Teoria del genere ed estremismo democratico
Ci sono tre considerazioni di Andrea Emo che introducono perfettamente la questione del ‘genere’ e che tanto coinvolge la cosiddetta opinione pubblica: “La democrazia può soltanto sconsacrare; e in ciò consiste la sua perpetua menzogna”; “La democrazia è una malattia sociale; una malattia della Storia”; “[…] le parole sono pericolose quanto le cose, specie quando sono parole-guida, parole-bandiera; ed assumono quindi la dittatura delle menti” (1).
Queste riflessioni possono essere assunte come indicatori di quella operazione meditata e cinica che ha come obiettivi l’azzeramento di ogni differenza, la scomunica di ogni trascendenza e l’appiattimento di ogni specificità.
Cominciamo con il primo punto. Ogni ordine che sia equilibrio armonico di forze e di funzioni si fonda e si struttura sulla consonanza tra diversi. L’esempio classico dell’antichità è il corpo umano, in cui ogni apparato agisce e si calibra sulle necessità e sulle peculiarità fisiologiche dell’altro, e tutti insieme coordinati permettono lo stato di salute e consentono la vita. Basta che uno solo sgarri, che una semplice cellula sfugga all’ordinamento di natura e decida una proliferazione ed un percorso autonomo, che tutto l’accordo vitale salti e il corpo entra nella condizione di malattia.
Il secondo punto riguarda il livello superiore della vita, quello che dà un senso al percorso esistenziale di ognuno, che partecipa ad un disegno e ad una forma più elevati del semplice stadio vegetativo, della bassa soddisfazione dei bisogni primari, della elementare condizione di essere al mondo. Questa aspirazione di trascendenza non è insegnabile attraverso manuali di comportamento né lezioni frontali e neppure con approfonditi seminari, ma si impara dall’esempio delle figure significative, dai comportamenti degli educatori, dagli stili dei politici. È, nella sostanza, l’essenza dello spirito comunitario. Il terzo punto, che in un certo senso condensa i due precedenti, riguarda le specificità individuali, quella caratteristica della psicologia archetipica che James Hillman ha sintetizzato in un efficace neologismo: ciascunità. In parole semplici, sulla base delle capacità e delle funzioni che la natura ha assegnato ad ognuno di noi, ciascuno ha il dovere morale e l’imperativo spirituale di rispondere alla chiamata secondo delle precise istanze di responsabilità. Chi tradisce a questa predisposizione danneggia se stesso e compie un tradimento di fronte alla comunità di appartenenza.
L’operazione in corso che riguarda il fenomeno gender, le cui origini ideologiche risalgono a molti decenni fa, ha una solida base nell’estremizzazione democratica dell’uguaglianza e nella strategia omologante del processo di mondializzazione.
Già Tocqueville aveva studiato e denunciato una vera e propria alterazione antropologica nell’uomo democratico, caratterizzato da mediocrità di intenti, debole volontà e istinto di indifferenziazione: in sintesi, una generica debolezza dell’Io. Uno dei punti essenziali della deformazione della soggettività è individuato nel dispositivo attraverso cui “La democrazia spezza ogni legame: sia quello tra l’individuo e i propri avi o i propri discendenti, che, nella gerarchia, caratterizzava fortemente le società aristocratiche, sia quello tra l’individuo e i propri contemporanei” (2).
Da qui, la degenerazione non conosce più ostacoli né argini. Qual è il primo organismo umano che si fonda e costruisce il legame primigenio? La famiglia, naturalmente. È contro questa istituzione che gli attacchi vengono subito indirizzati. Una volta rotto il patto di sangue tra funzioni – materna e paterna – con la fine della complementarietà educativa, era indispensabile portare l’attacco direttamente al matrimonio e alla stessa figura diversificata di madre e di padre.
