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Diritto ultimo atto?

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Attese per oggi le sentenze contro Stormfront che hanno un significato che va oltre il processo

 

Oggi sono attese le sentenze per gli imputati di Stormfront.
Il loro delitto? Aver sostenuto delle opinioni dichiarate fuorilegge sui rapporti tra le etnie e le culture e sulle motivazioni e cause della nostra decadenza.
Queste opinioni sono dichiarate fuorilegge anche se le leggi che le dovrebbero vietare non sono state ancora introdotte in Italia grazie all’opposizione congiunta di una minoritaria sinistra ebraica e soprattutto del Vaticano ai tempi di Benedetto XVI. Ciononostante, il reato, anche se formalmente non sussiste, è stato sostanzialmente contestato ai prigionieri (perché sono in galera, lo sapevate, vero?).
E questo benché il delitto d’opinione sia stato commesso in uno spazio giuridico, quello americano, dove non esiste né formalmente né sostanzialmente.
Il processo a Mirko Viola e ai suoi coimputati, in corso al tribunale di Roma, sta affermando questa perla giuridica: non solo si può essere condannati per reati d’opinione ma anche se questi sono stati commessi senza violare la legge e addirittura dove il Diritto rifiuta categoricamente che siano perseguiti.
Il reato d’opinione sostanzialmente commesso pur senza violare il codice, è così grave che nei confronti degli imputati sono stati chiesti cinque anni di reclusione.
Ovvero sei mesi di più di quanto è stato recentemente richiesto per uno stupro di branco.
Ma è evidente: pensare in modo scomunicato è molto più grave che non rapire e violentare una ragazza!
Qualcuno lo potrebbe mettere in dubbio?
Nessuno direi.
Almeno a giudicare dall’interesse che questo processo ha suscitato negli ambienti garantisti, tra le persone intelligenti, i giornalisti, gli intellettuali e perfino le forze “antagoniste” a iniziare da quelle che sono supposte avere qualcosa in comune, se non altro nella genesi storica, culturale e simbolica, con gli accusati.
Ma c’è un altro aspetto di questa faccenda drammatica che si tende a prendere sotto gamba.
Gli imputati sono accusati di essere razzisti, discriminatori, insomma impresentabili e, quindi, essere accostati a loro comporta un forte disagio.
Né più né meno di quello che accadde ai Reduci nel 1945 di cui spesso si vergognavano anche le famiglie per paura della “scomunica”.
Sicché essi sono dimenticati, considerati comunque colpevoli dai loro stessi camerati anche se probabilmente nessuno sa esattamente cosa abbiano scritto e come.
Conta di più prendere le distanze da loro, anche solo non facendosi notare, piuttosto che battersi affinché un delitto d’opinione, qualunque esso sia, non possa essere contestato.
Invece si preferisce giustificare l’esistenza del delitto d’opinione e ignorare gli imputati, magari avendocela anche con loro perché, in fondo in fondo, si condividono la scomunica e l’ideologia fondante della scomunica.
Ovvero, come alla fine di 1984, il ribelle si accorse di amare il Grande Fratello.
Ma continuerà a ribellarsi: su facebook e sempre in modo cortese e corretto.
Intanto la corte deciderà la sorte di persone che hanno osato esprimere un pensiero poco salottiero.
E anche, ma non se n’è ancora accorto nessuno, il futuro del Diritto.
 

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