Deciso a ridimensionare la percentuale di gas russo inviato all’Europa attraverso l’Ucraina (oggi l’80%), e a contrastare le rotte che non tengono conto dei russi — in particolare il progetto Nabucco sostenuto dalla Commissione europea – Vladimir Putin ha fatto mettere South Stream nero su bianco. Da Soci, sulle coste del Mar Nero, il gasdotto che vuole abbracciare l’Europa meridionale è decollato come un vero progetto pan-europeo, così sottolineano i vertici del consorzio:
partito nel 2008 come una joint venture paritaria tra Eni e Gazprom, South Stream ha accolto
anche francesi e tedeschi per dividere le incognite e il peso finanziario di un’impresa che porterà alla posa delle condutture a 2000 metri di profondità, sotto il Mar Nero, 900 chilometri fino alle coste della Bulgaria. Per poi diramarsi in Europa tra l’Italia meridionale e i Balcani, gestito da una serie di accordi stretti da Gazprom con i Governi e le compagnie energetiche dei Paesi attraversati.
Conosceremo il costo esatto quando l’intero progetto sarà completato», ha detto sabato Paolo Scaroni. A Soci l’amministratore delegato di Eni ha firmato l’accordo che delinea il nuovo assetto proprietario della joint venture responsabile del tratto offshore di South Stream insieme a Henri Proglio, ad di Eléctricité de France, Harald Schwager della tedesca Wintershall (gruppo Basf) e ad Aleksej Miller, ad di Gazprom. Il monopolio russo manterrà la maggioranza nel consorzio, con
una quota del 50%, mentre Eni scenderà al 20% cedendo a Edf e Wintershall il 15% ciascuno. Un passaggio, sottolinea la major italiana, che non intacca i diritti di trasporto del gas di South Stream sui mercati europei, diritti già acquisiti da Eni mentre Gazprom valuterà la distribuzione della propria parte: al massimo regime South Stream sarà in grado di trasportare 63 miliardi di metri cubi l’anno. Al momento il costo dell’intero progetto è stimato attorno ai 15,5 miliardi di euro, 10 dei quali attribuiti al solo tratto sottomarino. Quanto ai tempi, Scaroni ha spiegato che le stime finali sugli investimenti saranno pronte «verso la seconda metà del 2012».
La partnership strategica tra Eni e Gazprom è stata completata a Soci con altri due accordi: il primo apre in sostanza ai russi le porte della Libia. Riconfermando accordi sottoscritti nel febbraio scorso, e sospesi a causa della guerra contro il regime di Muammar Gheddaf, Eni ha ceduto a Gazprom il diritto di acquisto di metà della quota italiana del 33,3% nel giacimento petrolifero di Elephant, nel deserto libico 800 chilometri a sud di Tripoli. Una transazione non tanto rilevante finanziariamente — il valore della parte che andrà ai russi è stimato attorno ai 170 milioni di dollari — ma importante per Mosca, la cui presenza in Libia sarà condizionata dal mancato appoggio al nuovo
governo durante il conflitto.
Un secondo accordo riguarda invece la presenza di Eni in Russia come produttore a tutti gli effetti: Gazprom si è infatti impegnata ad acquistare il gas prodotto da Severenerghija, un gruppo di giacimenti nell’Artico che Eni sviluppa insieme a Enel, alla russa Novatek e alla stessa Gazpromneft. «Ci aspettiamo le prime produzioni per metà 2012», ha detto Scaroni, aggiungendo che la durata dei contratti li porta fino al 2030 sul modello “take or pay”: «Dunque, un’intesa blindata. Produrremo gas, che cederemo a Gazprom, e gas condensati, che invece manderemo ai mercati», ha detto l’ad di Eni.
Un’ottima e una pessima notizia.
Il South Stream procede malgrado gli ostacoli posti da Washington e da Tel Aviv che difendono strenuamente il progetto Nabucco destinato a inginocchiare l’Europa sulla Via della Seta.
Il progetto alternativo, quello che l’Europa la ravviva e la collega alla Russia, quello fortemente voluto dall’Eni, quello che ci è costato l’attacco internazionale dell’ultimo triennio, procede invece a vele spiegate.
L’Italia però cede molte quote. Ed è, questo, l’effetto dei rovesci di primavera sullo scacchiere mediterraneo. Quelli che, secondo La Russa, non ci sarebbero costati nulla.
