La crisi moldava
Lungo la strada che dall’aeroporto di Chisinau conduce al centro della città è tutto un sorpassarsi di Porsche, Bmw e Range Rover. «Ho letto che quest’anno le vendite di automobili in Moldova si sono dimezzate, ma sono raddoppiate quelle delle auto di lusso – chiacchiera il tassista –. Sapete perché? Perché rubano, rubano tutti e in continuazione. Chi è che ruba? I politici, ovvio». Non c’era bisogno di andare nella capitale del Paese più povero d’Europa per ascoltare lamentele contro il governo ladro. Però se c’è un popolo che può lamentarsi a ragione della corruzione della sua classe dirigente quello è il popolo moldavo, travolto in questi mesi dagli effetti di un’incredibile rapina miliardaria.
Lo scorso novembre, mentre i moldavi seguivano le ultime battute della campagna elettorale per le elezioni politiche di fine mese, tre delle principali banche del paese – Banca de Economii, Banca Sociala e Unibank – mettevano in pratica un complicato piano di prestiti e finanziamenti con l’obiettivo di fare arrivare 18 miliardi di lei (quasi 1 miliardo di euro, ai cambi di allora) a una serie di società fiduciarie basate a Londra e Hong Kong. Il piano ha funzionato: le fiduciarie hanno preso i soldi e si sono volatilizzate. Le tre banche gestivano circa un terzo della ricchezza moldava, compresi i soldi per le pensioni, e questi finanziamenti a perdere le hanno portate sulla soglia della bancarotta. La Banca centrale, che si è accorta di tutto a cose fatte, non ha potuto fare altro che commisariarle e ricapitalizzarle per salvare pensionati e correntisti.
Ma se per i ricchi Paesi europei in questi anni è stato faticoso trovare oltre 200 miliardi per evitare il collasso del sistema del credito, per la Moldova – che con 3,5 milioni di abitanti ha un Pil di 8 miliardi, cioè poco più di quello del Molise – trovare 1 miliardo per ricapitalizzare le banche è stato impossibile. Infatti i soldi non c’erano e la Banca centrale ha dovuto stamparli. Non c’è bisogno di essere Mario Draghi per sapere quello che succede quando la base monetaria aumenta in maniera sproporzionata rispetto alle esigenze normali di un sistema economico: l’inflazione si impenna. Detto fatto: se a fine 2014 in Moldova i prezzi al consumo segnavano un aumento annuo del 4,7% sei mesi dopo il dato è quasi raddoppiato raggiungendo l’8,6% e, secondo le previsioni della stessa Banca centrale, l’inflazione l’anno prossimo salirà oltre l’11%. Nel frattempo la valuta moldova, il lei, si è svalutata di un quinto: se un anno fa servivano 18 lei per comprare un euro, oggi ne occorrono 22. Nel disperato tentativo di riprendere il controllo della situazione la Banca centrale moldova ha tentato una forsennata stretta monetaria: così negli anni in cui le grandi economie avanzate hanno azzerato il costo del denaro, in Moldova il tasso di riferimento è volato dal 3,5% di dicembre all’attuale 17,5%.
Per colpa di quella fuga di denaro illecita, un paese dove lo stipendio medio è sotto i 220 euro al mese si trova a dovere combattere contro un caro- vita incontrollato e un costo del denaro che scoraggerebbe anche il più determinato investitore internazionale. E purtroppo le disavventure economiche della Moldova non finiscono qui. La Russia, il suo principale partner commerciale, non ha perdonato a questa piccola repubblica ex sovietica – alla quale tra l’altro, da un quarto di secolo, Mosca ha sostanzialmente sottratto il territorio più produttivo, la Transnistria – il patto di associazione firmato l’anno scorso con l’Unione europea e quindi ha fatto scattare sanzioni su frutta e carne moldava e confermato il blocco delle importazioni di vino. Una mossa che ha fatto crollare le esportazioni moldave, spegnendo le poche speranze di crescita del Paese.
