lunedì 13 Aprile 2026

Il linguaggio

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Indossavo una polo del color salmone, come usava quell’estate. Ed ecco che fra i commensali, ironizzando: Salvo, togliti quella maglia da frocio! – “Diversamente maschio!”– obiettai, scatenando l’ilarità collettiva. Già si usava dire diversamente abili, diversamente italiani, diversamente viventi… I commensali, come prevedibile, ridevano. Il sottoscritto, più o meno consapevolmente, compiva un gesto politico.

 

Per quanto lo si dica spesso, sono persuaso si sottovaluti la potenza del linguaggio. La promozione commerciale utilizza da sempre lo slogan ad effetto (accompagnato da immagini accattivanti), così la pubblicità elettorale. Ma è poca cosa rispetto all’utilizzo potenziale per storpiare la realtà.

 

Rivendico la libertà di parlare di “negro” e non di nero, colorato o afroamericano. Negro, senza scomodare il dizionario enciclopedico, non ha connotati offensivi. Negro, sino a ieri, non indignava nessuno, men che meno i diretti interessati. Negro è parola che usano i miei genitori ed i miei nonni, nessuno dei quali indossava cappucci bianchi bruciando croci ai barbecue estivi. L’escalation da negro a nero a “di colore” ad afro-italiano, richiama più una classificazione equina: non di razza negra ma afro-italiano; non cavallo, ma anglo-arabo-sardo…

Transitando sugli omosessuali,  “gay” inizia ad infastidire. La mia boutade era stata predittiva: tempo dopo, in un’assemblea universitaria, parlavano di “diversamente maschi” e “diversamente femmine”. Oggi siamo al divieto di distinguere padre e madre negli atti pubblici e all’eliminazione delle identità di genere sui documenti (in tal senso due recenti sentenze dei Tribunali di Trento e Rovereto).

Salvini, per sua fortuna elettorale, è stato sbattuto in prima pagina per aver usato la parola “zingari”. Salvini non ha statura da Corriere della Sera o La Stampa e parla un’italiano stentato. Tuttavia non è dato sapere cosa vi sia di sbagliato nella parola in questione. Poteva usare ROM (che sta anche per range of movement), poteva usare “nomadi” – ma qui vi sarebbe stato errore, perché alla mobilità gli interessati preferiscono lo stabile parassitismo nelle nostre periferie.

Essere minoranza, oggi, tira. Fa chic, se si tratta dei diversamente maschi, fa tendenza se si tratta di afro-italo-americani, fa carita(s) se si tratta di nomadi stanziali.La questione, di per sé, appare marginale rispetto alla geopolitica ed alla finanza. Ma l’impatto a lungo termine è catastrofale. Ostracizzare con la riprovazione sociale l’utilizzo di termini che “identificano”, ossia che attribuiscono identità di razza, sangue e abitudini sostituendole con definizioni vuote e “neutre” è quanto di più subdolamente funzionale alla sovversione. Giungere alla negazione legale di ogni identità, partendo da un substrato linguistico già tale, è passo breve e conseguente.

 

Rivendichiamo il diritto a chiamare e chiamarci per quello che siamo e facciamolo sempre.

 
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