
Bilancio di un anno nella prospettiva di ripartire da protagonisti
Si può assistere a quanto accade con l’occhio del tifoso, con la psiche acida del consumatore, con la nevrastenia compulsiva del disadattato.
A questo ci hanno ammaestrati e dobbiamo ammettere che funziona: le destre reazionarie fanno una fatica improba a uscire da queste categorie incapacitanti che le caratterizzano in tutte le sue espressioni: neoliberiste, integriste, rossobrune. Categorie incapacitanti che le rendono subordinate ai soggetti protagonisti fino a trasformarle in pupazzi inconsapevoli dei mondialisti più avanzati.
In controcorrente esistono minoranze che cercano di esporre una linea positiva, costruttiva, protagonista e non piagnona, radicale e non marginale.
Questo sussulto si comincia finalmente a registrare in Italia e in Europa, attraversando formazioni e partiti, ivi compresi i più rappresentativi (Alba Dorata e Front National). Sono al contempo fiero e felice di esserne concausa e attivamente partecipe.
Ritengo di primaria importanza la rivoluzione culturale negli ambiti della reazione populista e ripartire dalla formazione fino a creare (contro)potere di lobby.
Su tutti questi campi, con Polaris e i Lanzichenecchi, i progressi registrati negli ultimi mesi sono significativi e perfino insperati. Mi riservo di parlarne in dettaglio a breve, quando esporrò i programmi del 2015.
Prima è opportuno fare un quadro totalmente scevro da pregiudizi di quel che accade. Ciò è necessario perché la differenza tra il critico al bar e chi struttura una società sportiva si nota da due cose: dal fatto che quest’ultimo rischia in proprio e, siccome opera e non chiacchiera, prima di agire si rende conto di come stanno le cose e di quel che può fare.
Che si parli di sport, d’impresa, di guerra o di politica le cose non cambiano.
La democrazia volgare in cui chiunque abbia assorbito qualche concetto alla rinfusa si arroga la facoltà di rifare il mondo secondo le sue paturnie è una cosa, l’azione politica è tutt’altra e, nove volte su dieci, va in controtendenza.
L’analisi è insufficiente senza una Weltanschauung, un metodo, un criterio e una volontà di potenza.
Convengo con chi mi fa notare che manca quasi tutto e che su tutto si deve agire contemporaneamente. In ogni caso dell’analisi non si può fare a meno e siccome a certe latitudini essa non c’è ma viene sostituita da presupposti dogmatici quasi interamente falsati, la sua importanza diventa decisiva. Rammento gli anni del liceo quando i compagni costruivano interi sistemi programmatici ed operativi del tutto coerenti ma assurdi in sé perché si basavano su falsi presupposti, su analisi sbagliate, infondate o deformate. E’ quanto accade oggi a noi.
Bisogna correre in fretta ai ripari.
Il presunto declino americano
L’anno che se ne va parla inglese.
Si ha un bel dire a proposito del declino relativo dell’imperialismo americano. Sarà anche un fatto storicamente ineluttabile ma oggi come oggi non se ne vede traccia.
In quindici anni il Rapporto Cheney che dettava le linee della strategia da perseguire (Twin Towers implicitamente incluse) per passare dalla subordinazione energetica ad un ruolo centrale nel mondo è stato seguito passo passo. Gli Usa si apprestano a diventare esportatori di gas e, con le “primavere arabe” hanno tracciato la mappa degli snodi di gassificazione. Hanno inglobato il Mediterraneo e stretto la vite sulla metà meridionale dell’Europa concedendo alla Russia solo l’altra metà.
Centrato l’obiettivo, i costi petroliferi ed energetici, gonfiati proprio dalla strategia messa in piedi in rispondenza al Rapporto Cheney, sono crollati. Chi come la Russia e il Venezuela ne aveva ampiamente beneficiato, non essendo stato in grado di convertire le plusvalenze in investimenti strutturali o alternativi, oggi sta boccheggiando.
C’è di più: la crisi finanziaria del 2008, di cui i principali colpevoli furono le banche angloamericane, è stata pagata da tutti meno che dagli angloamericani. La loro finanza è predominante ma lo è soprattutto la loro forza strategica e satellitare. Ricordate quella che si chiamava un tempo, volgarmente, Echelon? Ovvero il Big Brother che ci spia ovunque? Il suo nome corretto era UKUSA (UK + USA…) e non ha avuto un ruolo secondario nella ripartizione di costi e benefici della crisi internazionale.
