
L’imbarazzante pomeriggio di Piazza del Popolo
Imbarazzante.
Non trovo altre parole per descrivere la mia esperienza in Piazza del Popolo tra i cosiddetti Forconi.
Non ci si poteva attendere granché né come quantità né come qualità visto che un movimento nato a casaccio e orientato ancor più a casaccio, in pochi giorni era già diviso tra vari galli e pollai.
Di sicuro ci si poteva aspettare che venisse qualcuno in più. Invece il totale nella piazza era inferiore a quello della manifestazione romana di CasaPound dell’anno scorso.
A voler essere indulgenti ci saranno state quattromila e cinquecento persone. Di cui quattromila erano vecchi o giovani attivisti presenti all’appuntamento, ma con chi?
Cinquecento persone o forse sei o settecento persone “comuni”, alcune delle quali venute da varie parti d’Italia e tra queste una trentina di esagitati che, felici di avere a disposizione un pubblico una volta nella vita, sbraitavano slogan a squarciagola.
Imbarazzante.
Confusamente
Vediamola altrimenti: la reazione delle fasce sociali che si lamentano per il serrate fiscale nasce da ragioni sacrosante e per di più è espressa da varie categorie che non si sentono, né sono, più tutelate né rappresentate da nessuno.
Tuttavia il loro trasporto è reazionario, sia come psicologia sia come proposte.
Proposte reazionarie in quanto qualunquiste (“tutti a casa”) o regressive (“fuori dall’Europa”) e comunque nostalgiche (“la sovranità democratica, la Costituzione”):
Non ne hanno colpa eccessiva visto che non riescono ad ottenere orientamenti validi da una qualche avanguardia politica.
Che dovrebbe essere quella neofascista, che ci si è tuffata a pesce, che mostra comprensibili e anche giustificati limiti concettuali e programmatici quando non addirittura ideologici.
Fatto sta che questo si ripercuote in almeno tre mancanze fondamentali.
Mentalità
La prima mancanza è di tipo metodologico.
Cosa fare rispetto ad un movimento senza guide né prospettive?
Esistono solo tre strade percorribili: la prima è cercare di farne ragionare le componenti partendo dalle dirigenze. Vista la natura esibizionistica e individualistica nonché l’indole reazionaria che pervadono questo movimento, sarebbe tempo perso.
La seconda strada percorribile sarebbe quella di creare un’isola forcona del tutto autogestita e porsi, esemplarmente, come modello aggregante. Non ci sono le condizioni.
La terza sarebbe d’individuare una provincia (possibilmente veneta o lombarda) e di agire lì esportando idee programmatiche concrete, fondate sulla sinergia che portino alla costituzione di finanziarie di categoria che facciano ripartire gli investimenti e di lì, a macchia d’olio, creare, insieme, un modello.
Ma è necessario, per questo, assumere una mentalità strategica, perfino cinica.
Deliri
La seconda mancanza è di genere strategico.
Ho ascoltato autentici deliri a proposito del crollo imminente di un sistema in crisi.
Purtroppo queste illusioni masturbatorie sono frequenti.
Che si confonda la crisi sociale e istituzionale, ampiamente pilotata dai poteri finanziari, con una crisi del sistema, è anche questo imbarazzante. E’ come credere che la “crisi” del ’29 sia stata una crisi bancaria e non una crisi economica condotta dalle banche.
E’ difficilmente immaginabile che qualcuno che si sbaglia così grossolanamente sul potere e sul reale possa offrire soluzioni ai ceti sociali in ebollizione.
Anche perché il format di potere quando c’è una facile previsione di un malcontento endemico, è sempre lo stesso. Lascia che l’irritazione si manifesti quanto prima e nei modi più disarticolati che sia possibile. Sa che, nello spontaneismo, il malcontento si trasforma in una protesta cronica che si esprime senza mettere in pericolo alcunché e che, nella sua autorappresentazione quotidiana, si neutralizza da solo. Gli anni settanta e il biennio rosso ne sono l’esempio eloquente.
Se chi si vuole come avanguardia politica confonde questi disagi con sintomi di un’imminente crisi di sistema non può offrire alla gente arrabbiata delle soluzioni di contropotere autonomo ma può soltanto finire colpevolmente e stolidamente in un cul de sac.
