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Il Mito dell’Europa

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Torniamo, stringati, sui fondamentali

Il mio primo libro politico lo scelsi a sedici anni su una bancarella e me lo feci offrire da mio zio Geppino che rimase stupito e perplesso per una scelta che non avrebbe sospettato.
In copertina c’era la foto della sfilata della Wehrmacht sotto l’Arc de Triomphe di Parigi, il libro era dedicato a Pierre Drieu La Rochelle, lo scrittore francese impegnato nella Collaborazione e suicida nel marzo del 1945 che, il caso a volte è birichino, era nato il 3 gennaio come me.
Diversi gli autori, tra loro c’era Guido Giannettini.
Inequivocabile il titolo Il Mito dell’Europa
Spiegava, il saggio, quale mito mobilitante avesse spinto centinaia di migliaia di giovani di tutta Europa a morire sotto le insegne delle aquile imperiali tedesche.
Pressoché tutta la pubblicistica di estrema destra allora riprendeva quel leit motiv e ci spiegava che, nel mondo duopolare, per sfuggire noi all’egemonia americana e liberare i fratelli dell’est da quella russa, bisognava rinverdire quel mito e acquisire una dimensione continentale che avrebbe consentito non solo di assicurarci l’indipendenza e un ruolo nel futuro ma anche di salvaguardare le nostre etnie e la nostra civiltà.
In quell’epoca l’estrema destra era composta dai neofascisti, che erano pragmatici e immediati, dai neonazisti che si rifacevano all’ideale delle SS e dai nazionalrivoluzionari che quell’ideale coltivavano parimenti. I nazionalisti reazionari allora militavano quasi tutti con i monarchici.
La gioventù missina ed extraparlamentare scoprì così Jean Thiriart.
Fascismo Europa Rivoluzione divenne la parola d’ordine per tutti.
Anche per le organizzazioni giovanili missine: la Giovane Italia e il Fuan che non a caso spesso chiamò i suoi circoli Nuova Europa.
L’anti-imperialismo, la variante internazionale cinese, l’opera di Peron e le iniziative di piccole avanguardie coniugarono poi l’Europeismo con il Tercerismo.

Mille anni dopo
Parlo di un millennio fa, in piena farsa di Guerra Fredda e ben prima della cosiddetta Globalizzazione.
La rimozione della prima e lo slancio della seconda comportarono poi un cambio sociologico completo e l’inadeguatezza storica dei sistemi istituzionali e delle ideologie che ad essi corrispondevano.
La società si andò corrodendo e disfacendosi per ricomporsi in modo osceno e flaccido come fanno i pupazzi di pongo.
Aiutata non poco, in questo, dalle azioni e dalle cospirazioni dell’oligarchia dominante, mondialista di taglio trozkista.
Le tendenze che i nostri formatori di allora avevano auspicato si svilupparono intanto da sole perché erano naturali e perché le classi dominanti accompagnano quanto è naturale, anche per snaturarlo.
Ci fu così una tendenza alla continentalizzazione e all’unità europea.
I nostri che cantavano “L’Europa Nazione, Nazione sarà” smisero di farlo.
Erano disorientati dal fatto che proprio il nemico si stava impegnando nel realizzare a modo suo quanto essi avevano fino ad allora sognato.
Ma erano disorientati anche per due errori di concezione che hanno pesato molto e quindi hanno spostato sul margine o alla retroguardia la critica nazionale che un tempo era stata rivoluzionaria.

L’equivoco cospirazionista
Il primo errore di concezione lo dobbiamo all’equivoco cospirazionista.
Parlo di equivoco proprio perché non è un falso ma un qualcosa di centrale che viene appunto equivocato da chi non ha l’abitudine al combattimento.
Anche quelli che guidarono le Rivoluzioni Nazionali e l’Asse in guerra avevano chiara la visione cospirazionista, così come l’avevano le avanguardie nazionalrivoluzionarie del primo quarto di secolo che aveva fatto seguito alla guerra.
A differenza dei cospirazionisti non combattenti essi, però, sapevano distinguere i piani e riconoscere le dinamiche anche al di sotto delle formine che ad esse vengono imposte.
E con esse individuavano pure gli spazi e le occasioni d’intervento.
Era con quella capacità che fecero, del resto, le loro rivoluzioni.
Per loro, quindi, la UE non si sarebbe limitata esclusivamente ad un complotto mondialista ma sarebbe stata vista come l’effetto dell’incontro tra le necessità storiche e dei centri geopolitici ed economici diversi che un’élite nemica cercava d’imbrigliare e di condurre nella propria direzione.
Avrebbero, loro e non quelli di oggi, colto le linee di faglia e i luoghi d’attrito per provare a intervenire sulla dinamica rettificandone la direzione e sconvolgendone le componenti.