Riportiamo qualche cifra per renderci conto di come stanno le cose.
Mentre la crescita mondiale è nel suo insieme in calo (3,3 invece del 3,7 delle previsioni) e altrettanto si deve dire del commercio (3,8 invece di 4,5) gli angloamericani ridono.
La domanda interna americana è oggi del 6% al di sopra dell’anno della crisi, quella europea del 4% in meno, ma la Gran Bretagna ha avuto una progressione secca (dall’1,7 al 3,2!).
Gli Usa poi hanno creato settecentomila posti di lavoro mentre altrove cresce la disoccupazione.
Chi se ne uscisse con la fola dell’euro non ha che da guardare gli altri dati, tutti gli altri.
La crescita inferiore alle previsioni riguarda l’intera Europa (ma l’Italia è andata addirittura a segno meno!) ma la Cina rallenta (da 10,4 a 7,4) e anche il Brasile (da 2,3 a 0,3) è in netta crisi così come la Russia in picchiata (da 2,0 a 0,2) i cui dirigenti finanziari al Cremlino paventano una stagnazione prolungata.
Certo, coloro che sono ottimisti sul declino americano possono consolarsi con il fatto che il Tesoro yankee è in larga parte indebitato con i cinesi; ma questo lega i debitori alla salute americana che, non dimentichiamolo mai, è in larga parte determinata dall’armamento e dai satelliti, forze assolute che fanno degli Usa dei non pagatori quando serve. Basta tornare con la memoria alla “guerra del dollaro” del periodo gollista quando la Francia richiedeva agli americani di riscuotere in oro i dollari in suo possesso, così come nominalmente concordato. Nixon cambiò le regole: loro se lo possono permettere. E se le stanno permettendo tutte.
I conflitti in giro per il mondo
Quali conflitti? Quelli che incendiano le arterie vecchie e nuove del traffico di energia (e di armi, di uomini e droga)? Tutto quel che si sviluppa intorno alla Via della Seta con i tagliagole finanziati e protetti, poi abbandonati, di nuovo finanziati e abbandonati ancora (Al Qaeda, Isis)? Essi, come i pirati del Corno d’Africa servono a tenere alti i costi e soprattutto assenti le istituzioni affinché la piovra gangsteristica di Wall Street, della City e della finanza mondiale stabilizzi il suo controllo destabilizzando l’ordine politico e la vita civile.
Di questo si tratta; di questo e dell’alimentazione di odi e rancori che sono utili agli Usa per tenere in tensione tra loro delle aree potenzialmente complementari e che risultano preziosi per le locali oligarchie affinché mantengano il controllo interno sulla base del terrore diffuso distraendo così la gente dai pericoli reali e dai nemici primi.
Questo è il quadro generale in cui tutti s’inseriscono con gradi diversi di autonomia, di rivalità, di complicità. Questo è fare sistema e tutto, dicasi tutto, si svolge all’interno di questo sistema.
Anche il multipolarismo che – assolutamente asimmetrico – è caldeggiato proprio dagli americani.
Con gli altri players il gioco è sempre misto, come all’epoca di Yalta c’è un mix di società e di rivalità. Nelle apparenze prevale l’una o l’altra delle due facce a seconda di come sono abituate le opinioni pubbliche. Su questa logica si fondano i rapporti nel Vicino Oriente con Turchia, Israele, Iran e le Petromonarchie, ad est con la Cina, al centroest con la Russia, in Europa con la sola Germania da quando la Francia ha disertato. La Germania infatti ha osato lanciare una sfida relativa allo strapotere americano (basta leggersi la dottrina Schäuble, la stampa inglese, americana e tedesca e ripercorrere gli eventi degli ultimi anni per scoprirlo). Nella Ue gli altri o non sono players o sono schieratissimi con New York.
L’Europa è chiusa a tenaglia
Nella ristrutturazione in atto solo la Germania ha pensato in grande, forse troppo visto che ha cercato di farne un soggetto quasi alla pari con gli Stati Uniti ed ha cercato, per questo, di costruire il nocciolo duro, la Kerneuropa con una Parigi in fondo riluttante e una Londra che preferisce essere nostra nemica. Così l’Europa intera subisce inerme al tempo stesso la concorrenza Brics con quanto ne consegue in costi produttivi e sociali, le speculazioni della City e il controllo americano. A nessuno, meno che a noi, conviene un’Europa forte. Gli inglesi la vorrebbero implosa, gli americani debole e divisa.
