
E ti pareva che l’italiano non ne usciva sconvolto?
Il conflitto in Siria e le conseguenze che sta provocando in tutto il Medio Oriente hanno riaperto la corsa agli ingaggi. Sui social fioccano le pagine nelle quali si offrono le occasioni per andare a combattere. Tra gli aderenti sempre più cittadini con passaporto americano. Lo fanno per ideali, per avventura, per denaro. Un modo di raggirare le rigide regole imposte dal Pentagono dopo lo scandalo di Blackwater, la compagnia di sicurezza accusata di stragi in Iraq. Ma il mondo dei vecchi “mastini” è cambiato. Ce lo raccontano due testimoni d’eccezione: un professionista francese che ha frequentato gli uomini di Bob Denard e un italiano che è uscito sconvolto dalla sua esperienza.
La pagina di Facebook si chiama Lions of Rojava, leoni di un luogo che fino a due anni fa non esisteva proprio. È quell’area del Kurdistan occidentale che nel novembre 2013 i peshmerga hanno dichiarato ‘regione autonoma’, la prima linea della guerra contro lo Stato Islamico che i curdi combattono metro per metro sul terreno mentre l’occidente (ogni tanto) bombarda. Quella pagina del più frequentato social network del pianeta serve per reclutare foreign fighters, cioè giovani (e non solo) che da ogni parte del mondo vogliono unirsi ai militanti locali per combattere il Califfato: per ideali, per avventura o anche per denaro. In quest’ultima categoria negli ultimi mesi sono sempre di più in cittadini con passaporto degli Stati Uniti. Un tempo li chiamavamo mercenari, oggi sono semplicemente contractors, uomini (e organizzazioni) cui il governo Usa (in questo caso il Pentagono) affida compiti di vera e propria guerra. Con quella pagina Facebook il Pentagono non ha nulla a che fare, ma attraverso il social network (o altre iniziative simili) il variegato mondo dei contractors made in Usa trova ‘lavoro” anche evitando le nuove regole stabilite dal Congresso dopo diversi scandali, come quello della Blackwater.
“Il mercenario di oggi è soprattutto un professionista”
Metà forza-lavoro. I contractors (stando agli ultimi dati del ministero della Difesa) hanno ormai largamente superato la metà della forza-lavoro (uomini armati e non) impegnata nei due principali teatri di guerra, Iraq e Afghanistan. Se si pensa che durante la guerra del Vietnam il rapporto era di 1 (contractor) a 55 (militari ufficiali) – allora la leva però era obbligatoria – è evidente quanto sia cambiata la strategia del Pentagono nel nuovo secolo e nelle “guerre al terrorismo”. Un cambio iniziato già negli anni Novanta, quando – durante le guerre nei Balcani (dove gli Usa sono intervenuti solo con la forza aerea) – venne creata una forza speciale di ‘consiglieri’ incaricati di addestrare il neonato esercito croato.
Con la nascita dello Stato Islamico (Daesh, Califfato, Isis) e la guerra civile in Siria ad un momento di svolta (anche per il discusso intervento della Russia di Putin), uno dei punti fermi della strategia di Obama – nessuna truppa di terra – mostra tutti i suoi limiti. La Casa Bianca e il Pentagono (in modo non-ufficiale) hanno già inviato nelle aree calde gruppi di non meglio specificati ‘consiglieri’ (fra loro ci sarebbero in realtà anche squadre speciali dell’esercito) per addestrare le truppe e le milizie locali, ma il grosso degli americani che arriva laggiù è ancora una volta composto da contractors.
La notizia attesa.
Pochi mesi fa il US Army Contracting Command ha postato sul suo sito un annuncio per reclutare (“lavoro iniziale dodici mesi”) chiunque avesse voglia di lavorare “con conoscenza degli obiettivi per ridurre le tensioni in Iraq e Siria e con capacità per logistica, pianificazione e operazioni”. Pochi se ne sono accorti, ma era la notizia che i contractors aspettavano da tempo, dopo le vacche grasse del primo decennio del nuovo secolo: una vera e propria chiamata ad arruolare mercenari.