Dalla precarietà determinata dal rapporto contrattuale tra uguali, è stato facile il passaggio alla rivendicazione del diritto del matrimonio tra simili – omosessualità – e alla pretesa della genitorialità adottiva o artificiale tra lesbiche e gay.
Preso atto che l’uguaglianza democratica organizza in massa uomini privi di un legame comune che trascenda la semplice vicinanza di natura, il passo successivo non poteva che essere quello di stravolgere le stesse leggi biologiche. Niente maschio/padre, né femmina/madre: solo un indifferenziato genitore.
Questa manovra partita da lontano è stata innanzitutto un “addomesticamento ideologico” (3). Con cinica determinazione, si è attaccato il senso stesso della parola, il suo valore comunicativo e semantico, fino alla creazione di significati e suoni propagandisticamente controllanti.
Pensiamo, come esempio unificante, per comprendere e denunciare la sovversione linguistica, al termine ‘discriminazione’. Per sostenere una sua distorta valenza negativa, il potere ha voluto addirittura codificare in legge una presunta essenza di sopraffazione, mentre il suo significato è in sé solo un indirizzo legittimo di scelta.
Discriminare vuol dire differenziare, separare, distinguere in base a parametri di gusto personale, di interesse particolare, di preferenza privata. Nella neolingua di orwelliana profezia, ormai il Sistema ha il potere di interferire nella libertà del singolo, con l’intendimento di impedire anche la sola espressione di un giudizio. La legge definisce ciò che tutti devono pensare e dire, per poi paradossalmente discriminare chiunque non si adegui al criterio definito dall’autorità repressiva.
Il problema è che l’operazione di appiattimento mentale è riuscita ad intaccare la stessa coscienza individuale e collettiva, fino a determinare una vera e propria “passione dell’uguaglianza [poiché] la società di eguali non può tollerare alcuna differenza” (4), in un dispositivo di volontaria e mimetica omologazione.
Tra l’invidia per ogni forma di diversità, la paura delle ritorsioni giudiziarie per un pensiero autonomo e la voglia malsana di indifferenziazione, il massimo risultato della democrazia realizzata è stato raggiunto con il sovvertimento delle stesse leggi di natura. Con una costante azione desensibilizzante verso ogni forma di comportamento non politicamente corretto, con una metodica censura nei confronti di pensieri e azioni non conformate, con la pedante interferenza nelle menti degli indecisi e dei rassegnati, si è giunti ad una vera e propria conversione in strati trasversali della popolazione.
Siamo giunti, alla fine, al tanto auspicato uomo senza identità, facile strumento malleabile e manipolabile da parte di quella ideologia mondialista che pretende la scomparsa di ogni gusto e di qualsivoglia preferenza, e per la quale lo stile è sinonimo di pericolosa sovversione.
Il capitalismo cosmopolita, in complice connivenza con il pensiero debole, ha sfondato prima le frontiere della nazione e poi quelle della natura, per giungere a quella che Alain de Benoist definisce con il termine di “mescolinismo” (5): una informe ibridazione di pensiero, di comportamento e di mentalità per una umanità indistinta e di facile manipolazione.
In questo modo, la differenza naturale e simbolica è stata scomunicata, e la manipolazione ha portato ad una uguaglianza indifferenziata per legge, con la persona degradata a quel generico umanoide magistralmente descritto da Aleksandr Zinov’ev.
NOTE:
(1) A. Emo, Verso la notte e le sue ignote costellazioni, Ed. Gallucci 2014, pp.217-33.
(2) E. Pulcini, L’individuo senza passioni, Bollati Boringhieri, Torino 2001, p. 140.
(3) E. Perucchietti-G. Marletta, Unisex. La creazione dell’uomo “senza identità”, Arianna, Bologna 2014, p 46.
(4) E. Pulcini, L’individuo senza passioni, cit., pp. 1445
(5) A. de Benoist, I demoni del bene, trad. it., Controcorrente, Napoli 2015, p. 57.
