Gli accordi di Kyoto che dovrebbero aiutarci a non morire per avvelenamento dell’ecosfera, firmati anche dai russi. Mancano solo gli americani. Peccato che gli avvelenatori siano quasi per intero proprio loro, i paladini dello “scontro di civiltà”.

ROMA – Appena quattro giorni dopo il sì della Duma, la Camera bassa del parlamento russo, anche il Senato ha approvato la ratifica del Protocollo di Kyoto con 139 voti favorevoli e solo un astenuto. Un consenso totale per il governo di Putin che, dopo due anni di esitazioni, ha ceduto alle pressioni dell’Unione europea, il più convinto sostenitore di questo accordo per la riduzione dei gas serra. Completato l’iter che trasforma il Protocollo di Kyoto in legge,
Putin dovrà comunicare ufficialmente la decisione alle Nazioni Unite e, 90 giorni dopo, come vuole il regolamento, il trattato diventerà vincolante per tutte le nazioni industrializzate che lo hanno ratificato (Usa e Australia esclusi).
LE RIDUZIONI – In Italia, la direzione generale del ministero dell’Ambiente guidata da Corrado Clini, responsabile delle questioni legate al cambiamento climatico, è alle prese con la contabilità delle riduzioni. «E’ vero, gli impegni ci imponevano una riduzione del 6,5% sotto i livelli di emissione del 1990 e siccome i consumi energetici sono cresciuti, ora dovremo ridurre di circa il doppio entro il 2012. Ma abbiamo già individuato gli strumenti e le modalità per farlo, coinvolgendo le imprese nazionali in azioni che diventeranno economicamente vantaggiose», assicura il dirigente.
I PIANI – Secondo i piani, la riduzione delle emissioni di anidride carbonica (CO2) e degli altri gas riscaldanti dovrà attestarsi attorno a 100 milioni di tonnellate all’anno di CO2 equivalente. «Concentreremo gli interventi nel quinquennio 2008-2012, con la metà delle riduzioni in campo nazionale e l’altra metà in Paesi in via di sviluppo, così come previsto dai meccanismi flessibili del Protocollo di Kyoto», spiega Clini. Poiché il problema del riscaldamento è globale, infatti, è indifferente che i gas siano eliminati in un luogo o nell’altro.
In campo nazionale le azioni previste riguardano incentivi per lo svecchiamento del parco automobilistico; mini impianti di cogenerazione dell’energia elettrica e del calore diffusi a livello di quartiere; riforestazione di terreni marginali con specie ad alto assorbimento di CO2. «Per ogni settore stiamo individuando le imprese pubbliche e private da coinvolgere e le regioni in cui operare», aggiunge Clini.
ALL’ESTERO – In campo internazionale sono quattro i grandi interventi in preparazione. Recupero a fini energetici del gas che sfugge dai campi di estrazione petrolifera e che oggi viene bruciato a perdere. «Stiamo concordando con l’Eni interventi in Nigeria, dove c’è un potenziale di recupero tale da coprire tutti i nostri obblighi di riduzione», precisa Clini. Un’altra operazione di recupero a fini energetici riguarda il gas metano che si sviluppa per fermentazione dalle grandi discariche. Le aree individuate si trovano in Cina, India, Brasile, Argentina e Nord Africa. A progettare gli interventi sono chiamate le imprese pubbliche e private che dispongono delle tecnologie più innovative di smaltimento dei rifiuti.
L’impianto di nuove foreste o la coltivazione di quelle già esistenti ma da rivitalizzare sono già iniziati in Cina e Argentina e saranno estesi in Brasile a in alcuni Paesi Nord Africa

