
Le riforme di Monti sono antifascismo puro nel segno della nostalgia pre-fascista
da GRADUALE FORMAZIONE DELLA DOTTRINA
Quarto capitolo di “Ricognizione sul sociale” edito da Unione Editrice Sindacale Italiana, Roma 18 maggio 1943 – da Acta n° 77, 1 anno XXVI, gennaio-marzo 2012
Non si può ignorare il contributo dato dall’ambiente sindacale alla formazione della dottrina rivolu-zionaria del Fascismo. All’indomani della Marcia su Roma il Fascismo poteva esaurirsi in un colpo di Stato: per essere una rivoluzione doveva darsi una precisa dottrina.
Gli elementi, tutt’altro che dispersi, della vecchia Italia e sopratutto gli interessi della conservazione avrebbero naturalmente desiderato un ordine generico. La volontà di Mussolini, la coscienza della Sua missione e le necessità dell’Italia imponevano che il Fascismo significasse un nuovo ordine, cioè un nuovo Stato. Tutto il movimento di idee (discussioni, proposte, polemiche, congressi, assemblee) che portò al riconoscimento giuridico dei Sindacati con la legge del 3 Aprile, proviene dalle organizzazioni dei lavoratori, dai fascisti che, per istinto rivoluzionario, sono andati a piazzarsi in quel settore, oltre a tutti coloro che, per sensibilità al sociale, gravitano idealmente attorno al settore sindacale. E dopo la legge 3 Aprile, quasi esattamente un anno dopo, viene promulgata la Carta del Lavoro. Il settore sindacale in quei tempo tiene veramente l’iniziativa rivoluzionaria, gioca da ala sinistra del Fascismo, di un Fascismo che è ancora, per così dire, dal punto di vista dottrinario, allo stato fluido, incandescente e non si è fissato nelle precise enunciazioni di una dottrina. È Mussolini che vuole arrivare a tali precisazioni e mantiene costantemente l’accento sul settore sindacale; è l’ambiente sindacale che allora si trova in condizioni per assolvere questo delicato ed importantissimo compito. La vecchia Confederazione delle Corporazioni Fasciste giocò un ruolo di storica importanza in questo periodo. Essa aveva un contatto diretto e quotidiano con Mussolini ed il fatto di rappresentare tutto il mondo del lavoro, il mondo dell’intelligenza e della tecnica, le dava un prestigio indiscutibile. La vecchia Confederazione fu tutta sul terreno politico e – a parte le condizioni del momento che la favorirono – poté assolvere, proprio per questo suo carattere, egregiamente la propria missione e gettò gran parte delle premesse per l’azione ulteriore. Lo sbloccamento avviene nel dicembre del 1928: le organizzazioni hanno un periodo di raccoglimento e l’iniziativa nel campo sociale passa in quel periodo al Ministero delle Corporazioni, assecondato nelle provincie dal Partito con quei Comitati Intersindacali che svolsero per un lungo periodo una funzione utilissima. Intanto i sintomi della grande crisi del capitalismo assumono proporzioni sempre più imponenti: è del dicembre del 1929 il crollo di Wall Street. Il dramma non può non rivelare il carattere definitivo della grande crisi del capitalismo.
Mussolini, nel discorso agli operai di Milano, il 6 ottobre 1934 ne parlerà così: «Cinque anni fa, in questi stessi giorni, le colonne di un tempio che pareva sfidare i secoli, crollavano con immenso fragore. Innumeri fortune si annientavano, molti non seppero sopravvivere al disastro.
Che cosa c’era sotto queste macerie? Non solo la rovina di pochi o molti individui, ma la fine di un periodo della storia contemporanea, la fine di quel periodo che si può chiamare dell’economia liberale-capitalistica.
Coloro che guardano sempre più volentieri al passato, hanno parlato di crisi. Non si tratta di una crisi nel senso tradizionale, storico della parola, si tratta del trapasso da una fase di civiltà ad un’altra fase. Non più l’economia che mette l’accento sul profitto individuale, ma l’economia che si preoccupa dell’interesse collettivo».
È dal momento in cui avviene il grande crollo di Wall Street che Mussolini non tralascia occasione per preparare il terreno a precisazioni di carattere rivoluzionario che debbono mostrare al mondo il vero volto del Fascismo. Nell’ottobre 1932, celebrandosi il decennale della Marcia su Roma, davanti alla grande massa dei gerarchi convenuti da ogni parte d’Italia in Piazza Venezia. Egli pone l’interrogativo se la grande crisi del capitalismo debba considerarsi tale da esser superata nel sistema o non rappresenti piuttosto la crisi vera e propria – cioè definitiva – del sistema. Non dà in quell’occasione una risposta precisa, ma nessuno di quelli che hanno sempre sentito Mussolini rivoluzionariamente ha il minimo dubbio sulla risposta e capisce che soltanto per una ragione di tempestività politica il Duce non ha risposto immediatamente a quell’interrogativo. Risponderà un anno dopo, il 14 novembre 1933, nel grande discorso sullo Stato Corporativo, dichiarando inequivocabilmente: «Ricorderete che il 16 ottobre dell’Anno X, innanzi alle migliaia di gerarchi venuti a Roma per il decennale, a Piazza Venezia io domandai: questa crisi che ci attanaglia da quattro anni è una crisi “nel” sistema o “del” sistema? Domanda grave, domanda, alla quale non si poteva rispondere immediatamente.
