
E’ riuscito solo perché ha spianato la strada ad altri. Me che figura questi professoroni!
I provvedimenti del governo Monti, uno dopo l’altro, finiscono cestinati dalla Corte costituzionale.
In poco più di un anno, dal novembre 2011 al dicembre 2012, il Professore e la sua squadra hanno varato una serie di disposizioni, prontamente approvate dal parlamento, che, come si diceva allora, un esecutivo politico non avrebbe mai potuto neanche presentare, per paura di perdere popolarità al cospetto degli elettori.
Leggi dure, difficili da ‘digerire’, ma – così si diceva – necessarie e soprattutto giuste.
LE BOCCIATURE DELLA CONSULTA. «Un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alla prossima generazione», rispondeva orgogliosamente alle critiche l’allora premier Monti, citando una frase attribuita ad Alcide De Gasperi.
Altro però che prossima generazione. Dopo le proteste della piazza, le grida al complotto di Forza Italia, gli strali del Movimento 5 stelle (chi non ricorda il soprannome che Beppe Grillo affibbiò al senatore a vita, «rigor Montis»?») e i referendum abrogativi promossi dalla Lega di Matteo Salvini, è arrivata la Consulta a smantellare pezzo dopo pezzo le leggi approvate nel corso di quella breve stagione di ‘salvezza nazionale’, quando lo spread correva a 700 punti e il Professore era considerato l’uomo della Provvidenza.
I PRIMI PASSI INDIETRO DELLA POLITICA. Per la verità già il governo Letta, in carica da aprile 2013 a febbraio 2014, aveva cominciato a sciogliere la tela tessuta dal suo predecessore. A partire dall’Imu sulla prima casa.
L’esecutivo di larghe intese presieduto dall’attuale direttore dell’Institut d’études politiques de Paris-Sciences Po partì lancia in resta contro questo caposaldo della Montinomics, deciso a cancellare la tassa sulla prima casa e anche a evitare l’aumento di un punto dell’Iva. Missione compiuta solo in parte: l’Imu del 2013 non fu fatta pagare quasi del tutto, mentre l’imposta sul valore aggiunto passò dal 21 al 22%, come stabilito dall’ultimo governo Berlusconi ed ‘ereditato’ dal governo Monti.
ILLEGITTIMO IL CONTRIBUTO DI SOLIDARIETÀ. Finché a fare marcia indietro sono deputati e senatori, l’opinione pubblica, abituata alle giravolte della politica, non si sorprende più di tanto. Diverso il discorso se a bocciare il Professore sono i magistrati della Corte costituzionale, l’élite giuridica più alta del nostro ordinamento contro il più tecnico, e dunque teoricamente il più competente, degli esecutivi.
Nel giro di poche settimane, durante l’estate del 2013, la Consulta ha dichiarato incostituzionali due provvedimenti del governo Monti: quello sulle pensioni d’oro e quello sull’abolizione delle province.
Il primo prevedeva un contributo di solidarietà del 5% sulle pensioni superiori ai 90 mila euro l’anno, del 10% oltre i 100 mila e del 15% oltre i 150 mila. Ma è stato giudicato discriminatorio, perché colpiva soltanto i redditi dei pensionati e non di tutti i lavoratori.
No al taglio delle Province per decreto
Discorso analogo per il taglio delle province.
La Consulta ha giudicato la norma incostituzionale, perché quella materia non poteva essere trattata con un decreto legge, il cosiddetto Salva Italia varato dal governo Monti, che trasformava le amministrazioni provinciali in organismi di secondo livello e disponeva la cancellazione di quelle con meno di 350 mila abitanti e un’estensione di 2.500 chilometri quadrati.
Un errore di metodo, in altre parole. Segnato con la matita blu.
Non finisce qui però.
STOP A UNA PARTE DELLA RIFORMA FORNERO. Con una sentenza clamorosa, la Corte costituzionale ha bocciato anche una parte della riforma più osteggiata del governo Monti, quella che porta il nome dell’ex ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Elsa Fornero.
La norma ‘incriminata’ stabiliva che, «in considerazione della contingente situazione finanziaria», per i trattamenti pensionistici d’importo superiore a tre volte il minimo Inps, venisse bloccato il meccanismo che li adegua al costo della vita. In tutto circa 6 milioni di persone, che percepivano una pensione superiore ai 1.500 euro mensili lordi.
Il governo Renzi è stato costretto a mettere mano al portafogli, decidendo di restituire gli arretrati soltanto ai pensionati che guadagnano tra tre e sei volte il trattamento minimo, cioè tra 1.500 e 3 mila euro circa lordi al mese. Chi incassa un assegno Inps superiore a quest’ultima cifra non ha ricevuto alcun rimborso.
SBAGLIATO PRESCRIVERE LA LIRA IN ANTICIPO. Dulcis in fundo, giovedì 5 novembre, la Corte costituzionale ha dichiarato illegittima la prescrizione anticipata della lira contenuta sempre nel decreto Salva Italia.
Secondo la legge approvata nel 2002, il diritto di convertire in euro le banconote e le lire metalliche poteva essere esercitato fino al 28 febbraio 2012.
L’esecutivo dei tecnici aveva però deciso di anticiparla, destinando il controvalore del denaro ancora in circolazione alla voce ‘entrate’ del bilancio dello Stato.
Per la Corte costituzionale, tuttavia, in quell’occasione «non ci fu bilanciamento fra l’interesse pubblico e il grave sacrificio imposto ai possessori della vecchia valuta».
LA PETIZIONE PER LA REVOCA DELLA CARICA DI SENATORE A VITA. Con quest’ultima bacchettata, le bocciature collezionate dal Professore salgono a quota quattro.
E su di lui ‘pende’ anche una petizione, lanciata attraverso la piattaforma Change.org, per chiedere la revoca della carica di senatore a vita che gli fu concessa dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, poco prima della nomina di Monti a presidente del Consiglio.
Diretta al parlamento italiano, in pochi mesi, ha già raccolto più di 5 mila firme.
I provvedimenti del governo Monti, uno dopo l’altro, finiscono cestinati dalla Corte costituzionale.