Una manna per “l’esercito di civili” che dopo lo scandalo Blackwater (la principale compagnia militare privata Usa, fondata da un’ex dei Navy Seals, i più famosi reparti speciali) esploso a causa delle violenze e delle uccisioni di innocenti da parte dei suoi contractors in Afghanistan e Iraq, era finito sotto accusa di Congresso e opinione pubblica. Un’ottima cosa anche per la Casa Bianca di Obama che in modo piuttosto ipocrita può adesso continuare in questa materia la stessa politica di George W. Bush e continuare a dichiarare che “nessun militare americano” metterà piede in Siria o tornerà in Iraq.
Differenze. Quella che i media Usa già hanno definito la “seconda guerra dei contractors” avrà due grandi differenze rispetto al passato: chi viene selezionato – organizzazioni, gruppi o singoli che siano – dovrà superare una sorta di esame per dimostrare di essere “a prova di hacker”, cioè di sapersi difendere da qualsiasi cyber-attacco; nelle aree più calde del mondo (vedi oggi Siria e Afghanistan ma anche Libia) i contractors americani saranno spesso inquadrati in una nuova “Private Muslim Expeditionary Force”, formalmente sotto la guida di militari locali.
Il racconto/ “Così sono diventato un guerriero”
di MASSIMO LUGLI
“Oggi in giro c’è di tutto: palestinesi, indiani, pachistani che accettano ingaggi per 200 dollari al giorno. Io per quella cifra la buccia non la rischio. Il problema sono gli incompetenti, gli esaltati, i raccomandati, gli incapaci che stanno distruggendo questo mestiere. Quelli come me, che hanno quasi 20 anni di Legione straniera alle spalle, ormai sono una minoranza”. Parola di mercenario.
Sessant’anni, fisico da guerriero allenato ogni giorno tra palestra, piscina e lunghe camminate (“Non posso correre per via di un ginocchio scassato”), italiano perfetto addolcito dall’accento francese, Jean Luc è un personaggio che sarebbe perfetto in un romanzo di Wilbur Smith ma la sua incredibile vicenda umana è pura realtà. Sposato, separato, una figlia di 24 anni, una nuova relazione naufragata pochi giorni fa (“Mi sa tanto che mi toccherà morire da solo”), Jean Luc è un “contractor”, la moderna versione di un soldato di ventura, uno che vende la sua esperienza e la sua “buccia” alle industrie che cercano protezione per manager o impianti industriali nei teatri di guerra dei paesi dove si spara. “Di recente ho lavorato in Ghana, in Kuwait e in Algeria ma ormai è un disastro. Qualche anno fa c’era gente disperata pronta ad andare in Afghanistan per 5 mila dollari al mese… Dico, va bene se sei un soldato, se lo fai per una bandiera o per il tuo paese ma non certo per una ditta privata… Oggi il settore più gettonato è quello della pirateria navale, tutti vogliono imbarcarsi e gli armatori non vanno per il sottile ma in certe condizioni c’è più rischio che sicurezza”. Jean Luc, attualmente, vive in Svizzera e lavora per una società di security. In passato è stato l’angelo custode di politici italiani (Berlusconi, tra gli altri), convegni, meeting e un direttore di giornale ad alto rischio dopo una serie di minacce. In Italia quello del guardaspalle è un lavoro che sconfina nel codice penale ma Jean Luc, come tanti altri, se ne infischia altamente. “Ho perfino un’assicurazione sulla vita stipulata nel vostro paese come guardia del corpo… Guarda qua, c’è scritto proprio così”. Vero, confermato, incredibile.
Con la guerra tornano i nuovi mercenari
Il mestiere. Il mestiere delle armi Jean Luc ce l’ha nel sangue dalla nascita: famiglia corsa di militari, tutti in divisa da generazioni che, a neanche 17 anni, gli ha dato l’autorizzazione per arruolarsi nei fucilieri di marina francesi. “Ci sono rimasto per un paio d’anni, poi ho mollato. Troppo bullismo, troppo nonnismo. Non ne potevo più di angherie e vessazioni anche perché, giovane com’ero, ero candidato a diventare la vittima ideale”. Dopo il congedo, anziché tornare alla vita civile, sceglie la strada più dura: la Legione straniera, il corpo di disperati, fuggiaschi, profughi d’amore e di legge e aspiranti suicidi creato da Luigi Filippo nel 1863 come carne da cannone. “L’addestramento l’ho fatto vicino Marsiglia: sei mesi d’inferno per guadagnarti il chepì bianco… Oggi ne bastano quattro. Ma allora si diceva: più l’addestramento è difficile, più il combattimento sarà facile”.
