mercoledì 15 Aprile 2026

I Kamikaze del Reich

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Ma ci furono anche volontari nella Rsi

Il progetto venne annunciato e ci furono svariati volontari. Ma come non ritenere tra questi anche i piloti dell’Aeronautica Nazionale Repubblicana che si lanciarono con i loro apparecchi contro le Fortezze volanti americane per abbatterle in difesa delle città italiane?

Quando, il 7 aprile 1945, centottanta caccia monomotore Messerschmitt BF109 della Luftwaffe decollarono dai loro aeroporti in Germania, i piloti che si trovavano ai comandi sapevano che quello sarebbe potuto diventare il loro ultimo volo: dirigendosi verso Berlino, intercettarono una formazione di bombardieri americani B17 Flying Fortress e B24 Liberator, pronti a sganciare centinaia, se non migliaia, di tonnellate di bombe sopra la capitale del Reich. Giunti a contatto visivo, spinsero i motori al massimo: il loro obiettivo era quello di speronare i velivoli nemici, cercando di abbatterne il maggior numero possibile. A differenza, però, dei kamikaze giapponesi, i piloti della Luftwaffe avevano l’ordine di gettarsi con il paracadute pochi istanti prima dell’impatto, così da riprendere i comandi di questi “arieti volanti” e portare nuovi attacchi. Scelti personalmente dal Colonnello Hans Joachim Herrman, facevano parte del Sonderkommando Elba, un’unità speciale di avieri, selezionati tra i migliori che la Luftwaffe poteva ancora annoverare nel 1945; tra coloro che si distinsero maggiormente quel giorno vi fu Heinrich Rosner che riuscì ad abbattere ben due bombardieri americani: dopo aver colpito un B24 Liberator del 389° Gruppo da Bombardamento ed essere riuscito a gettarsi con il paracadute, l’aereo ormai ingovernabile andò ad impattare violentemente contro un secondo velivolo americano. Ma era la caduta delle aquile: a fine guerra, l’aviazione tedesca perse quasi trecentomila [sic; il numero di dodicimila tra caduti e dispersi appare più attendibile, ndr] piloti e un totale di novantaquattromila aerei.
E pensare che la storia della Luftwaffe nella Seconda Guerra Mondiale non era nata sotto i migliori auspici: due settimane prima della campagna di Polonia, il 15 agosto 1939, nei cieli di Neu Hammer, due squadriglie in addestramento con i bombardieri biposto Junkers Ju87 Stuka si schiantarono al suolo in una palla di fuoco, mentre sperimentavano le tecniche di attacco al suolo ideate da Hans Jeschonnek. Chiunque avrebbe desistito dopo una simile tragedia, ma non Adolf Hitler che ordinò a più di trecentotrentacinque Stuka, quindici giorni dopo, di sperimentare in guerra gli assalti dal cielo di questi aerei, che quasi “depositavano” con precisione teutonica sull’obiettivo i loro carichi di bombe. Bastarono appena tre giorni per ridurre al silenzio l’aviazione polacca; stesso destino subì, il 10 maggio 1940, il grande aeroporto militare de L’Aja, mentre quasi simultaneamente altre formazioni di Stuka scaricavano con altrettanta precisione tonnellate di esplosivo contro il forte belga di Eben Emael, a nord di Liegi, aprendo la strada alle divisioni meccanizzate e corazzate verso la Francia. Molto spesso, poi, la caccia anglo-francese, quando rientrava alle proprie basi in Francia, trovava le piste d’atterraggio e gli aeroporti distrutti, tanto che l’unica speranza di salvezza per i piloti rimaneva quella di eiettarsi fuori dai velivoli.
Il prossimo avversario della Luftwaffe, però, sarebbe stata la Royal Air Force britannica che, con i suoi Spitfire e gli Hurricane, si sarebbe rivelata un pericolo mortale per gli Ju87: volando tra i 540 e i 600 km/h, per i piloti inglesi era quasi uno scherzo abbattere i lenti Stuka, che volavano ad appena 280 km/h mentre, in fase di picchiata, si preparavano a compiere il loro assalto al suolo. Ma l’aviazione del Reich era pronta a sfoderare due caccia che per prestazioni uguagliavano gli Spitfire e gli Hurricane: ai comandi dei Messerschmitt BF109 e dei Focke Wolf 190, la RAF inglese fu posta quasi in ginocchio. La battaglia di Inghilterra poteva davvero essere vinta se, il 15 agosto 1940, il Feldmaresciallo Hermann Göring, ministro dell’aviazione, non avesse diramato l’ordine forse più insensato di tutto il conflitto: “È inutile proseguire gli attacchi contro le stazioni radar dell’Inghilterra, dal momento che non le abbiamo messe fuori uso”.
Se in molti, ancora oggi, vedono la sconfitta definitiva delle forze dell’Asse nelle tre decisive battaglie del 1942 (Midway, El Alamein e Stalingrado), il declino ebbe inizio con quella decisione presa a Karinhall in una calda giornata dell’agosto 1940: non colpendo più le stazioni radar inglesi, la caccia britannica fu sempre in grado di stabilire con assoluta precisione la direzione e la rotta degli aerei della Luftwaffe. Furono sacrificati i piloti migliori, gli apparecchi migliori, contribuendo a determinare quel drammatico e disperato epilogo che ebbe il suo culmine con il Sonderkommando Elba che, in quel 7 aprile 1945, riuscì a colpire quindici bombardieri americani, distruggendone però solo otto di essi. Nelle parole di Amilcare Giovanditto, storico militare, con la sconfitta nella battaglia di Inghilterra, “Non ci fu più una vera guerra aerea, ma un unico, continuo olocausto da parte dei piloti della Luftwaffe. Una eccezionale ghirlanda di episodi di disperato valore”.

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