Quello che più importa è lo stile. Lo stile con cui vivi, agisci, combatti e muori.
Questo c’insegnavano negli anni più caldi, irti di insidie e di pericoli mortali
Essere fedeli all’Onore e alla dirittura, piuttosto soccombere che vincere slealmente.
La vittoria economica, sociale, politica è meno importante di quella esistenziale.
La vita è un percorso, per dirla con lo Zen: la vita come un arco, l’anima come una freccia, lo spirito come il bersaglio da trapassare.
Questo più il senso di comunità. Una comunità di crescita, non una comitiva come si sono andate formando dopo gli “anni di piombo” quando questo stare assieme è stato innalzato a forma mitica mentre si trattava di una stampella, di un rifugio, di un ripiego, non di un atanor, di un’accademia, di una palestra.
Con il tempo della “normalizzazione”
quegli insegnamenti, che non sono semplice teoria ma modelli di azione su di sé, sono stati man mano accantonati, spesso abbandonati, più volte traditi.
Si è pensato erroneamente che nel mondo della quantità informe si potesse combinare qualcosa con le formule razionali – rabberciate – e con l’esaltazione delle opinioni, del tifo.
Si pensava – e mai errore fu più grande – che si diventava più concreti, più realisti. Invece è successo esattamente l’opposto e non poteva che accadere l’opposto perché la materia è importantissima, ma le si deve infondere il soffio e darle forma, e per far questo si parte di lì.
Non a caso qualcuno, sacrificandosi, ebbe a dire che la causa aveva bisogno di esempi, non di uomini. Sono gli esempi che generano altri uomini, non le opinioni, le teorie e il vivere alla giornata aspettando Godot.
È bene ribadirlo
perché, mentre si è vissuto da spettatori e da tifosi, peraltro sovente delle cause più squallide, le dinamiche, i fenomeni, sono andati per conto loro e hanno intrapreso una rivoluzione silenziosa che si percepisce in tutte le odierne crisi (che, etimologicamente sono momenti di passaggio). Ma ad essa manca ancora la forma. E chi dà forma alla materia? L’anima che risponde allo spirito.
È sempre e solo di una sfida tra avanguardie che si tratta e manca ancora la consapevolezza di sé, il dominio di sé, la serenità esistenziale, di quell’avanguardia che deve dare un segno e una direzione alla rivoluzione silenziosa.
Va formata, dicasi forma-ta, l’avanguardia.
Per farlo si deve lavorare su di sé, sia individualmente che comunitariamente
per recuperare stile e acquisire una distanza superiore rispetto alle tossine che c’infettano i polmoni e l’anima.
Non si può più perdere tempo dietro alle costruzioni mentali – molto imprecise – che hanno posto come elementi di discrimine la cosiddetta “geopolitica”, la moneta, o il gay pride.
Siamo così mal ridotti da accapigliarci su miserie del genere? O siamo capaci di riconcepire tutto partendo dall’alto e non dal basso? Perché, diciamocelo con la massima franchezza, ormai i canoni dei ragionamenti “politici” e dei contenziosi dominanti sono delle caricature della cultura marxista, prive però di volontà di potenza e di anelito alla scientificità propri a quest’ultima di fronte alla quale si è finiti con l’essere una speculare barzelletta.
Sono anni che si litiga separandoci
per le opinioni assurte a verità e dogmi, lo si fa tra spettatori-tifosi che esaltano coloro per cui tifano e a cui attribuiscono delle auliche espressioni artificiali e inesistenti.
Novantanove volte su cento chi tifa sbaglia pure l’oggetto del tifo, ma, quand’anche lo indovinasse, cosa resta di lui? Una foglia morta trascinata dal vento in qualcosa con cui non ha niente a che vedere: un passivo, mai un attivo. Non essendo presente a sé, non lavorando su di sé, sovente egli è anche miserabile moralmente, incapace di riconoscere le grandezze altrui, gretto.
Come un comunista fallito.
Poiché siamo in piena rivoluzione silenziosa e il tempo lo richiede
recuperiamo quella saggezza di qualche decennio fa: ritorniamo allo stile, all’essenza. Il divenire ha bisogno di un perno assiale, la materia richiede forma.
Certo non basta essere in piedi – cosa che è molto, ma molto, ma molto impegnativa – ma è indispensabile.
Pochi, come sempre è stato nella storia del mondo che non è egualitaria e democratica, potranno anche dettare le linee di azione, i progetti. E su ciò possiamo anche differire ma bisogna almeno essere all’altezza del compito: quasi nessuno lo è, e la presunzione democratica che è diventata epidemica fa sì che ben pochi si chiedano: “io chi sono, cosa conosco, cosa ho fatto, che esperienze ho, per poter indicare soluzioni?” Tempo perso per la la propria crescita!
Umiltà ci vuole, e con essa autodisciplina, stile e autonomia:
allora la rivoluzione silenziosa potrà iniziare a prendere forma. Non è necessario che ci si chieda come, questo avverrà per empatia, per sinergia, per sottile ma irrefrenabile energia.
L’importante è (tornare a) intraprendere la giusta condotta, perché tutto nel mondo è gerarchico; bisogna puntare a trapassare lo spirito affinché da esso ci venga quell’energia che dà forma alla rigenerazione.

