
Se n’è andato anche Giulio Andreotti
Si è rotto le scatole anche lui. Era immortale ma ha preferito andarsene.
Qualunque cosa si pensi del machiavellico guelfo che ha attraversato da protagonista oltre mezzo secolo di politica italiana e internazionale, una cosa è certa: nessuno come lui rappresentava la Prima Repubblichetta (la Repubblica vera, quella era ben altra e durò diciannove mesi) e nessuno più di lui custodiva la memoria storica italiana.
Tra esacrazioni, maledizioni, osanna, lacrimucce, attestati di stima, antipatie e simpatie, tra biasimo e lodi dell’ultimo secondo, tutti si affanneranno a dare un voto al Divo Giulio e all’Italia dopo la sconfitta, guidata per decenni nelle sue effimere provinciali riprese dalla Democrazia Cristiana.
Qualsiasi giudizio sarà comunque approssimativo e insufficiente. Filocomunista o anticomunista? Atlantista o alteratlantista? Filoarabo o semi-autonomista?
Qualunque risposta si dia non potrà che essere errata; Andreotti, l’anima più autentica della Dc, era intrallazzo e mediazione, accomodamento e risoluzione, pragmatismo e filosofia politica.
Una cultura di gestione mazzariniana, fatta di potenza nella flessuosità, di cinismo nell’ironia.
Una cultura guelfa, appunto, con ispirazioni machiavelliche e con un’applicazione politica
il cui bilancio non è stato mai fatto seriamente.
Noi tutti ci siamo limitati a liquidare in un modo o nell’altro quel sistema di gestione.
Chi abbia a cuore franchezza, coraggio e volontà di potenza ovviamente non può amarla quella cultura, qualsiasi sia poi il bilancio da trarre della sua applicazione in questo o in quell’ambito.
Cosa che, finora, non è mai stata fatta seriamente.
Qualsiasi cosa si pensi di Andreotti e dei suoi confratelli, quello che ha richiamato la nostra attenzione è però quando il Divo Giulio ha scelto di abbandonare la sua immortalità.
Un giorno dopo Rossella Falk che sta alla recitazione, al teatro, all’Italia che studiava, che aveva estro, professionalità e si affermava nella sua principale tradizione storica, esattamente come il delfino di De Gasperi sta alla politica italiana.
Se ne sono andati praticamente insieme, come a significare che non rimane più nulla del passato, qualsiasi cosa si pensi di tale passato.
Erano trascorsi solo dodici giorni dall’addio che ci ha dato Teodoro Buontempo e dieci dal suo funerale che è stato quello definitivo del Msi.
Un po’ più di tempo era passato dal funerale guerrigliero del brigatista Prospero Gallinari che è riuscito a morire un 14 gennaio, ovvero proprio il giorno di nascita di Andreotti…
Se riflettete un attimo è come se tutte le componenti dell’Italia che fu si siano messe d’accordo per abbandonarci al nostro destino.
Un destino al quale un presidente che pare mummificato ha deciso di consegnarci traghettandoci con modalità da magia nera nella post-sovranità.
L’Italia non è praticamente più una nazione.
Il pool golpista che Napolitano ha promosso a più riprese è globalista, è transanzionale, proviene dal partito del Britannia, smantella i nostri asset strategici, i nostri possedimenti, i nostri risparmi e paralizza la nostra produzione. Non perché non ne possa fare a meno ma per interesse, per motivazione ideologica e per partito preso.
E’ di ieri la notizia che persino la nazionalità italiana verrà internazionalizzata (ovverosia rimossa) con un tratto di penna, per decreto legge.
Non si può cambiare la legge elettorale senza accordi trasversali e dibattiti infiniti, però si può mettere fine alla storia e all’identità con un semplice e rapido decreto legge.
Stiamo quindi entrando in tutt’altra cosa. La continueremo a chiamare Italia? Può darsi, ma sarà una terra desolata di conquista straniera. Che si tratti di capitali, di eserciti, di popolazioni, di lingua, di cultura, sarà solo un’espressione geografica attraversata e calpestata.
Qualunque cosa ne pensassero i protagonisti di ieri, qualsiasi ruolo abbiano avuto in proposito, essi non avevano più nulla in comune con quell’arzigogolo che i golpisti transnazionali stanno tracciando. E se ne sono andati perché dovevano farlo.
Si sta voltando pagina e si scrive la parola fine.
Dove stiamo per vivere sarà un palcoscenico senza più ironia, senza soggetti e perfino senza tragedia.
Senza protagonisti cinici, magari bastardi, magari feroci ma appassionati e di rilievo.
Sarà soltanto un gelido inferno.
Guai ai sopravvissuti.

