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Un giorno di gloria

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Settant’anni fa il Duce veniva liberato sul Gran Sasso

Imprigionato dal re fellone e dal vigliacco cameriere Badoglio, Mussolini, quattro giorni dopo l’ignobile tradimento dell’8 settembre, attendeva di essere consegnato ai “liberatori” che avrebbero inaugurato con lui la serie dei processi spettacolari con capi d’accusa basati su leggi scritte dopo ma applicabili retroattivamente in dibattomenti con limiti estremi delle possibilità di difesa, ridotta oltre ogni limite logico ma mantenuta pro forma.
Norimberga, Tokyo, L’Aia…
Ma sia i due compari che gli istruttori dei processi agli eretici e alle streghe non avevano fatto i conti con molte cose.
Con la reazione degli italiani alla doppia onta del tradimento e della fuga conigliesca della banda Savoia; con l’amore italiano per Mussolini; con l’ammirazione sconfinata e con l’amicizia sincera che provava per lui il Cancelliere di Germania “Quest’uomo, l’ultimo dei Romani, è per me un vero amico” – avrebbe detto a Skorzeny nell’affidargli la missione di trovarlo e liberarlo.
Quel 12 settembre l’operazione messa a punto da Skorzeny e guidata dal Maggiore Mors e dal generale Student, fu effettuata da un battaglione di paracdutisti SS che a bordo di  10 alianti DFS 230 detti Cicogne liberarono il Duce con un colpo di mano che non necessitò neppure spargimento di sangue e lo restituirono alla testa del popolo italiano e dei suoi guerrieri.

Camerata Richard benvenuto!

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