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Quando guardiamo il cielo notturno, i pianeti del Sistema solare ci appaiono come mondi stabili e ben definiti. Eppure, ciascuno di essi ha alle spalle una complessa storia di formazione iniziata miliardi di anni fa all’interno di una densa e caotica culla cosmica: il disco protoplanetario, una struttura quasi piatta di gas e polveri che circonda le stelle giovani. Negli ultimi anni, grazie alle immagini ad alta risoluzione catturate dall’Atacama Large Millimeter/submillimeter Array (Alma), in Cile, la nostra visione di questi ambienti è radicalmente cambiata. Laddove un tempo si ipotizzavano dischi lisci e omogenei, oggi osserviamo una straordinaria varietà di sottostrutture: solchi concentrici (noti come gap) e accumuli di materia sotto forma di anelli (ring). È certamente possibile che queste strutture si formino attraverso meccanismi che non richiedono un pianeta; tuttavia, la loro origine è, almeno in parte, dovuta all’interazione dinamica tra il disco e uno o più pianeti in via di formazione immersi al suo interno. Man mano che un protopianeta cresce e orbita attorno alla stella ospite, la sua gravità perturba il materiale circostante del disco protoplanetario, spazzando via il gas lungo la sua traiettoria e accumulando la polvere appena fuori dalla sua orbita.

Determinare la massa di questi “neonati planetari”, tuttavia, rappresenta uno dei rompicapi più complessi dell’astrofisica moderna. I pianeti in formazione sono completamente sepolti sotto coltri di gas e polvere, il che rende la loro osservazione diretta un’impresa quasi impossibile, ad eccezione di casi rarissimi come il sistema Pds 70. Per decenni, gli astronomi hanno cercato di aggirare l’ostacolo stimando la massa planetaria a partire dalle proprietà fisiche dei gap presenti nel disco di gas. Questo approccio presenta però forti limitazioni: misurare i profili del gas richiede l’osservazione di traccianti molecolari (come il monossido di carbonio) che emettono segnali deboli, richiedono tempi di osservazione lunghi e soffrono di una bassa risoluzione spaziale rispetto alle polveri.

Un team di ricercatori composto da Amena Faruqi e colleghi (Università di Warwick, Coventry, UK) ha recentemente proposto un radicale cambio di prospettiva. Invece di concentrare gli sforzi su ciò che manca, ossia il gap, perché non studiare in dettaglio le proprietà geometriche e fisiche di ciò che si accumula, ossia l’anello di polvere? La fisica alla base della formazione di questi anelli si basa sul concetto di “trappola di polvere”. Quando un protopianeta cresce all’interno del disco, la sua forza gravitazionale perturba la distribuzione del gas circostante, riducendone la densità lungo l’orbita e generando un gap parziale. Poiché la pressione del gas è strettamente legata alla sua densità, questa perturbazione produce un punto di massimo locale della pressione del gas subito al di fuori dell’orbita del pianeta. Nel disco protoplanetario, i granelli di polvere non si muovono liberamente, ma risentono costantemente dell’attrito idrodinamico esercitato dal gas (il cosiddetto gas drag). Normalmente, il gas ruota a una velocità leggermente inferiore rispetto a quella kepleriana pura perché è sostenuto dalla propria pressione interna che diminuisce tanto più ci si allontana dalla stella: il gas non ha bisogno di orbitare alla stessa velocità della polvere per rimanere in equilibrio, di conseguenza i granelli di polvere subiscono un vento contrario che fa perdere loro momento angolare, costringendoli a spiraleggiare rapidamente verso l’interno e a “morire” sulla stella centrale. Vale la regola: la polvere si muove sempre verso le zone dove la pressione del gas è maggiore. Tuttavia, in corrispondenza di un picco di pressione del gas generato dal gap del pianeta, la polvere all’esterno viene frenata e cade verso il picco, mentre quella all’interno viene accelerata e si muove anch’essa verso il picco: ai due lati del picco si formano flussi convergenti di polvere che generano un anello denso e brillante, facilmente visibile nelle frequenze radio millimetriche da Alma.