Il contesto è reso ancora più sconfortante dal fatto che, dopo lo scandalo del miliardo sparito, Banca mondiale, Fmi e Ue hanno sospeso i loro programmi di aiuto. «Sarebbe illogico e irresponsabile trasferire i soldi dei nostri azionisti nel budget moldavo dalla porta principale mentre c’è il rischio che u-na quantità di denaro anche maggiore venga portata via dalla porta sul retro a causa di frodi e corruzione » ha detto Alex Kremer, responsabile della Banca mondiale a Chisinau. Il messaggio è chiaro: se la Repubblica di Moldova non cambia, il mondo non proverà più ad aiutarla.
Il destinatario principale è Valeriu Strelet, il primo ministro ‘europeista’ che ha appena formato un nuovo governo. Il suo predecessore, Chiril Gaburici, è entrato in carica a febbraio e si è dimesso a giugno travolto dallo scandalo per un finto diploma di maturità. Strelet ha già promesso che entro ottobre le tre banche dello scandalo saranno liquidate e che le indagini della polizia saranno intensificate. Ha strappato un nuovo incontro con il Fmi per settembre, sperando di potere ottenere una riapertura dei programmi di aiuto. Intanto taglierà tutte le spese possibili, dopo che quest’anno gli investimenti pubblici sono stati già azzerati e i tagli non hannorisparmiato anche le voci di spesa socialmente più rilevanti come la sanità e la sicurezza.
Intanto di quel miliardo di euro non si vede nemmeno l’ombra. L’agenzia di investigazioni private americana Kroll, a cui il passato governo ha affidato le indagini, ha indicato come mente del piano Ilan Shor, magnate 28enne che ha ereditato una fortuna fatti di imprese e negozi dal padre Miron, emigrato da Israele in Moldova negli anni Ottanta. Shor era diventato presidente della più grande delle banche dello scandalo dopo un’operazione che gli aveva permesso di prenderne la guida al posto dello Stato. I soldi, secondo gli investigatori, sono stati mandati in Lettonia e poi, probabilmente, in Russia. Shor ha fatto un mese di arresti domiciliari e nelle ore di libertà ha fatto campagna elettorale per diventare sindaco della sua città natale, Orhei. Naturalmente ha vinto. La polizia ha poi arrestato altri otto stranieri sospettati di essere coinvolti nella grande rapina. La lista dei sospetti, però, è destinata ad allungarsi: i giornali parlano di potenziale coinvolgimento di un centinaio di persone tra parlamentari ed altri esponenti della classe dirigente. Nulla di molto sorprendente, in un Paese che è 103esimo al mondo nella classifica dei meno corrotti di Transparency Internation e in cui oligarchi che entrano ed escono di prigione continuano ad avere un forteascendente su chi governa.Nelle strade di Chisinau non si riesce a trovare qualcuno che dica di aspettarsi che il nuovo governo farà qualcosa di diverso da quelli che lo hanno preceduto. «Sono sempre gli stessi, pensano solo a rubare», ripetono mentre chiacchierano sulle panchine del parco Stefan Cel Mare o bevono una birra dopo l’altra nei pochi bar del centro. «A questo punto – ci dice Dumitru, ricercatore di economia all’Università di Chisinau – il meglio che ci aspettiamo è una specie di commissariamento dall’estero. Sperando che arrivi dall’Europa e non da Mosca…». Sì, perché nonostante solo un anno fa la Moldova abbia firmato l’accordo di ‘associazione’, primo passo per un ingresso in Europa, questa crisi improvvisa rischia di spingerla di nuovo verso la Russia. Gli ultimi sondaggi mostrano che la percentuale di cittadini favorevoli all’ingresso nell’Ue oggi è sotto il 40%. La nostalgia dei decenni sotto l’Urss è reale. «Ai tempi dell’Unione Sovietica si stava male. Ma almeno tutti potevano lavorare e tutti avevano qualcosa. Poco, ma qualcosa…» ci racconta Ivan, che ha quasi 60 anni e da 15 fa l’operaio in Italia. Qui ormai viene solo ogni tanto, a visitare i parenti che ancora non sono riusciti a fuggire da un Paese che affonda.
