giovedì 19 Febbraio 2026

Ed ecco quelli che ce la portarono

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Sessantanove anni fa gli aerei dei padrini bombardavano Roma

 

Dalle basi dell’Africa settentrionale, la mattina del 19 luglio 1943 si levarono in volo ben 662 bombardieri statunitensi, scortati da 268 caccia. Gli aerei volavano a ventimila piedi di quota, per evitare il fuoco nemico della contraerea italiana. Nel corso del bombardamento persero un solo velivolo, abbattuto nei pressi di Pratica di Mare. Un tentativo di contrasto dell’azione aerea alleata fu tentato da 38 caccia italiani, 3 dei quali furono abbattuti. In poco più di due ore d’incursione vennero sganciate circa 4000 bombe, per un totale di 1060 tonnellate di esplosivo.

 

 

LA CRONACA DELLA GIORNATA:

 

L’attacco aereo si sviluppò in sei ondate successive e colpì soprattutto gli scali ferroviari Littorio e San Lorenzo, e gli aeroporti Littorio e Ciampino. Gli obiettivi principali erano quelli che oggi diremmo “sensibili”, quali appunto le strutture ferroviarie ed aeroportuali necessarie per lo spostamento di truppe, merci e rifornimenti. Chiaramente si puntava a mettere in ginocchio le già provate strutture produttive e le reti di comunicazione del paese. Ma come ben sappiamo a fare le spese più tragiche dell’incursione aerea alleata saranno soprattutto gli abitanti del popolare quartiere di San Lorenzo, e quelli del quartiere Prenestino. Gli ordigni caddero su via dei Volsci, via dei Sabelli, via dei Sardi, via dei Marrucini, via dei Vestini, via degli Enotri, via degli Equi, piazzale Prenestino, via di Villa Serventi, via Casilina, e la lista è ancora molto lunga. I cortili, le loggette, i ballatoi e i luoghi di svago e socializzazione vengono sventrati dal fuoco distruttore delle bombe. In via dei Marsi venne colpita la “Casa dell’infanzia” di Maria Montessori. A via dei Latini due palazzi vennero completamente distrutti. In via dei Marrucini una bomba penetrò sino alla cantina dove si erano rifugiate diverse persone, in maggioranza donne e bambini. Ne morirono 97. I vigili del fuoco impiegarono sei giorni per tirare fuori i cadaveri. Anche l’orfanotrofio di via dei Sabelli venne colpito, e dopo trentasei ore di duro lavoro i vigili del fuoco estrarranno i cadaveri di 78 bambini e 6 suore. Il pastificio Pantanella, vicino a Porta Maggiore, bruciò per tre giorni prima che i vigili riuscirono a domarne completamente le fiamme. Lo stesso cimitero del Verano subì grandi devastazioni, con le tombe divelte e le salme dei defunti che si mescolarono ai cadaveri della gente, sorpresa dai bombardamenti, mentre si trovava al cimitero per pregare sui sepolcri dei loro cari. La Basilica patriarcale di San Lorenzo, una delle sette basiliche della tradizione giubilare, subì gravissimi danni. La lista dei danni è ancora lunghissima, come quella delle vittime, stimate in almeno 3000 persone che persero la vita in quel tragico giorno. Ma non si è mai riusciti a stimare con precisione il numero complessivo delle vittime, i resti di alcune delle quali non sono mai stati ritrovati. Nell’ambito dei tragici avvenimenti di quel giorno riporto queste brevi riflessioni del figlio di un sopravvissuto al bombardamento, il sig. Maurizio Fedele, residente al quartiere Prenestino-Labicano:

“Mio padre – che è un genitore modello e (ci tengo a dire) ha voluto per me un’educazione cristiana (…) ha perso la fede in Dio per una tragedia di guerra: il bombardamento della Chiesa di S. Elena a Ponte Casilino, dove nel ’43 morirono centinaia di fedeli lì riuniti in preghiera.”