Per rispondere era necessarie riflettere, riflettere lungamente e documentarsi.
Oggi rispondo la crisi è penetrata così profondamente nel sistema che è divenuta una crisi del sistema.
Non è più un trauma, è una malattia costituzionale».
Con questa precisazione tutto il complesso sociale che il Fascismo aveva agitato, tutti i problemi impostati, tutte le strade cominciate a percorrere vengono portate su un piano ben preciso: quello della rivoluzione.
Con il discorso del 14 novembre, con la precisazione che la crisi è del sistema, la dottrina del Fascismo si può dire già completa ed è una dottrina rivoluzionaria che dovrebbe trasferirsi dai pochi credenti a tutti i tesserati. Nel successivo 1934 abbiamo due altri importanti elementi di precisazione: il discorso agli operai di Milano – 6 ottobre – e quello del 10 novembre in Campidoglio per l’insediamento dell’Assemblea Generale delle Corporazioni.
In quello di Milano, già ricordato, il Duce afferma che l’obbiettivo del Fascismo nel campo economico consiste nella realizzazione di una più alta giustizia sociale. Di questa Egli aveva già parlato a Bari e sapeva che nel mondo se ne parlava, con varie espressioni, da tempo immemorabile. Ad evitare quindi che anche questa volta la grande frase – più alta giustizia sociale – sprofondasse nel generico, Egli precisa: «Che cosa significa questa più alta giustizia sociale? Significa il lavoro garantito, il salario equo, la casa decorosa, significa la possibilità di evolversi e di migliorarsi incessantemente».
Non c’è chi non capisca che la precisazione dei tre elementi fondamentali della più alta giustizia sociale ha un valore inestimabile. Basterebbe il solo elemento del lavoro garantito, come risultato di tutto un sistema, per realizzare una rivoluzione. Infatti il lavoro garantito comprende gli altri due elementi, li implica.
Non meno importante era, qualche tempo dopo, il discorso del Campidoglio, il quale conteneva e ribadiva, in una sintesi lapidaria, tutti gli elementi delle precedenti enunciazioni.
Dopo aver avvertito che dalle ventidue Corporazioni che iniziavano da quel giorno – 10 novembre – la loro vita effettiva ed operante, non bisognava attendersi immediati miracoli, il Duce concludeva così: «Riconosciuto che la crisi è del sistema, e quanto è accaduto e accade lo riconferma, bisogna coraggiosamente andare verso la creazione di un nuovo sistema, il nostro: l’economia disciplinata, potenziata, armonizzata, in vista sopratutto di una utilità collettiva, dai produttori stessi; imprenditori, tecnici, operai, attraverso le Corporazioni create dallo Stato, il quale rappresenta il tutto e cioè l’altra faccia del fenomeno: il mondo del consumo.
Quali svolgimenti possa avere l’ordinamento corporativo in Italia e altrove, dal punto di vista della creazione e distribuzione dei beni, è prematuro dire: il nostro è un punto di partenza non un punto di arrivo.
Ma poiché il Corporativismo fascista rappresenta il dato “sociale” della Rivoluzione, esso impegna categoricamente tutti gli uomini del Regime, dovunque e comunque siano inquadrati, a garantirne lo sviluppo e la feconda durata.
Molte speranze in questo tempo di universale confusione, di acuta miseria e di forte tensione politica accompagnano e non solo in Italia il sorgere delle Corporazioni. Tali speranze non debbono andare e non andranno deluse».
Se il 1933 aveva culminato, nel grande discorso del 14 novembre sullo Stato Corporativo, con l’affermazione fondamentale della crisi del sistema, il 1934, con la legge istitutiva delle ventidue Corporazioni, con il discorso di Milano sulla «più alta giustizia sociale» e con quello del Campidoglio sull’«accorciamento delle distanze», era veramente un anno decisivo e conclusivo ai fini della dottrina rivoluzionaria del Fascismo. Il Fascismo scopriva intero il proprio volto rivoluzionario in una Europa ancora capitalistica e conservatrice. La Germania, da troppo poco tempo al potere, non aveva ancora avuto tempo di dimostrare al mondo della conservazione (con l’effetto immediato di averlo tutto contro) il proprio sostanziale socialismo. Le decisive prese di posizione del Fascismo sul terreno rivoluzionario, negli anni ‘33 e ‘34, mettono con le spalle al muro chiunque osi dubitare della sincerità rivoluzionaria del Capo della Rivoluzione Fascista.
Con il 10 novembre del ’34 la dottrina, nelle sue enunciazioni, è completa e l’Italia fascista può guardare lontano. Si tratta di passare ai fatti.
A questo punto si deve tener presente che il genio e la volontà di un Uomo possono bastare per la formazione e l’enunciazione di una dottrina, mentre per una compiuta realizzazione è indispensabile anche la collaborazione di una nuova classe dirigente – embrionalmente rappresentata all’inizio da una minoranza di temperamenti rivoluzionari – tutti d’accordo questi sui nuovi dogmi e sulla necessità di realizzarli, a qualunque costo.

