giovedì 19 Febbraio 2026

E’ cambiata la musica

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Tutti in fuga dalla corte del pd

Peggio di quell’altro Moreno, l’arbitro. Tempi duri per la popolarità del rapper Moreno Donadoni, bersaglio di critiche, attacchi e – certamente – ironie. Ha vinto Amici, già. Ma da qualche ora intorno a sé sono aumentati i nemici. E chissà cosa succederà domani sera, quando salirà sul palco della Festa nazionale del Pd di Genova per l’atteso concertone. «La mia musica non c’entra nulla con il Pd» ha detto il cantante in un’intervista a “La Repubblica”, dove ha precisato che «il mio concerto e la Festa democratica sono due cose diverse». Una presa di distanza che si è presto rivelata un boomerang contro il giovane cantante del “Confusione tour”, anche se c’è pure chi sconsolatamente ammette: «Un mese fa ci ha schifato De Gregori. Adesso ci ha schifato Moreno. Fra un mesetto ci schiferà Cristina D’Avena». (E magari i Puffi confluiranno in Scelta Civica, aggiungiamo noi). 

Ma di cantanti contesi, schifati e usati come bandiera politica sono piene le pagine di storia della musica italiana. Come dimenticare – accadde poco più di due anni fa – il caso Gigi D’Alessio a Milano? Il comitato elettorale di Letizia Moratti decise di affidare a lui il concerto per la sfida con Pisapia sotto la Madonnina. Ma non avevano fatto i conti con gli alleati leghisti e il loro “Canten tucc luntan de Napoli se moeur, ma poi i vegnen chi a Milan”. Cioè: un napoletano per sostenere la Lega a Milano? Raffica di polemiche e alla fine il signor Tatangelo si rifiutò di suonare. Pisapia, sorridendo, passò all’incasso. 
Proprio la Lega da anni sventola il “suo” cantante, quel Davide Van de Sfroos che, chitarra in mano e dialetto laghée nel microfono, non si è mai fatto mancare esibizioni alle Feste dell’Unità, a quelle di An e pure qualche comparsata al Meeting di Cl di Rimini. «Io leghista? Mai votato il Carroccio» va ripetendo da sempre, ma sotto il suo palco sventola il Sole delle Alpi. 
E chi dire di Rino Gaetano e della sua eredità contesa? Chissà cosa penserebbe il suo operaio della Fiat 1100 vedendo il faccione di Rino sui manifesti di Casapound. Va bene il suo non “reggaere” più sia la “Dc Dc” che il “Pci Psi”, va bene che per un cantante, negli Anni 70, non schierarsi e non combattere per la causa di studenti e operai equivaleva ad essere bollato come «fascio», ma Salvatore Antonio detto Rino tutto pensava tranne che di diventare icona dei «fascisti del terzo millennio». Lui era un menestrello, un giocherellone delle parole che prendeva in giro tutto e tutti. Ma attenzione: non un superficiale come molti cantanti del giorno d’oggi, che non si schierano per convenienza, per vendere dischi a destra e a manca. Rino era un po’ come Gaber, che con il suo Destra-Sinistra ha messo in chiaro, giustificandola, la volontà di non essere etichettato (salvo poi trovarsi vessillo di Grillo e del Movimento Cinque Stelle nella loro «lotta contro il sistema»). 
L’elenco è lungo e sicuramente un posto di primo piano lo occupa Lucio Battisti e quel sospetto mai chiarito fino in fondo di essere un «fascista», alimentato dal fatto di non aver mai sposato esplicitamente le cause della sinistra. I boschi di braccia tese, il Mare Nero e la ragazza «chiara e trasparente come me» che sembrava alludere alla purezza della razza. Salvo poi scoprire che nella Spagna nera, dove c’era un dittatore vero come Francisco Franco, le sue canzoni furono censurate. Per arrivare ai giorni nostri e alla delusione che in molti a sinistra hanno avuto ascoltando il (divertentissimo) Complesso del Primo Maggio di Elio e Le Storie Tese, una presa in giro in perfetta regola dei riti e dei cliché che ogni anno si alternano sul palco di piazza San Giovanni. A proposito di Elio e di San Giovanni (Sesto, però): sabato 14 settembre gli Elii suoneranno alla Festa Democratica milanese al Carroponte. Si esibiranno sul palco principale e proprio per questo il dibattito politico di giornata è stato scansato su un palco secondario. A farne le spese il povero Bersani. Pier Luigi, non Samuele. 

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