Un ulteriore carico di orrore emerge dalle parole del sig. Franco Ergasti, altro sopravvissuto dei bombardamenti, sepolto dalle macerie e salvato da un soccorritore:

“Non lo hanno mai voluto raccontare, ma quei piloti si divertivano a sparare sui bambini e sui civili che scappavano. Sulla linea dritta della Tiburtina si abbassavano e sparavano. Andate a vedere sugli alberi di piazzale del Verano, quelli più vecchi. Ci sono ancora i fori dei proiettili”.

Non serve aggiungere altro, bastano queste testimonianze per ricordarci ancora che le guerre riescono a tirar fuori soltanto il peggio dall’animo umano, in evidente contrasto con quelle istanze di solidarietà e altruismo che quel giorno videro protagonisti, ancora una volta, i vigili del fuoco.

Nel corso dei lavori e della sistemazione dei locali che oggi ospitano il Museo storico dei vigili del fuoco di Roma, è stata ritrovata, abbandonata e dimenticata (1), una lista originale scritta con calligrafia chiara e precisa da un vigile del fuoco di quegli anni, probabilmente nell’atto di riordinare le sequenze relative al numero e ai dati degli interventi effettuati in quel giorno. Una lista molto lunga, a testimonianza della tragicità degli eventi e all’eccezionale quantità di lavoro che dovettero affrontare e fronteggiare i vigili del fuoco.

Nella lista vengono citati gli indirizzi nei quali si è intervenuti, con le rispettive autovetture e squadre giunte sul posto. Vediamo ad esempio che il Carro crollo della Centrale venne inviato in un non meglio precisato Stabilimento ausiliario di via Principe Amedeo. Alla stazione Portonaccio giunse la terza partenza Centrale, la terza partenza Salaria e un l’autobotte tuscolana (probabilmente erano attivi dei presidi mobili sparsi per la città, in considerazione del periodo particolarmente critico a causa dell’evento bellico in corso). Alla città universitaria venne inviata la prima partenza Trionfale e all’Aereoporto Littorio una non meglio specificata seconda partenza, un autobotte Salaria e 2 autobotti Governatorato. Un Isotta Fraschini venne inviata in via di Tor Pignattara, e in via Prenestina giunse un “1100 trasporto acqua potabile”. La lista continua, molto lunga e molto interessante. Le squadre dei castelli fronteggiarono la situazione all’aeroporto di Ciampino, dove giunsero la prima partenza Marino e la prima partenza Albano. Alla Scuola Cavalleria di Tor di Quinto giunse l’ “Autopompa 626 Trionfale”. Venne colpito anche il “Centro Chimico Militare”, probabilmente all’interno della città universitaria, dove fu inviata la seconda celere Centrale. A Largo dei Volsci giunse anche un “Unità Rieti” più altri “uomini” delle unità di Frosinone e Viterbo. Il “Carro crollo” con 50 uomini della “Caserma Collazia” fu impegnato nel quadrilatero compreso tra Via dei Marrucini, via degli Equi, via dei Latini e Piazzale Prenestino.

La lista continua ancora, e sicuramente ci sono altri spunti interessanti da approfondire. Questo vero e proprio documento inedito è tornato alla luce negli ex sotterranei del distaccamento di Ostiense, oggi sede del Museo storico, a ricordarci l’orrore di una delle più funeste giornate della storia di Roma, in uno dei più difficili momenti dove i vigili del fuoco della città sono stati mobilitati al completo, per fronteggiare, come era già accaduto ai colleghi di Milano, Torino e diverse altre città d’Italia, le terribili conseguenze di un violento e distruttivo bombardamento. Un ultimo dato interessante che emerge dalla lista, è l’informazione riportata sulla stessa secondo la quale alle 23.34 vi fu un altro allarme e nuovi bombardamenti che causarono altri crolli, incendi e l’invio delle squadre dei pompieri.

 

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