
Il discorso del 19 maggio a Barcellona
Scrive Jean-Marie Le Pen all’inizio del suo libro di memorie:
« Il mio dramma è che quanto più crescevo e diventavo importante tanto più la Francia rimpiccioliva e perdeva peso ».
Noi militanti della mia generazione, abbiamo avuto il destino di vivere tra due epoche. Abbiamo provato ad imporre i valori dell’epoca che ci ha preceduto a quella che stavamo vivendo.
Non ci siamo riusciti, ma siamo riusciti a impedire che quest’epoca imponesse i suoi valori a noi.
Jean Mabire disse: « ho iniziato perché volevo cambiare il mondo e continuo per impedire al mondo di cambiarmi »
Noi abbiamo anche avuto la capacità di prevedere fin nei dettagli cosa sarebbe successo a quest’epoca dopo che si era scelta i suoi falsi miti e i suoi falsi profeti.
Ma ora siamo sbalorditi da quello che vediamo, come se non lo avessimo capito per primi, come se quando lo prevedevamo non credessimo a quello che stavamo dicendo.
Viviamo ormai fuori tempo.
Siamo passati da un mondo contadino e industriale, con i suoi modelli di civiltà, da un mondo eurocentrico, ad una società sempre più globale e sempre più lontana dalle tradizioni.
Lo sfascio delle nazioni, delle economie, degli Stati, delle famiglie: ecco a cosa assistiamo.
Ma la domanda è come dobbiamo agire e ragionare?
Il fastidio per la decadenza ci spinge oggi ad aggrapparci al passato, a essere reazionari; ma noi non nascemmo così. Noi fummo nazional rivoluzionari, ci scegliemmo Miti e pensatori che ci dicevano di onorare il Padre ma anche di affermarne il seme nel divenire, con spirito eroico e spregiudicato.
Assisto oggi a tanta reazione impotente, al sempre più forte desiderio di trovare un rifugio che sia visibile, che ci rassicuri: desideriamo un partito che possa raggiungere una maggioranza e, tramite quella, restituirci il mondo com’era qualche decennio fa.
Questo non solo è impossibile ma non è bello perché stiamo addirittura mitizzando un tempo che non fu nostro e contro cui ci ribellammo.
Questo non solo non è bello ma è impossibile perché i mutamenti tecnici determinati dai satelliti e dalla trasformazione del mondo, di cui l’Oceano Pacifico è divenuto il centro, non concedono più tanti poteri alla politica. Ma è soprattutto impossibile perché tutta la dialettica politica è prigioniera di ragionamenti e di uno spirito meschini che condannano a morte la civiltà, questo in tutte le famiglie politiche, comprese le destre estreme.
Mentre la nostra società si sgretola e mentre gli equilibri mondiali si modificano, noi siamo anche prigionieri di guerre civili reali (Ucraina) o virtuali (Spagna-Catalogna) che sono dei diversivi.
Diversivi a cui nessuno può sottrarsi quando è emotivamente coinvolto, ma in un’epoca in cui gli stati nazionali non sono più sovrani questo non ha senso.
Si possono scrivere tutte le costituzioni che si vogliono ma l’identità storica è più importante e più duratura. L’Italia è unita da un secolo e mezzo ma esiste da sempre; la Germania si è unita più tardi eppure è unita in tutto e per tutto e sempre sul tetto del mondo.
Più che le leggi o i trattati ha valore la natura profonda che non muore mai.
Noi questo lo avevamo capito quando ci sentimmo nazional-rivoluzionari europei, quando concepimmo l‘Europa come Impero e come casa di tutte le nostre tradizioni millenarie, declinate in tutte le sue forme regionali e nazionali, in perfetta armonia.
Fu così che pur essendo romani e italiani fummo spagnoli, francesi, greci e tedeschi, che è esattamente quello che sento di essere ancora, e sempre, e per sempre.
Ci ha spiazzati l’Europa di Bruxelles e delle banche. Ma ci siamo lasciati anche ingannare dalla propaganda delle piccole destre reazionarie che odiano l’idea di Europa e che vorrebbero distruggerla: l’Europa non esiste ancora, non pienamente; le banche e i tecnici dominano tutto l’occidente, e non sono meno pericolosi in Spagna o in Italia che in Europa. Dobbiamo sconfiggere loro non nostra madre e figlia Europa.
