in Francia), batte il passo nell’attesa di essere richiamato.
Ed il disorientamento mal celato dietro la sicumera è tale che, gratta gratta si scopre che ognuno di questi nazionalpopulismi rappresenta lo specchio delle società in cui si sviluppa. Sicché è sano ed ingenuo ad est, ma è malato e autoingannevole ad ovest dove non a caso in ogni Paese se ne mitizza un altro (gli italiani mettono sul piedistallo i nazionalisti francesi i quali guardano invece speranzosi alle destre popolari italiane).

L’arte di condurre gli eserciti
Non bisogna dunque esaltarsi per le reazioni popolari che si manifestano? E non bisogna in alcun modo sostenere, accompagnare o magari impersonare rappresentazioni elettorali delle medesime?
Non ho detto questo, non necessariamente. Ma di sicuro non va fatto con la mentalità impregnata di euforia presenzialista e di ottimismo apocalittico che accompagna gli ultimi innamoramenti per l’antagonismo da voto.
Nell’Arte della guerra Sun Tzu elenca i tipi di agenti di cui dispone un potere. Ci sono le spie vere e proprie, le spie nemiche riconvertite, gli ufficiali avversari doppiogiochisti e i propri controinformatori. Ma ci sono anche coloro che deformano le situazioni diffondendo panico dove c’è calma e ottimismo laddove la situazione è nera.
A quest’ultima categoria, senza volerlo, appartengono, con tutte le dovute attenuanti psicologiche o d’ingenuità (ovvero dovute a buona genia), coloro i quali alimentano aspettative apocalittiche  di rivoluzioni imminenti. Tutti coloro che confondono la crisi di noi popoli con quella del sistema. Tutti quelli che interpretano l’assalto dall’alto allo stato sociale non come un’azione di guerra ideologica e culturale ma come il fallimento del Moloch. Tutti quelli che confondono l’attacco all’Europa del Sud (e a Roma e alla Grecia) con una rissa di condominio. Tutti quelli che pensano che con una scelta precisa (magari uscire dall’Euro) si esce dall’incubo.
Essi per illudersi fuorviano e fuorviare è criminale se si ha intenzione di battersi, dunque di essere strategici (l’arte di condurre gli eserciti).

Dimensioni e virtù
Come essere strategici è una questione annosa alla quale ho dato un ampio contributo che non può considerarsi esaurito.
Per grandi linee, qualunque sia il piano in cui si agisca e il tipo d’organizzazione che si prescelga, ritengo che oggi si debba operare con il necessario distacco pur nel coinvolgimento, sapendosi adattare a tre diverse dimensioni senza appiattirsi su nessuna di essa, senza esaurirsi in nessuna essa e senza travisarla una volta che vi si è coinvolti.
La prima dimensione è l’avventura.
Le reazioni popolari se si svilupperanno, se sarà loro lasciata briglia dalle oligarchie, se talvolta esploderanno rabbiose, sono destinate loro malgrado a moltiplicare il disastro sociale. Ma possono rivelarsi salutari, non nel loro esito politico bensì nel loro percorso esistenziale. C’è un humus di vitalità e di autenticità, un presupposto di tragedia che, anche per questioni di giustizia, non può essere ignorato né disertato.
Ma con queste insofferenze sacrosante non si centrerà alcun risultato concreto in positivo anche se nel breve si può esser tratti in inganno qualora non si abbia padronanza della sociologia delle folle. Tuttavia si potrà capitalizzare quella reazione sociale se durante la parabola avventuristica si procederà alla realizzazione delle autonomie. Di capisaldi organizzati (economicamente, socialmente, culturalmente e a lobby) che potranno superare indenni l’esito catastrofico di reazioni impossibilitate a trasformarsi in alternative durevoli e, soprattutto, che potranno essere ancora vive  nel grigio del dopo. E si potrà capitalizzare, quella sconfitta, grazie all’esempio che si sarà dato nella catastrofe: non tanto l’esempio, in fondo facile, del beau jeste quanto quello più difficile e tramandabile del metodo.
Infine, in una prospettiva pluriennale ma certamente costruttiva, è necessario esprimere una soluzione concreta e praticabile per i popoli e per l’Europa.
Una soluzione condivisibile e comune e non frazionistica, atomistica, di chiusura provincialistica, come si ha spesso la tendenza a fare nei concentrati ideologici estremodestri e in buona parte in quelli estremosinistri dell’ultimo ventennio.
Serve insomma una visione ad ampio raggio che non si limiti alla scorciatoia sediziosa (ribelle non significa rivoluzionario e viceversa) ma che permetta all’esperienza, capitalizzata in autonomie organizzative, d’incidere anche in futuro su altri piani, dopo il tramonto delle illusioni di oggi.
Insomma si dia battaglia, ma sul terreno e non con le autocelebrazioni su internet.
Si dia battaglia costruendo al tempo stesso, come facevano i legionari romani. Si dia battaglia senza perdersi nell’ottica immediata ma ancorandosi ad un compito millennario. Si dia battaglia senza prendere lucciole per lanterne e senza nutrirsi di illusioni infondate e destinate a disilludere violentemente chi non abbia previsto la crudezza dei risultati e non  si sia attrezzato per ottenere vittorie durevoli maturate nella gestione delle sicure disfatte.
Non bisogna nutrire speranza ma fede. E munirla di lucidità.

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