Con due forni in paese il pane è più buono. La massima che negli anni Ottanta spiegava l’anomalia tutta italiana di alleanze politiche diverse a livello nazionale e locale si attaglia bene alla battaglia in corso per salvare il motore General Electric/Rolls-Royce F136 per il Joint Strike Fighter dalla cancellazione decretata dal dipartimento della Difesa americano. Che, per usare un’altra metafora, di fronte alle difficoltà economiche ha mostrato di preferire l’uovo oggi alla gallina domani.
Nel breve termine il vantaggio della cancellazione del “secondo motore” è chiaro. Il fermo lavori imposto il 24 marzo e diventato legge il 15 aprile porta subito risparmi quantificati in un milione di dollari al giorno o circa 400 l’anno, contribuendo a ridurre lo sfondamento dei costi tipico di ogni grande programma militare. Il braccio di ferro era in corso da anni, con un gioco delle parti in cui il segretario Robert Gates tagliava i fondi e il Congresso li ripristinava. Quest’anno il braccio di ferro sul bilancio USA ha prevalso ed il programma è stato cancellato. In realtà la battaglia sembra tutt’altro che finita, perché la commissione forze armate della Camera dei Rappresentanti ha già approvato una delibera il cui testo permetterebbe di resuscitare l’F136. In attesa che ciò avvenga, si può tentare di analizzare possibili vincitori e vinti.
A perdere è innanzi tutto la collaborazione transatlantica, o almeno quanti la preferiscono alla prospettiva europea. L’F136 costituiva, insieme all’F-35B ad atterraggio verticale, il principale ritorno per l’industria britannica in cambio della partecipazione Tier I del Regno Unito. Il fatto che neppure la “special relationship” angloamericana sia riuscita a salvare il motore porterà senz’altro acqua al mulino di chi, più o meno scopertamente, preferirebbe una linea tutto Eurofighter. Aggiungiamo pure che poche settimane prima era saltata la produzione del sistema di difesa missilistica MEADS, vitale soprattutto per Germania e Italia. Se dovesse saltare anche l’F-35B, con tutto ciò che ne conseguirebbe per esempio per la Marina Militare, proporre future collaborazioni con gli USA diventerebbe difficilissimo.
A perdere potrebbero essere gli utilizzatori, costretti per i propri JSF a comprare l’unico motore disponibile con il rischio che il monopolio faccia salire i costi di acquisto e manutenzione. Questo potrebbe essere limitato mettendo a gara, da un certo punto in avanti, i singoli lotti di produzione, ripristinando – se non due forni – almeno due fornai.
Più avanti, la decisione di andare avanti con il motore più vecchio (almeno in termini concettuali) potrebbe comunque ridurre i margini di crescita della spinta a fronte dell’inevitabile incremento di peso del caccia nell’arco della sua vita operativa. E più avanti ancora gli Stati Uniti potrebbero pagare cara la creazione di un monopolio nei motori militari di grande potenza, fino a dover auspicare l’arrivo di un concorrente europeo senza però volerlo far vincere davvero: uno scenario che nella sua versione meno trasparente ricorderebbe le gare Tanker o Marine One.
Non perde, per ora, l’industria italiana. Gli accordi industriali in essere sono tutti per Pratt & Whitney, collegata con Avio e Piaggio, ovvero entrambi i maggiori motoristi italiani. Ciò, oltre a rendere comunque improbabile una scelta F136 italiana, dovrebbe garantire maggiori contenuti rispetto alla pura compensazione industriale che andrebbe comunque garantita in qualche modo.
Se questo sembra essere in prima approssimazione il quadro di oggi, non si può però escludere che GE e Rolls-Royce decidano di proseguire lo sviluppo a spese proprie, magari a ritmo ridotto, in vista di un futuro requisito per un futuro bombardiere. Se questo giungesse presto, tutto andrebbe a posto. Diversamente, la dispersione di un gruppo tecnico iperspecializzato potrebbe diventare definitiva. Con tutto quello che ciò comporterebbe per il sapore del pane in paese.
Traduzione: gli americani sono costretti a tagliare le spese militari ed ecco un’altra ragione per la quale la propagandata “esecuzione di Bin Laden” cade a fagiolo in quanto permette di giustificare l’allentamento della presa e la riduzione della spesa. La relazione militare angloamericana poi rischia di perdere colpi, ed ecco perché – catturato e convertito Sarkozy – oggi puntano al consolidamento di partnership francobritannica.
In prospettiva tutto ciò potrebbe comunque offrire spazi di manovra per l’Europa.
Solo che un’Europa demograficamente in agonia, gestita da burocrati paleoprogressisti, senza sovranità finanziaria e priva di un’idea di sé, difficilmente giungerà viva al momento in cui potrebbe approfittare di certe crepe.
