Come ci si attendeva gli avvoltoi declassano per espropriare meglio
Moody’s, una delle più note agenzie di rating del mondo, che valuta l’affidabilità e la solvibilità delle più grandi aziende e addirittura degli stati, ha declassato Telecom Italia al livello degli junkbond, i cosiddetti titoli-spazzatura.
Questo dopo che Franco Bernabè si è dimesso, in un consiglio d’amministrazione in cui ha polemicamente accusato gli azionisti di non voler fare un aumento di capitale, per evitare di diluire la loro presenza e il loro controllo nell’azionariato, provocando quindi un giudizio negativo sul rating che impedirà a Telecom Italia di raccogliere capitali per sviluppare e innovare la banda larga in Italia.
Il problema è che non c’è una distinzione fra cattivi e buoni: “buono” è Bernabè che voleva l’aumento di capitale, e “cattivi” gli spagnoli e gli italiani (le banche) che non lo volevano?
Da quasi quattro anni esperti economici come Turati di Repubblica, Mucchetti del Corriere della Sera e molti altri sulla stampa internazionale invocavano una ricapitalizzazione di Telecom Italia, per evitare il declassamento.
Il declassamento prima o poi sarebbe arrivato, ma Bernabè e l’attuale amministratore delegato Marco Patuano negavano anche nelle assemblee degli azionisti l’urgenza e la gravità della necessità di ricapitalizzare Telecom Italia. Accorgersene troppo tardi e gettare l’allarme qualche mese fa è stato inutile: Bernabè ha cercato, semplicemente, di uscirne meglio che poteva.
Anche Alitalia iniziò la sua discesa verso il baratro così: declassamento, mancata ricapitalizzazione, difficoltà finanziarie sempre crescenti.
Il piano industriale che Patuano intende presentare in novembre (e che già ha allarmato i sindacati, che hanno proclamato lo stato di agitazione) è figlio dell’epoca Bernabè: non sarebbe il caso di chiuderlo definitivamente in archivio?