La fossilizzazione
Il secondo errore di concezione, che spiega il primo perché lo ha prodotto, è a sua volta effetto della disarticolazione e della disorganizzazione della società che ha comportato tra l’altro la fine apparente della politica e la fossilizzazione degli ideali negli integralismi religiosi che, per loro spinta intrinseca, sono antistorici e dettano psicologia reazionaria.
Si badi bene che parlo della psicologia non dell’ideologia o della cultura che sono tutt’altra cosa e che possono corrispondere a psicologie ben diverse (cosa che nei fascismi avvenne spesso).
Una psicologia reazionaria è quella con cui in ogni momento e in ogni dove, le fasce sociali minacciate rispondono alle minacce.
Sta alle avanguardie politiche liberare quella psicologia dal cul de sac in cui, se lasciata a se stessa, inchioda inesorabilmente qualsiasi protesta.
Ed è qui che, con le dovute e rare eccezioni, casca l’asino.

La mia provocazione
Ho intrapreso la mia “provocazione” europeista proprio per queste ragioni.
Non tornerò qui a spiegare che non si tratta di adesione a Bruxelles, visto e considerato che ho argomentato in lungo e in largo in proposito.
Proponendo, in varie vesti e sedi:

a) critiche strutturali al sistema;
b) proposte di rettifica del sistema;
c) proposte operative per la resistenza alle imposizioni interne ed estere;
d) proposte per soluzioni immediate di ripresa in totale autonomia e irritualità.

Ho voluto soprattutto distinguere le responsabilità che sono innanzitutto angloamericane ben prima che tedesche e, aggiungo, italiane ben prima che tedesche e forse persino più che angloamericane.
Ma ho inteso soprattutto puntare su due criteri di base

I criteri di base
I criteri di base sono quelli che dovrebbero consentire ad una minoranza di uscire dal suo limbo per porsi come avanguardia anche e soprattutto del populismo e della sua psicologia reazionaria.
Queste sono la Teoria e il Mito.
Una teoria d’avanguardia è la sola possibile per compiere un’azione che non sia condannata, come lo è ogni reazione, a terminare sfinita accelerando paradossalmente il processo contrario (ogni evento storico lo attesta). Ed una teoria d’avanguardia è tale solo se interviene nel tempo rivolto al futuro offrendone una variante che giochi d’anticipo.
Non può quindi una teoria d’avanguardia fondarsi su di una marcia indietro ma su una svolta.
Il secondo elemento è il Mito che è la sola forza che modifica il reale.
E che è anche quella forza ideale, simbolica, sentimentale, mobilitante, che ci assicura continuità negli anni, nei decenni, nelle generazioni.

Disegniamo l’Europa
Continuerò quindi a dettagliare tutto il “disegniamo l’Europa” e mi auguro di cuore di farlo insieme a voi.
Non pongo in questo alcun tabù, benché ritenga che la UE vada rivoluzionata senza secedere e che l’Euro vada rivoluzionato mantenendolo in piedi perché in esso vedo non solo orrore ma anche grandi potenzialità e perché come sia stato avversato dai nostri principali nemici mi fa riflettere.
Tutto questo diventa però secondario rispetto all’attitudine che si ha rispetto all’azione.
Se ci sono una teoria d’avanguardia e il Mito tutto può essere discusso.
Ma la teoria d’avanguardia e il Mito dell’Europa sono condiciones sine qua non.
A livello di chi opera come soggetto politico, ovviamente, non a quello delle folle che ragionano con la pancia e che alle avanguardie chiedono appunto, non di ripetere le loro invettive ma di offrir loro le soluzioni.
Chi, da soggetto politico, negasse queste condiciones sine qua non, foss’anche per procrastinarle, e lo facesse in nome di una psicologia reazionaria e di parole d’ordine conseguenti, che lo sappia o meno, che se ne renda conto o meno è oggettivamente contro di me e io sono oggettivamente contro di lui.
Poi, visto il nostro peso specifico, questo non cambierà nulla nella realtà.
Ma se non altro proviamo ad avere le idee chiare sui fondamentali.
Io me li procurai, quasi per caso, circa quarantaquattro anni fa su una bancarella di Trastevere.
Non ho smesso di vivere il Mito. Forse è per questo che sono vivo.

 

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