e gli intrecci delle potenze coinvolte
Cosa succede in Iraq, e nell’ormai dimenticata Siria, non sono di certo i telegiornali a farcelo capire.
Mala fede a parte, probabilmente, non lo sanno neanche loro.
Questi feroci tagliagole che tutti inorridiscono con chi stanno e chi sta con loro?
L’Isis che ha proclamato Il Califfato Islamico e che lo scorso mese ha minacciato di colpire Roma (minaccia presa sul serio a giudicare dall’attivazione delle fporze di polizia nella Capitale) è un acronimo inglese che sta per Stato Islamico d’Iraq e Siria.
Questi tagliagole sono djihadisti waabiti, secondo alcuni sarebbero salafiti.
Forse filiazione o scissione di Al Qaeda, essi fanno capo a Riad, a quell’Arabia Saudita che è sempre stata la grande alleata dell’Occidente nel corso delle sue crociate demenziali tramite le quali sono stati abbattuti Saddam, Gheddafi, è stato attaccato Assad, si è assassinato Massoud e poi sono stati deposti anche dei leaders tutto sommato filo-occidentali quali Mubarak e Ben Alì.
Gli Usa alla fonte e poi Israele
All’origine ci stanno gli americani, Al Qaeda è la traduzione di La Base che in gergo esprime la sezione operativa dei servizi americani e il suo nome indicava infatti l’antenna della Cia incaricata di operare in Pakistan e in Afghanistan sotto il comando di Osama Bin Laden, socio in affari della famiglia Bush, scomparso a metà anni novanta ma tenuto virtualmente in vita per attribuirgli l’azione golpistica delle Twin Towers fino a farlo virtualmente morire da Obama per giustificare il disimpegno americano in Iraq.
Poi c’è Israele che, con molta più accortezza della Casa Bianca, si mise a giocare gli djihadisti contro i socialnazionali e anche tra di loro e che, in particolare, sostenne i salafiti, ovvero gli eretici ultra-internazionalisti. Si noti che né Al Qaeda né i salafiti hanno mai colpito un obiettivo ebraico.
Cheney secondo Obama
In terza battuta abbiamo la variante Obama della strategia Cheney.
La strategia Cheney è quella che a fine anni novanta recitava così. “Si va verso l’esaurimento delle scorte di petrolio. Il petrolio americano ha grandi costi d’estrazione perché giace in profondità. Dobbiamo occupare le fonti energetiche per rendere i nostri alleati definitivamente dipendenti da noi. E’ d’uopo poi aumentare le tensioni per fare aumentare i costi del petrolio in modo da rendere competitive tanto l’estrazione di profondità quanto le ricerche alternative”. Detto fatto. Anche se dell’aumento dei costi beneficiarono l’Iran, la Russia e il Venezuela, offrendo l’impressione, soprattutto le ultime due, di creare politiche alternative, gli Usa sono riusciti a portarsi dallo stato di dipendenti energetici a quello di autonomi e, ora, con il loro shale gas e shal oil si annunciano futuri esportatori. Una vera e propria rivoluzione che, sommandosi al potere satellitare e allo strapotere militare, nonché al ruolo finanziario, pone gli Stati Uniti almeno un piano su tutti gli altri nel provare a gestire gli sconvolgimenti dovuti alla Cina, agli emergenti e alla bomba demografica.
Per fiancheggiare questa strategia, collegandola alla teoria dello “scontro di civiltà” così caro al
Pentagono, Obama scatenò le “primavere arabe” armando e proteggendo gli djihadisti. Gli riuscì per un certo tempo di coinvolgere insieme l’Arabia Saudita e il Qatar, la Turchia ebbe la capacitò di rimanere abbastanza ai margini scatenando così le ritorsioni americane contro Erdogan, finora miseramente fallite.
Cambio di alleanze
Le carte vennero sparigliate da Israele.
Malgrado l’odio che Tel Aviv provava nei confronti di Saddam, già all’epoca manifestò perplessità per l’eccessivo sostegno fornito dagli americani ai fondamentalisti. Le cadute di Mubarak e di Gheddafi aprirono diverse crepe cui Tel Aviv reagì organizzando il no occidentale all’assalto finale contro Damasco, lasciando Obama di sasso. Lo scacco americano fu sbandierato come un successo russo ma Mosca aveva accettato il negoziato e furono Tel Aviv e Pechino a risultare decisive.
Obama non poté intervenire mettendo così in imbarazzo i suoi alleati djihadisti.
A Tel Aviv fu colta l’occasione per accordarsi con Riad e con Mosca.
L’Arabia Saudita era disposta a cedere in Egitto e in Libia – dove tra l’altro forte è l’influenza qatarina sulle bande armate – ma non sull’Iraq e la Siria. La spartizione che fa comodo a tutti a Riad andava bene solo se le si fosse lasciato dominare Mosul e la sua zona petrolifera.
Frattanto l’alleanza speciale Mosca-Tel Aviv siglata a partire dallo scorso novembre si concretizzava nell’abbandono finale dei palestinesi e nel sostegno a Israele per l’ottenimento delle concessioni del gas sottomarino a largo di Cipro.
In perfetta triangolazione, la Russia stringeva rapporti energetici con l’Arabia Saudita e andava così a finanziare lo sforzo bellico dell’Isis dopo che gli americani, per via dei cambi d’alleanze, si erano tirati indietro.
