mercoledì 22 Aprile 2026

Il Popolo d’Italia

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Organo dell’lnterventismo e del sindacalismo rivoluzionario

 

Politica, azione: ma si fanno meglio altrove. Ora c’è ”Il Popolo”. E io sono a Roma per aiutare Mussolini. Sapete che è un uomo? Ha fatto un quotidiano in una settimana. Tutti gli “uomini tecnici” sono meravigliati, perché non sanno cosa è ‘un uomo’. Sanno soltanto che cosa è un ‘uomo tecnico’. Dunque, parola d’ordine, con Mussolini”.
Con queste frasi scritte su “La Voce” Prezzolini accolse la nascita del quotidiano mentre Salvemini (fondatore de “L’Unità” – e non si capisce perché ai giorni d’oggi ne sia stata data a Gramsci la paternità -) ritenne superfluo continuare a stampare il suo quotidiano visto che le sue ragioni si incarnavo nel quotidiano di Mussolini.
Comparvero così il 15 Novembre 1914 a Milano le quattro pagine de”Il Popolo d’Italia”, titolo che riecheggiava quello mazziniano “Italia del Popolo” con sottotitolo – giornale socialista – una specifica volutamente provocatoria.
Al fianco della testata comparvero due citazioni tratte dal frontespizio di un volume di Gustave Hervé, – La conquete de l’Armée- :

“LA RIVOLUZIONE E’ UN’IDEA CHE HA TROVATO DELLE BAIONETTE” (Napoleone) e “CHI HA DEL FERRO, HA DEL PANE” (Blanqui).

Il luogo della Redazione e Direzione, chiamato anche “il covo” per il fatto che ospitava nelle cantine dello stabile un nutrito gruppo di Arditi legati a Mussolini che proteggevano il giornale da attacchi politici nemici, fu ubicato in Via Paolo da Cannobbio 35, una strettoia dietro piazza del Duomo.
Silvio Bertoldi nel suo libro “Camicia Nera” cosi descriveva il posto:
“Una strada corta, il caseggiato fatiscente. Un cortiletto portava all’ingresso del giornale e a due scale, una esterna e una interna, per salire al primo piano… Il sotterraneo serviva da bivacco per gli Arditi che fungevano da guardia del corpo del direttore.” ed ancora… “Nell’antro del Covo la redazione del “Popolo d’Italia” era distribuita su due piani. Al terreno stavano l’amministrazione, gli sportelli degli abbonamenti e della pubblicità , la spedizione, l’archivio e l’ufficio di Arnaldo, il fratello di Benito, che era l’amministratore. Al primo piano, la stanza del redattore capo, quella della redazione, quella in uso all’Associazione Nazionale Arditi, una sala di attesa e lo studio di Mussolini d’angolo… Alle pareti, alcuni cartelli con beffarde massime di comportamento professionale, quali: ‘Chi impegna cinque parole per dire quanto è possibile con una parola sola, è un uomo capace di qualunque azione.’. O come:’ Chi non sa tacere mentre il compagno lavora dimostra di non saper compiangere la sventura altrui.’ C’era un certo umorismo in quelle frasi e se fossero di Mussolini farebbero sospettare in lui una capacità d’essere spiritoso sempre ignorata. La provava, invece, un famoso invito rivolto ai colleghi che, evidentemente, non brillavano per l’assiduità in ufficio:’ I signori redattori sono pregati di non andarsene prima di essere venuti.’ E questa era sicuramente di mano sua.”

Per dare al quotidiano la giusta immagine e le basi di sviluppo necessarie non fu tralasciato nessun particolare.
La testata venne disegnata dal pittore GIORGIO MUGGIANI, l’impaginatore fu il grande architetto GIUSEPPE PAGANO POGATSCHNIG, il capo redattore fu SANDRO GIULIANI, uscito dall’ “Avanti!” con Mussolini e il giornale venne stampato dalla tipografia CORDARA.
Il quotidiano sarebbe stato, per tiratura, al terzo posto a livello nazionale per diffusione e il secondo, a spalla del “Corriere” (a tratti il primo) per numero e qualità di citazioni fuori dei confini, laddove si cercò di misurare più attentamente il polso dell’Italia mussoliniana.

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