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Su Tolkien

Se una lettura banale asservisce a Sauron chi crede di opporvisi, una corretta fa esattamente il contrario

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Cari, cari polli di allevamento, che odiate ormai per frustrazione e non per scelta”.
Giorgio Gaber, 1978

Nel mio ultimo articolo sostenevo che certe prese di posizione, che sono solito definire terminali, sembrano nate da un’assimilazione distorta dell’opera tolkeniana.
Questa non è una critica all’Autore, ma a certe letture fallimentari che mi ricordano quelle che nel 1974 diedero diversi “evoliani” scoprendo improvvisamente il Kali Yuga che diventava l’alibi della loro impotenza e la scusa per la loro diserzione. Ciò che Evola non concepì mai. Peraltro parlava di Kali Yuga precisamente da quarant’anni prima, il che non fu mai ostacolo al suo impegno radicale costante anche se ce ne sarebbe stato ben donde.

Le chiavi di lettura del Signore degli anelli

sono molteplici e notevoli e vanno ben al di là della semplice trama. Tuttavia se si resta ancorati alla superficie, mi pare evidente che non si sia riflettuto neppure su quella. Il sistema mondiale, per un chiaro errore d’interpretazione, è infatti visto come l’espressione di un’Ombra che dilaga, tutto inghiotte e maciulla chiunque vi si oppone.

Peccato che quest’ombra sia Sauron che è un grande occhio, un Non-essere, né vivo, né morto, e senza corpo, che brama per tutto possedere, ma non lo potrà mai fare davvero perché è impossibile. Una perfetta immagine della Sovversione.


Non si devono confondere, come invece si fa, Sauron e Saruman.
Sauron è l’Anti-Essere, se vogliamo è anche il rovesciamento della conoscenza indoeuropea. Saruman è la potenza che si mette al servizio di Sauron perché gli è più facile così possedere.

Quelli che identificano in qualcuno il Male Assoluto

commettono enormi errori di concezione spirituale, filosofica e perfino razionale.

Il Male non può essere Assoluto, almeno non per la nostra genia. Non solo: opporsi al Male per affermare così, disordinatamente, il Bene non ha il minimo senso. Il Male di per sé non ha essenza, esiste, è – secondo i nostri antenati – assenza di Bene, ovvero dis-ordine gerarchico che comporta infelicità, induce al degrado e alimenta ogni perversione.
Proprio Saruman e Gandalf dimostrano come sia la scelta esistenziale operata a trasformare il primo in prigioniero del Male e il secondo, tramite un passaggio alchemico, in colui che rifiuta l’ipnosi e offre lo sguardo lucido a chi non è ancora ipnotizzato e può quindi marciare senza essere risucchiato nell’ombra.

Quando sento dire che un Male Assoluto è causa di ogni problema, non so se ridere o insultare.
Forse, e dico forse, così può suggerire la visione del Deserto. E mi viene da ribattere, citando Nietzsche: “il deserto cresce, guai a chi in sé cela deserti!”

È la propria debolezza intrinseca, l’assenza di centro, che produce il Male, non il contrario.

Se possiamo concordare (ma concordiamo o invece qualcuno fa delle eccezioni, tipo dare poca importanza ai russi?) sul fatto che dal 1945 la giunzione tra capitalismo, comunismo, imperialismo, messianismo materialista e cultura veterotestamentaria abbia uniformato in qualche modo il sistema mondiale e che, in una gradazione di poteri, quello americano sia centrale, identificare ciò con Sauron è sbagliatissimo, corrisponde semmai a Saruman che non è colui da cui proviene questo potere sovvertitore e uniformante che gli preesiste e che potrà esistere ancora dopo la sua eventuale sparizione.

Ragion per cui pretendere che tutto si libererebbe con la sua caduta è risibile. Come è risibile prendere per principio posizione a favore di qualsiasi altro soggetto che, comunque immancabilmente anch’esso sauroniano, entri in lite con Saruman. Come mettersi a tifare tra orchi ed orchetti.

Ovvio che Saruman è un potente nemico, al servizio di Sauron e che lo avremo sempre contro, se non lo serviamo credendo di combatterlo, che è cosa molto più frequente di quanto s’immagini.

Magari, se non è troppo pretendere, sarebbe bene che si assumesse una visione meno astratta su di lui, perché quelle banali e qualunquiste che vanno di moda, non solo non gli tangono ma, per quanto si pretendano “antagoniste” lo rendono più forte in quanto consolidano la tenuta della trappola duale che è senza uscita.

Invece è molto chiaro il messaggio di Tolkien

non si tratta di attaccare Saruman ma di giungere a Sauron e di distruggerne il potere degli anelli.

Questo è fattibile solo con un serio processo su di sé. Gandalf deve affrontare se stesso in un luogo oscuro, in una dimensione per noi impalpabile. Aragorn, prima di diventare re, è Grampasso, ovvero il viandante, in un cammino erratico. Frodo deve vincere più volte se stesso, essere salvato dalla morte dal suo fedele amico Sam e infine vincere Sauron con l’ultimo sacrificio che comporta anche una mutilazione.

Perché tutto questo si realizzi si devono risollevare – nella concordia – tutte le identità (uomini, nani, elfi, hobbit).

Insomma auto-centratura, sinergia, azione su di sé e obiettivo concentrato esclusivamente allo scontro spirituale ed esistenziale, non una perdita di tempo a odiare le espressioni del potere che – in un’epoca di possesso psichico e di coniugazione al passivo – non ha soggetti autonomi e sufficienti, dunque odiarle è vano.

Ecco perché

non ha il minimo senso schierarsi – peraltro come tifosi da tastiera – con questo o quell’orco od orchetto sognando che costui possa abbattere Saruman. Semmai dovesse accadere non farebbe che sostituirlo e, visto che l’evoluzione in tali contesti è sempre verso il basso, probabilmente in peggio.

Ha invece senso, eccome, centrare tutto sulla riconquista esistenziale di se stessi e della propria gente, sul recupero delle tradizioni del proprio popolo e interpretare ogni conflitto o contenzioso esclusivamente su queste basi.

Non è nelle eliminatorie in tornei tra soggetti diversamente sarumaniani che si può ottenere alcunché. Lo è solo dalla liberazione da ogni ipnosi, dalla sacralizzazione dei gesti e degli spazi, dalla realizzazione della auto-nomia di fronte a cui diventa impotente lo stesso Sauron.

Ciò – essendo autentico – porta felicità. Il resto invece incattivisce perché non può fare altrimenti.

E come aveva ben predetto il grande Giorgio Gaber

non solo è odio – che è sempre sbagliato – ma nemmeno lo è per scelta, visto che non corrisponde a una guerra in cui si è soggetti, bensì proviene dalla frustrazione.

Uscirne è possibile, ma se invece si persevera nell’ossessione incapacitante non si potrà che essere sottomessi, per ipnosi, a chiunque noi si pretenda essere l’incarnazione del Male Assoluto e che fisseremo negli occhi senza pausa diventandone, noi l’ombra. Tale “nemico”, in questo genere di rapporto, non può che succhiare l’anima di chi è entrato in ossessione e ridurlo a un disperato Gollum. Che odierà per frustrazione perché, odiando il “nemico” odia se stesso.

Anche il fantasy può insegnarci cosa fare e come farlo, ma solo se lo si guarda con gli occhi dell’uomo libero e padrone di sé. Se lo si assume come una gabbia frenetica, l’effetto è l’opposto.

Tutto dipende da noi. “Il primo nemico sei tu”. Sempre.

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