mercoledì 18 Febbraio 2026

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altLe rinazionalizzazioni in America Latina

La decisione della presidentessa argentina di rinazionalizzare la petrolifera Ypf [aprile 2012] ha fatto il giro del mondo e sollevato parecchie critiche dividendo le opinioni in due grandi blocchi: da un lato gli ostinati difensori dello statalismo e dall’altro gli altrettanto ostinati difensori della logica privatizzante degli anni ‘90. La maggior parte di chi si esprime sul presente argomento pecca nell’analizzare la questione senza approfondirne cause e trascorsi, schierandosi da un lato o dall’altro per partito preso. Io, ad esempio, sono più propenso all’intervento diretto dello Stato nei cicli produttivi ed al controllo statale dell’economia, ma non sono così ottuso da non vedere che spesso dietro grandi progetti “statalizzanti” si nasconde in realtà una sorta di monopolio di partito che al pari dell’oligopolio delle imprese non offre beneficio alcuno alla popolazione. Io sono sì per la ristatalizzazione ma seguendo questi due principi:

1)Ristatalizzare solo dopo aver risarcito le imprese private adeguatamente.

2)Studiare meccanismi che impediscano la lottizzazione degli incarichi interni alle imprese statali da parte dei partiti politici.

In quasi tutta l’America Latina ci sono state delle fasi di statalizzazione e privatizzazione molto simili che possono esser così riassunte:
1)    statalizzazioni ispirate al corporativismo fascista degli anni ’30 come nel caso di Vargas in Brasile e Peron in Argentina;
2)    Mantenimento della statalizzazione o ristatalizzazione ad opera dei governi rivoluzionari o militari della guerra fredda (governi rivoluzionari militari o paramilitari di Cile, Brasile, Ar-gentina e Cuba);
3)    Liberalizzazioni post-guerra fredda ad opera dei governi neoliberisti, come nel caso di Fer-nando Henrique Cardoso in Brasile e Menem in Argentina.
4)    Ristatalizzazioni post-guerra fredda operate da leader politici in antitesi col liberismo, come nel caso di Chavez in Venezuela, Evo Morales in Bolivia e come attualmente vuole fare pure l’Argentina.

Onorare gli impegni assunti e democraticizzare la gestione delle statali richiede l’impegno da parte di governi altamente preparati, con un ampio senso dell’onore e che abbiano già superato la prigione mentale della guerra fredda basata sulla diatriba marxismo-liberismo. Una seria rinazionalizzazione può esser affrontata solo ed esclusivamente in chiave ampiamente partecipativa altrimenti rischia di arenare il paese a vecchi modelli impedendone il progresso sociale. Se la statalizzazione anni ’30-‘50, accompagnata dalla consolidazione della legislazione in favore del lavoratore, è servita a garantire alla nazione degli importanti entrate ed ha difeso il lavoratore dallo sfruttamento delle imprese straniere in America Latina, la privatizzazione scontrollata degli anni ’90 ha purtroppo sprotetto il lavoratore dal rischio dello sfruttamento e svenduto risorse nazionali di altissimo valore. Considerato ciò è ovvio che politici di ispirazione Varghista, Peronista o comunque vicini ad idee riconducibili al socialismo nazionale vedano nella ristatalizzazione una logica coerente col loro pensiero. Quello che si deve evitare, riprendendo quanto espresso poche righe sopra, è fare della ristatalizzazione una campagna puramente populista e nella pratica trasformare imprese competitive in carrozzoni statali occupati dai partiti e di difficile accesso al cittadino.
L’ideale sarebbe dunque inaugurare una quarta fase, diversa da quella presentata sopra: la fase della partecipazione popolare alle imprese statali. Sarà questo il cammino che vorrà seguire la presidentessa argentina e i difensori
 

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