giovedì 19 Febbraio 2026

Augusto e la Grande Guerra

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Damnatio memoriae perché possono indurre a nuovi buoni propositi

I fatti parlano da soli: nel 2014 cadrà il bimillenario dalla morte dell’imperatore Augusto e il suo Mausoleo, quell’edificio enorme che l’imperatore costruì per ospitare il sonno eterno proprio e dei propri familiari, sarà inagibile com’è da anni. Solo pochi giorni fa il decreto Valore Cultura ha destinato al recupero del Mausoleo due dei dodici milioni di euro necessari al suo recupero e apertura al pubblico così, nella migliore delle ipotesi, l’anno prossimo il Mausoleo sarà un gran cantiere. Eppure qualcuno ci aveva pensato per tempo, ben prima degli inutili proclami di Francesco Giro quand’era sottosegretario ai Beni culturali. Eugenio La Rocca nel 2008, quando lasciò l’incarico di Sovraintendente del Comune di Roma, lasciò anche un progetto per il Mausoleo e dieci milioni di euro per metterlo in opera. Così mi disse martedì scorso, mentre mi illustrava gli splendidi capolavori da lui riuniti per la mostra su Augusto alle Scuderie del Quirinale. Disse anche che ne avrebbe parlato col presidente Napolitano: era determinato e credo che l’abbia fatto. Comunque quel giorno stesso, poco dopo aver disquisito di Augusto e del suo Mausoleo, ho letto su Repubblica il lamento di Paolo Rumiz per l’impreparazione dell’Italia alle celebrazioni sul centenario della Grande Guerra. C’è una commissione che fa progetti ma senza soldi per realizzarli, mentre alcuni tra i luoghi più combattuti in quella guerra, molti memoriali e cimiteri di guerra, sono abbandonati o trascurati.
Gli anniversari sono una brutta bestia, e spesso gli accademici si sono interrogati sull’opportunità o meno di sottostare alla loro tirannia. Cent’anni da o mille da, cosa significa in realtà? Ha valore solo perché noi adottiamo un sistema decimale; un sistema che ci spinge anche a ragionare in termini di decenni o secoli, e a dare valore a queste scansioni di tempo, quando in realtà non ne hanno affatto. Leggevo mesi fa queste riflessioni dello storico Charles West (nell’illuminante blog degli storici di Sheffield) finalizzate ad aprire gli occhi ai suoi colleghi e dire loro: beh, anche voi in fondo ragionate come la gente comune; se accettate di parlare di Settecento e Ottocento, potete anche fare uno sforzo e celebrare la Grande Guerra (o i 1200 anni dalla morte di Carlomagno, che al medievista West interessano molto di più). Certo, gli anniversari impongono di occuparsi di un argomento piuttosto che un altro, e di fatto pilotano la memoria collettiva: decidono ciò che in un preciso momento storico va ricordato, e ciò che si può scordare. Io però non vedo nessuna “tirannia” in questo, nessuna imposizione del “grande fratello anniversario” sulla libertà di memoria e di ricerca. Vedo l’anniversario (ok usiamo il sistema decimale, ma se ne usassimo un altro sarebbe uguale) semplicemente come un’occasione per ricordare e mantenere viva la memoria collettiva. Uno studioso dovrebbe sentirsi onorato di partecipare a quest’operazione di assoluta nobiltà. Dovrebbe impegnarsi più che per altri studi perché in questo caso la funzione civile della sua ricerca è certa, e la ricaduta immediata. Ovviamente quando ci sia un impegno preciso da parte dello Stato, sia in termini organizzativi che finanziari.
Orbene, pare che per la Grande Guerra tutta l’Europa si sia mossa con progetti e impegni finanziari importanti. Tutto il continente tranne l’Italia che di quella guerra fu teatro importantissimo. Perché? Perché siamo in crisi? Non è una scusa valida e lo sappiamo. Se Augusto ha pagato negli ultimi decenni la glorificazione che ne fece Mussolini, e l’abbandono in cui versa il suo Mausoleo è anche figlio di una sorta di “damnatio memoriae” nei suoi confronti dell’Italia post fascista, la Grande Guerra che colpa ha? Nessuna. Abbiamo pure vinto. Ma pare che a noi italiani non piaccia ricordare neppure le vittorie. Forse non ci piace ricordare e basta: proviamo insofferenza per gli anniversari. È come se dicessimo: non ne abbiamo bisogno, noi che viviamo “nella” storia, ne ammiriamo le vestigia ogni giorno e la ricordiamo ogni giorno. Ma è vero solo in parte, perché se ricordassimo davvero la storia ogni giorno, ci accorgeremmo di come trattiamo male i suoi monumenti. Privato della cura per il passato, l’atteggiamento di noi italiani appare snobistico e basta: tanto fumo e poco arrosto, mentre assieme ai nostri monumenti si sgretola anche il nostro senso civico. Per non parlare del turismo della Grande Guerra e dell’imperatore Augusto che preferiranno sicuramente altre vie a quella italica: con la memoria, si sa, se ne va anche il business.

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