Se la suonano e se la cantano
Non mettete in croce Giovanni Lindo Ferretti, anche se la tentazione verrebbe, data la transustanziazione di questo emaciato mistico dell’Occidente passato dall’apologia sovietica, togliattiana (‘con ironia’, si capisce), a quella leghista-bossiana e all’assolutismo ratzingeriano.
Non crocifiggetelo, non lapidatelo, non scagliate la prima pietra su questo monaco da Nome della rosa, anche se va, in bilocazione, alla festa de Il Fatto Quotidiano (sabato 7 settembre) e a quella dei Fratelli d’Italia di Atreju (l’11).
DOPPIO FERRETTI. Non sparate su Mastro Lindo se va a discettare di robetta come il relativismo e la famiglia cardine della società («Famiglie, io vi odio», diceva André Gide): anzitutto perché fra Marco Travaglio e Giorgia Meloni, entrambi a loro dire esponenti della destra moderna, forse tutte queste gran differenze non ci sono; poi perché le coscienze canterine, ecumenicamente, danno udienza a chi le cerca; infine, Ferretti è solo un uomo, benché rarefatto.
Ma, prima e dopo di lui, i colleghi che oscillano tra la noia e il dolore, da una chiesa all’altra, da sinistra a destra, non si contano.
MORENO ALLA FESTA DE L’UNITÀ. Sta suscitando clamore il caso, forse esagerato, di Moreno, rapper di Maria de Filippi che va a chiudere la festa de L’Unità di Genova il 7 settembre.
Su un altro pianeta, di cantautori finiti sull’orlo di una crisi mistica e di riflusso, se ne trovano a un soldo la dozzina.
Francesco Guccini, un bel dì, se ne uscì, peraltro su Charta Minuta, rivista di Farefuturo, fondazione vicina ad Alleanza nazionale, che lui comunista non era stato mai: mai letto Karl Marx e gli stava pure stretto l’eskimo (si vede che «Trionfi la giustizia proletaria» era una metafora).
DALLA PREFERÌ ESCRIVÀ A MARX. Lucio Dalla, di cui mai avevamo dubitato la quintessenza, si spostò impercettibilmente prima in territori socialcraxiani, indi arrivò a indulgere a suggestioni integraliste, esprimendo interesse nientemeno che per l’Opus Dei, dichiarando di «preferire Escrivà a Marx» (era il 2007).
Antonello Venditti passava con disinvoltura dal «dolce Enrico», Berlinguer, a frequentazioni più Fini, intesi come i coniugi Gianfranco e Daniela, laziali oltretutto, mentre Roberto Vecchioni, rosso antico, approdava alla rivoluzione arancione di Luigi De Magistris, per il quale avrebbe dovuto dirigere il Forum delle culture (non se ne fece niente): senonché, dopo aver detto peste e corna di certa televisione commerciale, berlusconiana, non disdegnava, il professore con l’eterno sigaro, una visitina alla quintessenza di quella televisione, gli Amici di de Filippi, seguito da un’altra indiscutibile coscienza di sinistra, Fiorella Mannoia.
Prima e dopo di loro, il diluvio di colleghi che facevano di necessità virtù, sposando il diavolo della seduzione pubblicitaria all’acqua santa dei valori, laici o confessionali che fossero.
Gli artisti si adeguano ai tempi (e alle persone)
Per Renato Zero quello con Berlusconi è stato un rapporto di amore e odio.
C’è da stupirsi? Ma no, gli artisti, si sa come sono. Ecumenici. Abiurano, se il caso, ma son troppo spirituali per chiudere le porte. Ateo non è nessuno. Volano alto, sempre più in alto delle beghe parolaie (anche se a volte le rimpolpano).
C’è da capirli: tutto cambia, le decadi si susseguono inesorabili, il personale, da politico che era, ritorna privato, perfino escatologico e bisogna adeguarsi.
ZERO, AMORE E ODIO COL CAV.Renato Zero è uno che, quanto a ieraticità, fa impallidire non solo Lindo Ferretti ma lo stesso papa Pacelli.
Il suo cattolicesimo popolare contiene tutto e il suo contrario: è libertario, libertino, liberale, fondamentalista, tradizionalista e a volte lievemente reazionario. Insomma, variegato.
Oggi Renato ce l’ha parecchio con Silvio Berlusconi, ma nel 1980 gli cedette i diritti di riproduzione dei testi dell’album Tregua, pubblicati su Sorrisi & Canzoni.
GABER, ANARCHICO MA NON IN CASA. C’è da stracciarsi le vesti? Ma anche no, chi è che non cambia mai idea? John Lennon stesso non passò dal peace & love a tentazioni reganiane?
Anche gli incasellati come ‘anarchici’, vedi Giorgio Gaber, avevano le loro Nemesi. L’impareggiabile cantore di una Milano d’antan, si ritrovava in casa una moglie da Milano da bere, berlusconiana di ferro, e di Ombretta Colli diceva: ma è una brava persona. E, da fustigatore di nefandezze borghesi, passò sconsolato a domandarsi: «Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra?». Senza convincere Franca Rame: «D’accordo, ma io Dario (Fo) lo inseguirei con un bastone».
Invece no, agli artisti non si può non perdonare di pensare. Ad Adriano Celentano, il Re degli oscillanti, si perdona proprio tutto, dai silenzi alle elucubrazioni; l’unico a non perdonargliele è proprio Travaglio, che prima ci fa le battaglie grilline e poi, proditoriamente, si ricorda di quanto il cantante era berlusconiano, tendenza Tony Renis.
ZAPPA CROCIFIGGEVA TUTTI. Ma non tutti possono essere carogne a 360 gradi come Frank Zappa, che nello stesso disco riusciva a crocifiggere tutti, destri, sinistri, atei, cattolici, islamici e adepti di Scientology; o impermeabili a ogni suggestione di successo, di pubblico, di critica come Lucio Battisti. Che pensava solo e sempre alla musica. Che a Bettino Craxi una sera rise in faccia davanti a un’allibita Caterina Caselli. Che rifiutò assegni in bianco pur di non apparire in tivù. Che, di fronte alle ignobili calunnie che lo volevano sovvenzionatore dei fascisti di Ordine nuovo, faceva spallucce: «Ma se fatico pure a pagare il biglietto del tram a chi non conosco». E lasciava salire la musica fino al cielo, al massimo si fidava delle parole di Mogol (altro guru inafferrabile).
Non erigete una croce per Lindo Ferretti: rischiereste di disboscare l’Amazzonia.
