Charlie l’ultimo sinonimo di bee
Che cosa avviene se si getta una petardo con la miccia accesa in mezzo a un pollaio? Accade che in seguito allo scoppio, gli animali iniziano ad urlare e a correre da tutte le parti rotolando l’uno sull’altro, e sebbene nessuno di loro sappia da dove provenga il boato, cosa lo abbia innescato e se il medesimo rappresenti o meno un pericolo, questi si agitano in balia del rumore fino a raggrupparsi massicciamente in un lato del recinto per poi calmarsi, ad eccezione di quei due o tre che rimangono appartati e indisturbati nel loro angolino a beccare mangime. La stessa dinamica é descritta da ciò che avviene nel mondo umano, ove in seguito ad una notizia tumultuosa la società é in preda al panico, allo sgomento, inorridita da ciò che gli viene descritto da un intermediario dell’informazione (che la racconta a modo suo) e timorosa per ciò che potrà accadere in seguito. Questa funesta situazione di caos s’interrompe quando – come nelle fiabe – il cattivo muore, e l’eroe trionfa. Nel mondo di oggi il cattivo si chiama terrorista e l’eroe democrazia, e come in ogni fiaba che si rispetti, quest’ultima ha sempre il sopravvento sulla malvagità.
Sto palesemente alludendo alla vicenda che ha colpito Charlie Hebdo e a tutto ciò che ne ha fatto seguito, ovvero l’isteria della stampa francese come quella estera nel raccontare i fatti, e allo sconcerto dell’opinione pubblica dinanzi alla barbarie islamo-terroristica.
Nel giro di poche ore, le vittime sono diventate martiri, e in pochi giorni icone della libertà di parola, idolatrati da milioni di persone che fino a pochi giorni prima non avevano mai letto una vignetta di Charlie Hebdo e non lo avevano neanche mai sentito nominare, ma per sentirsi buoni e compassionevoli hanno seguito la tendenza ostentando uno slogan che andrà di moda ancora per un paio di settimane: “Je suis Charlie”.
Fenomeno di moda o necessità di esclamare una fatua indignazione per sentirsi a sua volta paladini di una presunta libertà di espressione? O entrambe?
Partiamo dal principio che se c’è un giornale che ha beneficiato, se non abusato della libertà di espressione é proprio Charlie Hebdo, e che un atto terroristico in quanto fattore esogeno e aleatorio, non può costituire un ostacolo alla medesima libertà. Ciò infatti equivarrebbe a dire, dopo che sia stato commesso un attentato in un autobus, che la libertà di spostarsi va difesa, e che il conducente in quanto vittima ne diventa il difensore da venerare per i prossimi dieci anni. La libertà di espressione é concessa dalle regole che vigono nell’ambito giornalistico e che vengono votate in parlamento (come ad esempio la “loi Gayssot”), non da ciò che può avvenire accidentalmente su richiesta di un gruppo di fanatici.
Tengo inoltre a precisare che i gentili redattori di Charlie Hebdo non sono mai insorti in nome della libertà di pensiero quando il governo francese censurò deliberatamente un innocuo comico di colore. Qui si trattava di censura attuata dal governo, non di una sparatoria pilotata dallo Yemen… Quindi non ho niente contro le lacrime da coccodrillo suscitate dalla morte di un gruppo di sconosciuti (tanto perché piangere i morti é una consuetudine), ma fatemi il piacere di non assimilare un attentato contro un giornale collaborazionista ad un martirio per la libertà e addirittura (purtroppo ho sentito anche quella) per “l’identità dell’occidente”.
In secondo luogo, libertà non significa esagerazione. Faccio qualche esempio idiota: se mi é offerta della pasta in abbondanza, non ne mangio 4 chili giusto perché sono libero di mangiarli, ne mangio la giusta quantità che mi occorre o che mi garba; alla stessa stregua, se fossi libero di tirare un cazzotto al primo che passa non lo farei tanto perché ne ho la facoltà, lo farei se necessario.