I ricordi di 20 anni di Legione sono inimmaginabili, a cominciare dall’inizio. Il centro di riabilitazione, in realtà un carcere militare dove si finiva per le infrazioni al regolamento: celle come sgabuzzini dai pavimenti concavi dove non ci si poteva sdraiare e che i carcerieri riempivano d’acqua ogni due ore. Il rancio, quasi sempre liquido (minestrina o purea di piselli) da mangiare correndo senza mai fermarsi, ventiquattro ore sull’attenti davanti alla bandiera in equipaggiamento completo (zaino, fucile, elmetto e tutto il resto) e altre amenità. Finito il periodo d’addestramento, Jean Luc si piazza decimo su 67 reclute e si guadagna il diritto di scegliere il reggimento dove presterà servizio. Tra le varie specialità sceglie la più tosta, i paracadutisti e si ritrova in un nuovo inferno. “Prima di entrare in forza ci hanno piazzato sulla collina degli uomini perduti, un accampamento di 56 tende a otto chilometri dalla caserma. Ti dico solo che per il rancio bisognava farsela di corsa tre volte al giorno e per cementare lo spirito di corpo il gruppo doveva aspettare i ritardatari. La maggior parte delle volte arrivavamo in mensa a tempo scaduto e tornavamo indietro digiuni”.
Sul filo del rasoio. Nella legione, Jean Luc rimarrà 19 anni e spiccioli. Il primo permesso per andare a trovare i suoi familiari gli arriva dopo 8 anni. Nel frattempo gira il mondo di guerra in guerra: Ciad, Zaire, Congo, Beirut, Camerun, Etiopia. Una vita sul filo del rasoio che gli regala qualche soddisfazione e parecchi dolori: ferito due volte, alla mano e a una coscia, è il più giovane caporalmaggiore a guadagnarsi la prestigiosa medaglia Militare, viene promosso sergente maggiore, entra nei “Craps”, la crema della crema dei chepì bianchi. Finché un mattino si sveglia all’ospedale di Gibuti, intravede un bellissimo viso di donna chino su di lui e capisce che è il momento di smettere. Sposa l’infermiera che lo ha curato, fa una figlia, lascia la legione è tenta di lavorare come civile: muratore, idraulico, imbianchino, elettricista. Un disastro.
“E’ durata quattro anni, poi mi sono detto: non è per questo che sono stato addestrato, che ho buttato sangue… In quel mondo ero un pesce fuor d’acqua”. Comincia a lavorare nella sicurezza, a metà tra il buttafuori e il vigilante, poi come tanti altri va a Londra e prende la Sia, il tesserino di mercenario. Proprio così: un patentino che ti consente di lavorare all’estero come contractor e di svolgere servizi armati. “Costa intorno ai 5 mila euro e garantisce solo in parte sulla preparazione… Anche lì’ ci sono un sacco di impicci e di raccomandazioni però è già qualcosa”. Gli ingaggi iniziali li trova on line: società inglesi che assumono mercenari, purché autenticati col marchio Sia. E’ una nuova vita che dura fino a qualche anno fa, quando il crollo dei prezzi lo riporta indietro un’altra volta e si stabilisce a Lugano. Per ora. E alla domanda da un milione di dollari risponde con grande semplicità e un pizzico di ironia. “Se ho paura? Sempre. E’ la strizza, la palla allo stomaco, che ti salva la pelle. Quando smetterò? Un giorno mi guarderò nello specchio e mi dirò, adesso basta. Ma non oggi. Nemmeno domani”.