Viceversa i colossi mondiali che vinsero la guerra, oggi vogliono che l’Europa sia disintegrata, Trump in particolare conduce tutta la sua politica contro la Germania e la produzione europea. Questo ha anche un effetto positivo: tedeschi e francesi iniziano a pensare a un’Europa armata e non allineata che torni a svolgere un ruolo anche in Africa.
Parto di là, dal fatto che sia necessario essere per la potenza europea, per la sfida europea in tutti i campi, per rifiutare l’antieuropeiesmo delle destre reazionarie e i loro maldestri ragionamenti contabili. Perché a questo è ridotta la destra dello spirito: a qualche misera rivendicazione bottegaia.
Ma parto anche dalla più aspra, accanita, critica a tutto quello che c’è oggi in Europa e nelle nostre nazioni.
Parto dalla critica al materialismo capitalista e voglio che questa critica sia negli atti, non nelle parole o nei programmi di un partito. Vi sono i mezzi e i luoghi per un’aggressione corporativa al capitalismo e possiamo realizzarla in tutt’Europa. Con pochi uomini in più Paesi sono impegnato in questo tentativo. Invito tutti quelli che lo possono a farlo anche loro.
Parto dalla critica all’aids mentale e culturale dell’Occidente, dalla necessità di riscoprire il Vir, di rifiutare la delega, di organizzare da sé spazi di autonomia economica e politica in una logica imperiale. In questo sono impegnato da più di cinquant’anni e non sono il solo. Ma più il tempo passa più questi temi sembrano essere diventati un’ideologia, una teoria astratta per coloro che fanno politica e che ogni giorno che passa assomigliano sempre di più agli uomini grigi e ai buffoni che dicono di voler combattere.
Quando dico che parto di là intendo che non basta scrivere o parlare ma che dobbiamo ritornare alla fonti esistenziali e spirituali, insieme, in una logica da socialismo di trincea.
Parto dalla critica alla rassegnazione. In Italia lo scorso anno abbiamo avuto oltre centomila morti più delle nascite; in Giappone i maggiorenni sono la metà esatta di cinquant’anni prima.
Non c’è avvenire per chi è morto dentro e non procrea. E non servono incentivi economici perché sono i ricchi che non fanno figli, la logica materialista lo vuole.
La verità è una sola: nessuno e nulla interviene ad aiutarti quando devi decidere del tuo destino: il nostro destino è nelle nostre mani. Servono entusiasmo, volontà e un grande spirito.
La storia la fanno le minoranze qualificate, bisogna quindi diventare aristocrazia, ma aristocrazia popolare.
Solo con l’esempio e con le realizzazioni di cose ben fatte, fatte nello spirito giusto, fatte nell’amore del bello, si cambia il corso degli eventi.
Bisogna essere avanguardie europee; sacralizzare gli spazi intorno a noi, realizzare uno spirito di fratellanza che riscopra i valori della militanza degli anni della nostra gioventù.
In questo sono impegnato da un po’ di tempo ed organizzo incontri militanti europei per raggiungere insieme lo spirito giusto, per respirare insieme, per trovare forza e unità.
Il prossimo sarà tra breve; l’ultimo fine settimana del mese di luglio, nel sud della Francia.
Bisogna fare tutto questo, dobbiamo operare per lo Spirito e per la Potenza in un’armonia tra di noi e con la capacità di assumere il metodo e la strategia propri alle minoranze rivoluzionarie.
Perché questo dobbiamo essere se non vogliamo essere il museo delle cere.
Bisogna vincere ogni giorno senza essere presi dall’angoscia del domani.
Nel nome dei nostri padri, dei nostri lari, dei nostri camerati, dei nostri figli e della nostra capacità di agire, nel rifiuto di lamentarci e di essere passivi.
Bisogna essere felici, come lo sono soltanto quelli che rispondono alla propria natura e che non chiedono altro. Che sono i soli che possono stare faccia al sole, con la camicia che nell’eterna fanciullezza sarà sempre nuova e mai vecchia.