Se ha invece la lucidità e la tenacia per attrezzarsi per partite lunghe e lunghissime, allora e solo allora inizia ad assumere un minimo di coscienza rivoluzionaria senza la quale tutto è inutile.
Vicino e lontano
La terza mancanza sta nell’individuazione del nemico.
Ho sentito parlare solo della casta politica e di Bruxelles.
Il punto è che questa casta politica è l’espressione di questo popolo, non solo perché questo popolo la vota ma perché essa non è altro che la corrispondente dell’individualismo furbetto e parassitario che ci contraddistingue da decenni.
Bruxelles poi non è il centro del male: è un luogo d’incontro e di scontro di più poteri valutari, politici, industriali ed economici; all’interno, ovviamente, di un sistema capitalista e mercantilista (ossia comunista). A Bruxelles s’incontrano e si scontrano i nostri nemici (La City e la Sterlina), i nostri unici possibili amici (la Germania con cui continuiamo a prendercela riuscendo ad essere i soliti utili idioti degli inglesi) e chiunque esprima un minimo di politica propria.
Lo fanno tutti, non noi. Non noi che non abbiamo mai portato nulla, che non abbiamo mai trattato nulla, che abbiamo sempre restituito i fondi comunitari con cui invece la Spagna si è rilanciata per decenni, e questo perché non eravamo neppure capaci di spenderli.
Non noi che non abbiamo una politica agricola o industriale.
Non noi che abbiamo la burocrazia passiva più scandalosa del pianeta che ha stroncato Bertolaso nel momento stesso che a L’Aquila dimostrava la possibilità di uscire dall’impasse aggirandola e dimostrando così che è un ascesso da esportare.
Non noi che abbiamo il tasso fiscale più elevato al mondo, che non è stato stabilito a Bruxelles, e che le imposte le lasciamo evaporare in spese inutili e improduttive.
Non noi che, probabilmente unici al mondo, abbiamo la cassa integrazione a spese statali.
Non noi che siamo servili, arrangioni e parassitari.
Il nemico allora identifichiamolo dov’è: a Londra, a Roma e dentro di noi.
Non è un dettaglio da poco perché se è bello veder sventolare il tricolore lo è un po’ meno vederlo fare in chiave anti-europea.
Visto che: “Fascismo, Europa, Rivoluzione”.
E che non sia questa l’Europa che ci piace lo sappiamo tutti, ma sappiamo pure che non è questa l’Italia in cui ci si può riconoscere e allora non prendiamoci in giro alimentando chimere retroattive che non solo sono anacronistiche me s’impregnano inesorabilmente di nostalgismi democristiani e che sono gradite soprattutto a Londra.
Altrimenti c’incartiamo e, soprattutto, li incartiamo.
Perché di soluzioni percorribili, radicalmente alternative, ce ne sono a iosa ma vanno delineate accantonando i pregiudizi devianti.
Colmare il gap
Se non si colmano in fretta queste mancanze non si può offrire granché, né ai Forconi né ad altri. Perché questo è il vero problema: fare il salto di qualità, e il lavoro su noi stessi, per trasformarci e porci all’altezza di un compito. Che trascende e travalica di sicuro la grottesca carrellata di Piazza del Popolo e gli ammiccamenti di sottecchi di cui ci si è nutriti; un compito che va verso un’articolazione futura.
Il problema è che loro non sanno cosa fare e neppure quando e come. Ma purtroppo è evidente che per ora non lo sappiamo neanche noi. Sicché ci si diverte ad alimentarsi reciprocamente d’illusioni improponibili e di parole d’ordine sensazionalistiche che non portano a nulla.
“Tutti a casa!” gridavano in quella piazza imbarazzante. Sì. A casa noi. A pagare l’Imu.
Perché se non ve ne foste accorti questa casta “travolta dagli eventi” è così spaventata dai presidi di piazza che l’ha rimessa proprio ieri.
Ma noi intanto siamo contenti.
Ci basta davvero poco.
Proviamo a farci bastare qualcosa di meno, una volta tanto.
Sarebbe davvero il caso.

