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American dream ovvero della terra promessa

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Né costumi patri né lingua madre

Ennesimo caso di discriminazione nel Wisconsin: una ragazzina dodicenne viene sospesa dalla squadra di pallacanestro della sua scuola per aver detto “Ti voglio bene” nella sua lingua madre a due compagne di classe
La Sacred Heart School di Sawano, nel Wisconsin, è una scuola media con una nutrita rappresentanza di studenti nativi americani. Ma un giorno, quando Miranda Washinawatok esprime il più candido dei “vi voglio bene” a due sue compagne di classe nella lingua dei suoi padri, il Menominee, si ritrova punita in modo becero quanto insensato. La sua insegnante, Julie Gurta, esplode, riprendendola severamente ed escludendola per una partita dalla squadra di pallacanestro della scuola.
“Non devi parlare in quel modo! Non posso capire se dici insulti o parolacce! Come ti sentiresti se io cominciassi a parlare in polacco e tu non potessi capire nulla?”, le urla, assegnandole la punizione. Una reazione decisamente fuori luogo, che scatena le proteste e le rimostranze della comunità di nativi americani locale.
“Mia figlia è stata trattata in modo ingiusto e discriminante – afferma la madre, Tanaes -. Non permetterò a nessuno che le venga impedito di parlare nella sua lingua”.
L’eco della vicenda oltrepassa però molto presto i confini del Wisconsin toccando l’opinione pubblica nazionale per l’ennesimo caso di razzismo contro la comunità di nativi americani: a quel punto, il direttore dell’istituto scolastico (che in un primo momento aveva avallato la punizione) compie una frettolosa marcia indietro, porgendo le proprie scuse ufficiali nei confronti dei Menominee assieme al coach della squadra di pallacanestro e, addirittura, al rappresentante della diocesi di Green Bay, che comprende il centro di Sawano.
Tutto chiarito? No, perché la signora Gurta sembra irremovibile, oltre che provocatoria. “Sfortunatamente – scrive l’insegnante alla madre della studentessa – le azioni compiute da sua figlia non sono state portate alla sua attenzione in maniera solerte come, invece, avrebbero dovuto. Per questo mi scuso”. Ma che razza di scuse sono?
Vogliamo proprio vedere quanti idioti plauderanno la maestra parlando di politica di “integrazione” scordandosi che in questo caso gli “integrati” sono proprio quelli che vietano la lingua madre degli autoctoni e che il modello  dell’integrazionismo che ci vogliono imporre passa per il genocidio e per la sua esaltazione, come nel caso paradigmatico della maestra.

 

 

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