Talvolta un insulto può ferire più di un cazzotto, specialmente se a essere insultato é il proprio credo e le proprie convinzioni, in particolar modo se codeste convinzioni sono legate al sacro. Ivi la libertà può dar sfogo all’eccesso, onde una serie di vignette volgari, blasfeme, infamanti, violente e comunque di cattivo gusto possono facilmente ferire e innervosire un gruppo di persone che venerano in tutta legittimità un’immagine, e che non vorrebbero vederla irrisa sulla prima pagina di un giornale, soprattutto se il gruppo in questione é notoriamente suscettibile. Non sto insinuando che se la fossero meritata, ma é becero negare che se la siano cercata…
Ammetto sinceramente che le vignette pubblicate da Charlie Hebdo davano fastidio persino a me che dalla religione sono distante anni luce, figuriamoci a un devoto… Non capisco poi per quale motivo un giornale reduce della gauche libertarie del 68′ che si ammanta di laicismo debba fomentare un odio cronico per le religioni, vantando contemporaneamente la famigerata tolleranza. Forse perché andrebbe tollerato soltanto ciò che piace a costoro, ovvero l’ateismo, il libertinaggio, il cosiddetto progressismo e così via, mentre tutto ciò che é arcaico va sdegnato in quanto vecchio, quindi insultato nella maniera più volgare.
Ma ciò che risulta davvero preoccupante, é la reazione della gente a fronte di questo insolito evento (forse non più tanto insolito), gente di ogni opinione ed orizzonte politico che dinanzi alla strage echeggia ciecamente le stesse ovvietà, federata e coesa da leader antagonisti che professano le stesse demagogie. Come se un gregge di pecore si fosse repentinamente riunito intorno a Mosè, trovandovi la luce dopo l’ardua attraversata del Mar Rosso. Ricordate che era fondamentale che i proletari amassero Big Brother affinché l’Oceania attaccasse l’Eurasia, e che reciprocamente l’odio nei confronti dell’Eurasia era necessario a Big Brother?
La prossima volta quindi che l’Occidente vorrà intervenire nei paesi arabi per portarvi pace e felicità non sarà alcunché ostacolato dall’opinione pubblica che da vent’anni a questa parte ha covato un nemico con il più profondo dei rancori, e la guerra petro-finanziaria verrà come sempre offuscata dall’ipocrita appellativo di “Missione di Pace”. Ricordiamoci che la guerra non é che la continuazione della politica con altri mezzi, e la politica la fanno le lobby, non i cittadini e il buon senso.
Che l’attentato sia stato orchestrato, o che sia frutto di un’iniziativa jihadista indipendente non importa, importa conoscerne le conseguenze, importa guardarsi alle spalle e aprire gli occhi. Frutto dell’astuta strategia della tensione o frutto del caso, il caos verrà sempre strumentalizzato dai nostri burattinai per i soliti scopi: distorcere l’attenzione e operare indisturbatamente, esattamente come quando viene gettata una miccetta in mezzo a un pollaio. Pazienza se un paio di polli non abboccano, basta che gli altri 98 si sentano tanto minacciati dalle forze aliene quanto protetti dal potere nostrano, visto che due polli contro novantotto non vanno tanto lontano, in specie se quei novantotto leggono tutti gli stessi giornali.
Non aggiungo altro se non che ciò che mi spaventa non é la minaccia islamica, bensì la credulità della gente e tutto ciò che ne consegue. Ciò che mi ha seriamente impallidito sono i comportamenti della massa che come un branco di pesci va ad infilarsi dritta nella rete. Quindi mi dispiace per voi, ma non sarò dei vostri. Io non sono Charlie, io sono quello che sono.
Al lettore che griderà al delirio cospirazionista, al freudiano che mi accuserà di “Disturbo Oppositivo Provocatorio” dico che é troppo facile stare dalla parte dei buoni, e la facilità la rifiuto per ragioni etiche. Da bambino ho sempre visto gli uomini muoversi nella stessa direzione come un gregge di pecore, ma a me le pecore non sono mai piaciute, ne tantomeno gli uomini.
A me piacciono i lupi e i cinghiali.