A metà del guado una Ue troppo democratica – e sottolineo troppo democratica – senza potere politico, in preda a commissioni e a poteri privati, rischia di soccombere invasa da genti, culture, merci e volontà di potenza mentre sta smarrendo tutte le proprie.
Soltanto facendo leva sulla Kultur, sulla volontà di potenza e sulla produzione europea, con vitalità barbara e mettendoci all’altezza dei tempi, se ne potrà uscire vittoriosamente, altrimenti affogheremo tutti e male. Questo è uno dei punti cardinali della mappa da disegnare.
Quali i nemici primari? Londra, Wall Street e le piovre associazioniste clericali e comuniste.
Politicamente, culturalmente e strutturalmente contro di essi si tratta di battersi per creare forza e sistema che consentano di dare un respiro rivoluzionario all’identità europea e alla sua volontà di potenza integrandola con i sovranismi possibili nell’era satellitare e continentale.
Conflitti sociali
L’analisi sommaria all’estrema destra ignora interamente o quasi del tutto quanto abbiamo dettagliato ed è la ragione per la quale il suo antagonismo (interno e/o internazionale) si rivela puerile e sterile. La pigrizia e l’ignoranza che sono prerogative umane – e la destra in questo è troppo umana – non impediscono di registrare però quanto avviene nel sociale, perché, quanto meno se ne parla al bar. Il problema è che se si confondono le cause o se addirittura s’inventano, diventa difficile intervenire in modo che non sia solo speculativo, parassitario, cioè cercando esclusivamente di capitalizzare in voti il malumore di chi chiede invece orientamenti che continua puntualmente a non ricevere.
La situazione, in tal senso è così drammatica, che perfino ora che sembrerebbe facile è stato ancora una volta uno stanco e in altre faccende indaffarato Berlusconi, peraltro schierato per lo Ius Soli, l’unico a fare proposte concrete (rinazionalizzazione della Banca d’Italia e creazione di una Moneta Complementare). Il resto sembra una corsa a capitalizzare i nervi in seggi.
I fatti centrali e incontrovertibili che ci si ostina a cavalcare con toni da fiction sono l’assalto alla produzione e al risparmio, la proletarizzazione delle classi medie, la sostituzione etnoculturale di massa, la cessione di sovranità.
E’ facile, improprio e a volte addirittura infondato prendersela con Bruxelles (che è colpevole come tutto il resto e talvolta lo è anche di meno). E’ la combinazione di più fattori a determinare tutto ciò: l’avvento dell’era satellitare, il dominio di casta della finanza, le politiche internazionali.
Orbene è abbastanza facile identificare localmente i paladini e gli alfieri di questa globalizzazione gangsteristica ma a cosa serve se non si creano alternative?
Alternative incentrate su autonomie politiche ed economiche, in grado di supplire all’evaporazione dello Stato e al tradimento delle istituzioni, su retinazionali e internazionali, sulla salvaguardia di sistemi organici che si articolino e che si garantiscano da soli, diventando soggetti sociali, culturali e politici. E che agiscano in attivo, in positivo, in prospettiva, nella direzione della potenza. Insomma è tempo e luogo di una linea affermativa e radicale ma, soprattutto, radicata.
E per questo servono delle élites consapevoli, preparate e attive.
Che siano anche e soprattutto in grado di non farsi travolgere dalle nuove forme di “strategia della tensione” che soffocano la questione etnosociale in scontro da cul de sac tra minoranze etniche e fossilizzano la protesta politica in crociate reazionarie, regressive, sterili e incapacitanti.
Su tutti i fronti si dev’essere in condizioni di battersi con la propria testa e la propria strategia e non prigionieri d’istinti giocati da strategie altrui,
Questo è il nodo, in Italia come in Europa. Servono élites nazionalrivoluzionarie, sistema autonomo produttivo e centralità per un Polo del Popolo.
Siamo lontanissimi da tutto questo ma negli ultimi mesi ho registrato anche in luoghi solitamente riluttanti l’impulso al rinnovamento, alla ristrutturazione.
Si tratta di procedere a passi cadenzati ma veloci. Uscendo dalle categorie psichiche di destra, di ogni tipo di destra, dalla neocon alla nazionalbolscevica, che si reclami come tale o che si neghi a questa categoria pur essendo impregnata dei suoi difetti.
Serve tutt’altro: un sano vento del Diciannove. Per tutta Europa.