La testimonianza/ “Ho ucciso e sono distrutto”
di CARLO PICOZZA
Ha cinquantadue anni e come soldato mercenario – “contractor” per dirla con lui – ha partecipato a missioni e conflitti per oltre cinque lustri. Mezza vita in armi. Spesa al soldo di questo o quel governo, ingaggiato da agenzie inglesi e americane. “Dopo il servizio militare, svolto tra il 1982 e il 1983 con i parà della Folgore”, racconta Marco Fanti, originario di Terni e residente a Pesaro, “non ho più smesso di indossare un’uniforme”. Addestramenti, missioni, servizi di scorta in aree ad alto rischio. Anche guerre: “Dal Kosovo, all’Afganistan, all’Irak”, dice, “ho preso parte a combattimenti, con morti e feriti e ho perso tanti colleghi con i quali ero diventato amico; caduti sotto i miei occhi sul campo di battaglia”. E uccidendo: “Decine di persone in combattimento”, ammette. Adesso si cambia. Almeno per ora. Deposte le armi, ha aperto un’agenzia per la sicurezza: “Con un collega e un’amica abbiamo avviato a Londra una società di servizi di investigazione, formazione e consulenza”.
Quando ha cominciato?
“Subito dopo il servizio militare, durante il quale partecipai alla missione di pace Libano 2, sono stato addestrato da ex soldati della Sas, le forze speciali britanniche, poi, in Israele, da ex componenti del Nagaret Golani, reparti speciali della Golani brigate, che formavano futuri psd, personal security detail; quindi sono arrivati gli ingaggi”.
Qual è stato il primo?
“Nel 1993 in Somalia, insieme a un team di professionisti con i quali avevo condiviso un addestramento con moduli che prevedono il lavoro in gruppi di sei; tra noi c’era una donna di Anchorage, Alaska. Fummo chiamati da un’agenzia di sicurezza americana e incaricati di scortare i convogli umanitari per conto degli Usa”.
E poi?
“Siamo stati chiamati in Ruanda nel 1994, subito dopo il genocidio di un milione tra tutsi e hutu moderati. La richiesta arrivava da un sacerdote, padre Minghetti, di stanza in un villaggio a 150 chilometri da Kigali: dovevamo recuperare i bambini della missione cattolica alla quale, ricordo, avevamo già inviato medicinali e protesi degli arti. In quell’operazione siamo stati aiutati dai colleghi della Legione straniera che presidiavano l’aeroporto di Kigali. Quindi ho preso parte ai conflitti nella ex Jugoslavia, nel 1995, e in Kosovo dove svolgevo operazioni di scorta contro la pulizia etnica dei serbi sui kosovari. Dal 2003 al 2006, in Iraq, eravamo schierati contro i soldati della Guardia presidenziale di Saddam Hussein per conto di un’agenzia anglo-americana per i primi mesi e per altri due anni e mezzo per una società statunitense; eravamo pagati dal governo che finanziava le società di contractor non solo per operazioni di scorta ma anche di addestramento della polizia e del nuovo esercito iracheni. Anche a Kabul nel 2007 e nel 2008 fummo chiamati a formare i militari regolari afgani”.
È stato anche in Ucraina?
“Lì ci sono andati quattro della mia squadra a svolgere funzioni di scorta per osservatori e diplomatici americani”.
Cosa si prova a uccidere e a veder morire?
“In combattimento, affiancando le forze regolari di questo o quel governo, capita che si muoia o che si faccia morire: è la legge delle guerre, che non deve essere esaltata ma condannata: perché le guerre non dovrebbero esserci. Lo dico sulla base della mia esperienza che mi ha lasciato dentro tanta angoscia, scacciando i sogni per far largo agli incubi. Ci sono arrivato tardi a capirlo e a duro prezzo. Perciò sconsiglierei a tutti il mestiere del contractor. Anche in questo campo ci sono tanti ruoli utili e meno inquietanti: la guardia del corpo, l’addetto alla sicurezza nei compound petroliferi, la scorta alle organizzazioni non governative. Ma la guerra, no. Mai. Se ne esci vivo ti porti dietro ferite che non rimarginano più. E i segni restano indelebili”.