martedì 21 Aprile 2026

Anche l’Italicus ha quarant’anni

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Storia di un’altra indagine interrotta d’ufficio

Ancora quarant’anni di silenzi e depistaggi.
Il 4 agosto 1974 un ordigno esplodeva in prima classe dell’espresso Italicus, in viaggio verso il Brennero.
12 i morti, 48 i feriti. La strage si consumò nell’appennino tosco-emiliano, sotto la giurisdizione della magistratura rossa e il controllo del territorio, e dei depositi Nato, da parte dei carabinieri legati alla famiglia del capo partigiano comunista Bulow.
Ovviamente la strage fu subito “fascista”, anzi “nazi-fascista” e, impilandosi con il depistaggio di quella partigiana commessa a Brescia poco più di due mesi prima, offrì il destro al Compromesso Storico, siglato con un accordo Agnelli-Andreotti-Berlinguer.
Da allora si continua a cercare un colpevole fascista e si piagnucola perché non lo si trova.
Anche per la strage dell’Italicus come per Brescia e Bologna si è però evitato accuratamente di seguire le altre piste, malgrado gli indizi schiaccianti e probatori.

Tanto per cominciare gli inquirenti erano stati avvisati che un attentato era in programma in luglio su di un treno che partiva dalla Stazione Tiburtina.
Era stato il bidello della facoltà di fisica, Francesco Sgrò, a prevenire il segretario del Msi Almirante che aveva insistito perché raccontasse agli inquirenti quanto sapeva. Un po’ reticente, forse per paura di rivelare la vera fonte e di essere magari ucciso, Sgrò minimizzò, affermando di aver captato una discussione tra studenti rossi. Questo non impedì al capo della polizia, Santillo, di tenere alta la guardia. Al punto che, come si sarebbe saputo in seguito, fu proprio una sua decisione a salvare la vita a una vittima illustre: sull’Italicus del 4 agosto doveva salire alla Stazione Tiburtina Aldo Moro, appunto in prima classe, ma fu tenuto a terra per scrupolo del capo della polizia al quale non importava molto che luglio fosse trascorso.
Da chi aveva ottenuto le rivelazioni Sgrò? Aveva davvero origliato una discussione tra esponenti del Collettivo di Fisica? O nascondeva altro?
Il caso fa bene le cose. Sgrò abitava nel medesimo palazzo del regista impegnato Mike Formentin che era un frequentatore assiduo di due intellettuali d’avanguardia, entrambi membri del Gruppo 63: il docente universitario di Bologna Ennio Scolari e l’avvocato reggiano Corrado Costa. Entrambi erano figure di primo piano nell’élite rossa, appartenenti a quella strana fauna che impazzava nelle zone limite, al confine tra il Partito comunista, le frange armate di sinistra e i servizi dell’est.
Di Costa il dirigente delle BR Franceschini dirà che pagava l’affitto del covo del primo nucleo brigatista reggiano e che era proprietario di un cottage nel quale facevano tappa i guerriglieri di Feltrinelli di ritorno dai loro viaggi di addestramento in Cecoslovacchia.
Siamo in pieno nell’universo che pochi mesi prima aveva generato la strage di Brescia.
C’è di più: una collaboratrice dei nostri servizi militari, una militante di sinistra, la Aiello, alla vigilia della strage disse a qualcuno per telefono “la bomba è pronta… il treno è diretto a Bologna…”
Lo ha fatto in un locale pubblico, la titolare ha captato la telefonata e la denuncerà.
Se la caverà con un’imputazione minore e una condanna minore.

Qualche mese dopo un militante della sinistra reggiana, Alceste Campanile, ha dei problemi di coscienza. Si mormora che sappia qualcosa dell’Italicus. Il 17 giugno verrà assassinato da ignoti. Molti anni dopo un malfattore che ha collaborato a lungo con i servizi si accuserà dell’omicidio che sarà fatto passare come una bravata politica.
Il professor Scolari, di cui Campanile era alunno, verrà comunque incalzato alcuni anni dopo dalla Magistratura che non ci vede chiaro. Il 1 febbraio 1983 è atteso in Procura. Alla vigilia commette suicidio (o viene suicidato). Le indagini si arenano lì.
Due testimoni, una telefonata rivelatrice, due omicidi (oppure un omicidio e un suicidio) sospetti, l’humus terroristico e bombarolo e il cui prodest non bastano.
Si cerca lo stragista fascista brancolando nel buio perché il nulla conduce al nulla.
Ancora quarant’anni dopo si cerca lo stragista fascista, così, per dogma.

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