Non potendo riprodurre un disco protoplanetario in laboratorio, il team di ricerca ha sviluppato un sofisticato “laboratorio digitale”, conducendo una serie di 18 simulazioni idrodinamiche bidimensionali con cui ha fatto evolvere, simultaneamente e in modo accoppiato, la componente gassosa e quella polverosa del disco. Ogni simulazione è stata spinta fino a un tempo di calcolo complessivo di 1500 orbite del pianeta, sufficiente affinché l’anello di polvere raggiunga uno stato stazionario. L’analisi sistematica dei dati simulati ha portato alla luce una relazione che lega la morfologia dell’anello osservabile alla massa del pianeta nascosto. In particolare, gli autori hanno trovato l’esistenza di una relazione lineare tra il raggio d’influenza gravitazionale del pianeta – la sua sfera di Hill – e la posizione del massimo di densità dell’anello di polvere. La relazione trovata è indipendente dallo spessore o dalla temperatura del disco protoplanetario. Conoscendo la posizione del centro dell’anello, gli astronomi possono calcolare direttamente il raggio di Hill e, di conseguenza, estrarre la massa del pianeta.

Per dimostrare l’immediata applicabilità del loro metodo, Faruqi e il suo team l’hanno applicato a sistemi protoplanetari noti. Il primo è stato quello della stella di tipo T Tauri Pds 70. Il disco che circonda Pds 70 è un’eccezione nel panorama astronomico: è l’unico disco protoplanetario in cui non solo vediamo gli anelli di polvere, ma siamo riusciti a riprendere direttamente i pianeti giganti in crescita al suo interno, chiamati Pds 70b e Pds 70c. Grazie a tecniche di imaging completamente indipendenti dallo studio della polvere, è nota la massa del pianeta più esterno, che risulta compresa tra 3,8 e 5,4 masse gioviane con l’anello di polvere a 54,5 au dalla stella. Applicando la relazione derivata dalle simulazioni, il modello di Faruqi et al. ha predetto che, per produrre un anello in quella posizione, il pianeta avrebbe dovuto avere una massa di circa 3,3 masse gioviane: considerate le incertezze in gioco l’accordo è soddisfacente. Successivamente, il modello è stato applicato a cinque giovani stelle appartenenti alla survey osservativa exoAlma. Tra queste, il disco della stella DM Tau ha regalato agli autori un’ulteriore conferma indipendente dei loro risultati: la massa planetaria di circa 17 masse terrestri stimata attraverso la posizione geometrica del suo anello di polvere è risultata in buon accordo con la stima di massa di 13 masse terrestri pubblicata in uno studio del 2025, condotto con metodologie totalmente differenti. Per gli altri sistemi analizzati, come AA Tau e V4046 Sgr, la “bilancia degli anelli” ha permesso di stimare le masse dei pianeti invisibili, risultate rispettivamente di 0,5 e 218 masse terrestri.

I punti di forza del nuovo metodo per stimare la massa dei protopianeti sono la semplicità di applicazione (basta misurare la distanza del disco di polvere dalla stella centrale) e l’indipendenza dallo spessore del disco protoplanetario. D’altra parte, per rendere computazionalmente fattibili le simulazioni a lungo termine, gli autori hanno dovuto escludere alcuni complessi meccanismi fisici reali, che aprono la strada a futuri raffinamenti del modello. Ad esempio, nelle simulazioni il pianeta è forzato a rimanere su un’orbita circolare fissa. Nella realtà, i pianeti scambiano momento angolare con il disco e subiscono la cosiddetta “migrazione di Tipo I“, spostandosi lentamente verso l’interno. Inoltre, il modello tratta la polvere come un fluido passivo che subisce l’azione del gas senza influenzarlo; i dischi protoplanetari sono strutture tridimensionali e non bidimensionali; infine, nel codice, le popolazioni di polvere mantengono rigorosamente inalterata la propria dimensione nel corso delle 1500 orbite. Nella realtà, la densità di materia all’interno di un anello accelera drasticamente il tasso di collisione tra i grani, il che può innescare una rapida crescita o la frammentazione collisionale.

Nonostante le inevitabili e dichiarate semplificazioni fisiche, lo studio firmato da Faruqi e dal suo gruppo segna un significativo passo in avanti nella nostra capacità di decodificare le prime fasi dell’evoluzione planetaria. Con il continuo flusso di dati ad altissima risoluzione provenienti da Alma e l’avvento dei telescopi di prossima generazione, questo metodo promette di svelare l’architettura intima dei sistemi protoplanetari, regalandoci risposte fondamentali su come, miliardi di anni fa, abbiano preso forma la Terra e l’intero Sistema solare.

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