
Tra suggestioni eurasiatiche e consapevolezze di sé
Guardare ad oriente per sfuggire al tramonto dell’occidente è da tempo una tentazione diffusa tra i postfascisti.
Ora che la situazione ad est langue e che il tifo non entusiasma più, è l’occasione per riflettere su certe infatuazioni.
A prescindere da quanto ci sia di sensato e quanto invece di pura allucinazione in questa tentazione, argomento già ampiamente trattato, cerchiamo di capire le motivazioni che l’hanno ingenerata.
Sono diverse e perfino opposte tra loro.
Nostalgia o talmudismo
Alcuni guardano ad est con una sorta di nostalgia metafisica, ravvedendovi gli spazi fisici qui preclusi e gli abbandonati modelli di vita arcaici così da ricercarvi quanto in occidente abbiamo smarrito o conserviamo, sì, ma nell’inconscio.
Altri lo fanno perché, illudendosi che esista davvero un conflitto di civiltà, si augurano che le masse esogene ci sommergano. Costoro sono mossi da livore, s’identificano a contrario, ovvero come nemici di chi considerano il Nemico. Monoteisti e talmudici anche se non lo sanno, costoro si limitano a identificare il Male e considerano Bene le cavallette dell’Apocalisse.
Solitamente hanno invertito i soggetti e si credono antisemiti ma sono impregnati di quella cultura che maledicono, quanto se non più di coloro che pretenderebbero d’osteggiare.
Queste due motivazioni delle tentazioni ad est sono ben diverse tra loro. Possono anche convivere ma solo ignorando che si tratta di posizioni inconciliabili che tradiscono due razze diverse dello spirito.
Dottrina dell’annullamento
La stessa “Eurasia” è quel che in Francia si chiama un albergo spagnolo: ovvero un luogo dove di per sé non c’è niente ma ci trovi solo quello che ci porti tu.
Uno spazio fisico composto di una massa continentale? Questa definizione potrebbe anche avere un senso ma molto limitato. In primis perché non vi sarebbe ragione fisica di non includervi l’Africa, in secundis, ma è la cosa più importante, perché se non è stata la geologia ma sono state le etnie e le culture a suddividere questo continente, non solo una ragione ci sarà ma parliamo di forma formans ovvero di civiltà, d’identità.
Ed è qui che l’attrazione verso quell’ente privo di senso intrinseco, quell’ente olografico a fumetti che ho definito Papertopolinia, tradisce una pulsione verso l’indifferenziato, il collettivo, il subpersonale che ha le stesse valenze psichiche e spirituali della dissoluzione trozkista e liberal e che altro non è se non un alter-mondialismo.
Per avere un’idea di che cosa stia qui parlando basta leggere Dottrina Eurasiatica. Contributi per una storia del pensiero russo nel XX secolo, di Otto Böss, edito dalla Barbarossa.
Tellurismo, odio per la forma, fastidio per il differenziato.
Esattamente quello che accomuna diversi dei postfascisti esotici, attirati da un’orgia spirituale transgender che si sposa perfettamente con l’impulso frenetico dell’uccisione del padre e quindi del fascismo e dell’Europa o, perlomeno, del neofascismo. Per molti questa “dottrina geopolitica” è soltanto l’impulso irrefrenabile all’annullamento, a coronare il disegno luciferino di destrutturazione della personalità e di abbattimento della verticalità.
Il barone folle
Ben altra tentazione è quella che ci riporta, con Jean Mabire e, grazie a lui, anche con Corto Maltese a Ungern Kahn. Il “barone folle”, l’uomo che si confronta con le orde, che le domina, che attraversa e divora gli spazi senza esserne inghiottito. Di fronte alla materialità tellurica che attira nelle sue viscere l’uomo per farne un insieme di molecole prive di ordine, questo richiamo della steppa funziona in senso opposto. Come il tantra yoga: la donna, la femmina, il desiderio, il corpo, l’anima, la libidine, provocati, attraversati anche reiteratamente perché la virilità, nel soddisfarli si riaffermi trascendendo senza esserne invece divorata. La donna che si fa donna e non mater divorans grazie al vir che si dimostra vir mettendosi alla prova con il richiamo estremo.
E’ un’analogia simbolica, ma è ben più di un’analogia simbolica, questa tra la terra inghiottente e l’uomo che non si perde nell’infinito.
Ecco, questo di sguardo ad est è l’opposto di quell’altro ed è motivante e trasfigurante non sfigurante.
Il barone folle rimane in sella ed è padrone della sua vita e della sua morte, non è un servo della terra che demammifera e ci tramuta in insetti.
Cavalcare
Questo mi premeva mettere in chiaro.
A prescindere dalle posizioni politiche o geopolitiche che sono evidentemente diverse tra loro, lo sguardo ad est ha una potenzialità sana e una insana, dipende da chi guarda e da cosa vede.
E qui torniamo al punto cruciale. Da tempo si è dimenticato lo stile, si sono abbandonati i riferimenti, i canoni e le capacità di selezionare tutto, perfino i concetti.
Siamo scaduti in una gran confusione in cui ogni cosa vale un’altra, ognuno vale ognuno e le parole non hanno più significato.
Sopravviverà solo chi resterà in sella; e non vi rimarrà nessuno che non sia già un cavaliere.