martedì 17 Marzo 2026

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Politica economica fascista:
Il Fascismo sostiene di rappresentare una terza via al socialismo internazionale ed al capitalismo liberale, fornendo un’alternativa economica alle due ideologie precedentemente esistenti.[1]
I caratteri fondamentali delle dottrine economiche fasciste sono rappresentati da: corporativismo, socializzazione, dirigismo, autarchia, socialismo nazionale, sindacalismo nazionale. Queste caratteristiche possono essere ritrovate sia nelle politiche economiche dei fascismi di governo sia nei principi di tutti i movimenti fascisti senza incarichi dall’inizio del novecento ad ora, sebbene ognuno di essi abbia dato a queste caratteristiche un peso diverso, a seconda del luogo e del periodo storico.
Il corporativismo viene favorito in ottica di collaborazione di classe, in contrapposizione alla lotta di classe marxista ed all’individualismo capitalista, sostenendo che le differenze tra gli uomini sono feconde e positive (a differenza di quanto sostenevano i socialisti),[2] ma anche la necessità di convogliare la forza delle singole classi sociali nell’alveo dell’interesse nazionale, conferendo allo Stato un ruolo di intermediario nelle relazioni tra esse (a differenza dei liberalcapitalisti).[3] Si ritiene infatti che la prosperità derivi dal raggiungimento di una rinascita spirituale e culturale dello Stato stesso e da tale capacità di intermediario e risolutore di divergenze classiste.[4] I governi fascisti offrirono infatti benefici alle imprese, tentando di incoraggiare i profitti e la crescita di una grande industria pesante (ancora assente in Italia al tempo), facendo però in modo che tutte le attività economiche prestassero servizio per l’interesse nazionale.[5]
Il dirigismo economico[6] identifica invece un’economia in cui il governo esercita una forte influenza direttiva controllando produzione ed allocazione di risorse. In generale, eccetto la nazionalizzazione di alcune industrie, le economie fasciste inizialmente sono sempre state basate su proprietà ed iniziativa privata condizionate al servizio nei confronti dello Stato.[7] Successivamente, in alcuni casi (Repubblica Sociale Italiana e Argentina peronista ad esempio), si arrivò alla socializzazione della proprietà dei mezzi di produzione tra i lavoratori di ogni grado dell’impresa.
L’autarchia fu uno degli obiettivi principali dei governi e dei movimenti fascisti.[8] L’intenzione dei provvedimenti autarchici è quella di realizzare l’autosufficienza economica della nazione, eliminando il ricorso alle importazioni dall’estero e favorendo perciò lo sviluppo del lavoro e della produzione nazionale interna.
Altra base concettuale della dottrina fascista fu la visione delle relazioni umane influenzata dal darwinismo sociale di tipo nazionale, per il quale esiste nel susseguirsi della Storia una “lotta per la vita” tra le diverse comunità e stirpi, nella quale le nazioni decadenti soccombono di fronte a quelle più giovani e forti.[9] Secondo De Grand questo portò a promuovere gli interessi degli affaristi, distruggendo sindacati ed organizzazioni della classe lavoratrice.[10], in realtà furono le leggi fascistissime del 1926 a sciogliere le organizzazioni precedenti, riconoscendo giuridicamente il sindacato nazionale fascista, costituito poi nel 1934 in diversi sindacati all’interno delle varie corporazioni, in cui lavoratori e dirigenti erano inquadrati secondo le affinità professionali.
Tra il 1943 ed il 1945, nella Repubblica Sociale Italiana, si ebbero nuovi tentativi di rivoluzionare il sistema economico per il posizionamento della componente capitalista ed internazionalista con il governo alleato al sud. Il corporativismo venne inserito in un sistema economico aziendale socializzato, in cui lavoratori e dirigenti possiedono medesimi diritti e doveri. In questo caso il corporativismo funge da organo facente le funzioni del padrone, non più esistente questo come soggetto privato, sostituito adesso da un’assemblea di tutti i lavoratori che, al tempo stesso, possiedono e lavorano nell’azienda stessa.
Il 20 dicembre 1943 viene costituita la Confederazione Generale del Lavoro, della Tecnica e delle Arti (C.G.L.T.A.), come la base del sistema corporativo della RSI.[53] Suo scopo era di essere un contenitore organizzativo di tutte le singole corporazioni, rifondate sulla base delle nuove regole stabilite nel Congresso di Verona. Secondo queste regole le corporazioni avrebbero rappresentato ognuna un settore produttivo, secondo lo schema già esistente, e avrebbero rappresentato ogni ambito produttivo e, indirettamente, ogni lavoratore secondo una logica organicistica, in previsione della creazione della democrazia organica.
 

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