Intanto Tel Aviv e Riad favorivano il golpe in Egitto che poneva in sella al-Sisi (primo effetto la chiusura del tunnel per Gaza) e progettavano l’invasione della Libia da parte egiziana e algerina.
Le risposte americane
La fragile costruzione di Obama si è andata sfilacciando. Per gli Usa è un male minore perché i loro obiettivi strategici nell’area sono quelli dell’alta tensione, del rendere quanto mai ardue le politiche comuni tra Europa e Mondo arabo e di creare una dorsale stabilizzata per il gas-oleo-dotto che tenga l’Europa non dipendente dalla Russia; dorsale sulla Via della Seta che sarà anchearteria del narcotraffico e del traffico di armi.
La Torre di Babele della Casa Bianca quindi è puramente sul piano tattico.
Resesi difficili le relazioni con Tel Aviv e Riad e delicate quelle con Ankara, gli americani stanno oggi giocando a fondo la carta di Teheran come denuncia il Cremlino, rivendicando al tempo stesso la sua alleanza con Russia e Israele.
L’Iraq
E qui torniamo all’Iraq. Quell’Iraq destabilizzato secondo la strategia Cheney e la dottrina Huntington sullo “scontro di civiltà” (in dieci anni oltre duecentomila vittime civili di quel disastro procurato). Quando gli americani intrapresero il disimpegno, il generale e dirigente della Cia David Petraeus decise di finanziare anche i sunniti. Fino ad allora, per l’accordo di ferro con Teheran, gli Usa avevano sostenuto gli sciiti, tra i quali si annoverano i boia di Saddam.
In previsione del disimpegno finanziarono anche le fazioni avverse volendo mantenere il Paese nel caos. Al Maliki, più realista del re, non ascoltò neppure gli ammonimenti iraniani in merito sulla distensione con i sunniti e decise di sottometterli. Al punto che nel 2010 smise di pagare gli stipendi ai militari delle zone sunnite. Questo alimentò l’opposizione, non solo djihadista ma anche baatista; ovvero socialnazionale.
L’Isis ne trasse beneficio e iniziò a impazzare nelle terre di nessuno tra ambo i Paesi apportando il suo corredo di esaltazione e di atrocità inaudite.
Per lungo tempo si trovò ad essere alleata oggettiva dei baatisti. Fin quando, lo scorso giugno, commise una strage di cristiani che spinse i baatisti a dar loro guerra e a cacciarli da Mosul.
Non è chiaro chi oggi controlli realmente quella città ancora contesa.
Washington muove
Che fanno gli Stati Uniti?
Si prefiggono due obiettivi: la guerra civile continua e la partizione delle fonti petrolifere.
In tal modo hanno ultimamente operato come bilanciere tra l’Isis e al Maliki. Dopo lo smottamento saudita, russo e israeliano la scelta è diventata obbligata: sostenere il governo sciita con il pensionamento dell’ingestibile al Maliki, scaricato ipso facto dalla stessa Teheran.
Ecco come mai hanno preso a bombardare l’Isis in marcia dopo averlo lungamente armato.
D’altronde con la scusa di bombardare l’Isis e con la confusione che c’è, probabilmente bombarderanno soprattutto i baatisti che dell’Isis non sono più alleati e che di questori sciiti sono nemici.
La “sconfitta” irano-americana
Quali sono gli effetti di questo caos attribuito in toto a una milizia che, tra Iraq e Siria, non dovrebbe raggiungere le cinquemila unità di combattenti?
Si è favorita l’indipendenza curda permettendo al Kurdistan – oggi ufficialmente alleato americano nel contrastare l’Isis con effettivi trecento volte superiori a quelli dei tagliagole – di annettere il suo santuario Kirkuk che con 22 miliardi di barili di riserve petrolifere assomma il 15% delle risorse irachene. E come “sconfitta” americana non c’è che dire!
Si sono alimentate aspirazioni scissioniste nel sud sciita che federebbe nove provincie petrolifere nella zona di Bassora; un regalo a Teheran e Pechino.
Pare infine che si manterrà a lungo la guerra etno-relgiosa proprio nella dorsale dove dovrà passare il nuovo gas-oleo-dotto frutto di un accordo anti-russo e anti-europeo tra Washington e Teheran
E allora?
E’ quindi un tutti cntro tutti e un continuo rivesciamento di alleanze. Quel che è certo è che gli obiettivi strategici americani e quelli vitali israeliani non sono in discussione. E’ poi altrettanto certo che nella contesa tra potenze ognuna porta a casa sua quel che riesce ad arraffare ma nessuna ha una visione strategica e men che meno la volontà di dare spallate a questo sistema.
L’importante ormai, per i popoli e per gli uomini liberi, è diventato sopravvivere.
Alternative? Non ce ne sono, tranne le incognite legate alla crescita cinese e al salto di qualità europeo nello scacchiere mondiale, un fatto, questo, che modificherebbe anche i ruoli turco e russo.
In assenza di ciò possiamo solo guardare e fare il tifo sbagliando regolarmente valutazione, ciò fin quando non ci taglieranno la gola o non c’impiccheremo per disperazione economica. A meno di non aver raggiunto esistenzialmente e organizzativamente una sana autonomia nicciana e jungeriana.
