
Eccola!
Sfidando il coprifuoco decretato dal presidente Morsi, il popolo egiziano continua a presidiare strade e piazze di Suez, Ismaiylia e Port Said, gridando la sua rabbia contro una presidenza che non perde occasione per dimostrare la sua incapacità a mediare e gestire l’era post-Mubarak e tutte le promesse che quella caduta aveva fatto sperare. La gente scende in strada e non solo a piazza Tahrir, perché questa volta è soprattutto dalla periferia che sta partendo la ribellione contro la presidenza. Morsi lo ha capito, e consapevole di non poter perdere Port Said, uno dei cuori economici del paese, ha pensato di dichiarare lo stato d’emergenza ed estendere i poteri dell’esercito per dargli la possibilità di arrestare i cittadini. Misure che hanno inasprito lo scontro civile e politico fra i movimenti d’opposizione e il governo. L’esercito, che in questi due anni ha dovuto rinunciare a molti dei suoi privilegi e che la scorsa estate si è visto decapitare il suo vertice – con il siluramento imprevisto del generale Tantawi, capo delle forze armate e ministro della Difesa, il congedo del capo di stato maggiore Sami Enan e la revoca della Costituzione transitoria che all’esercito dava poteri speciali – per la prima volta da mesi prende posizione. E manda un avvertimento obliquo al presidente Morsi: «questa crisi – ha detto il generale Abldel Fattah al-Sisi (succeduto a Tantawi) – potrebbe portare al collasso dello Stato». E ancora: «sono i militari il blocco solido e coeso su cui si reggono le fondamenta del Paese. Chiaro il monito alla piazza e al presidente, affinché la smetta di esasperare le tensioni. E chiaro anche il messaggio: se questa crisi dovesse continuare potremmo essere costretti a intervenire.
Il generale, che prima ha parlato a un gruppo di cadetti e poi postato l’altolà sull’account di Facebook dell’esercito, ha sottolineato che schierare le truppe nelle tre principali città del Canale di Suez serve a proteggere la rotta navigabile, fondamentale per l’economia nazionale ma anche per il traffico mondiale.
Proprio lungo il canale, però, la situazione continua ad essere in ebollizione. La scorsa notte a Port Said, Ismailiya e Suez, i manifestanti hanno sfidato il coprifuoco e hanno attaccato alcuni commissariati. L’esercito non è intervenuto, ma si è limitato a bloccare il tentativo di un gruppo armato di fare irruzione nella prigione centrale, dove sono rinchiusi gli accusati per il massacro allo stadio. Intanto Amnesty International ha chiesto alle autorità di ordinare in modo chiaro alle forze di sicurezza di rispettare la libertà di riunione pacifica e di evitare l’uso eccessivo e non necessario della forza, evitando il ricorso ad armi letali quando non si tratti di salvare vite umane da un pericolo immediato.

