Cosa ha spinto degli antiamericani viscerali a tifare per il Presidente degli Stati Uniti?
Perché hanno fatto loro il concetto per il quale egli starebbe combattendo il Deep State e quindi la Globalizzazione.
Per questa credenza, essi sostengono che Trump stia combattendo la stessa americanizzazione, anche se il suo slogan è Make America Great Again.
Cosa c’è di concreto in questa narrazione?
Partiamo da questo Deep State che è stata la sensazionale scoperta dei populisti nell’ultimo ventennio
Il termine deep state (stato profondo) è usato in modo ambiguo e con sfumature diverse, a seconda del contesto. In sintesi, si riferisce all’idea che, al di là dei governi eletti e delle istituzioni ufficiali, esista una rete di potere nascosta, composta da apparati burocratici, militari, di intelligence o élite economiche, capace di condizionare o persino dirigere la politica reale di uno Stato.
Questa scoperta è buona solo per dei totali analfabeti di storia, sociologia e politica.
Qualunque cosa si pensi dei pregi o difetti, dei limiti od opportunità, della democrazia elettorale, non è mai accaduto né potrebbe accadere mai che le strutture portanti dello Stato (burocrazia, imprese economiche) siano cambiate o mutino con il voto.
Perfino in sistemi dove il potere era fortissimo, come la Germania del Terzo Reich, la burocrazia aveva una sua propria vita ed era difficilissima da permeare e da riprogrammare.
Figuriamoci oggi!
Il “deep state” c’è da sempre
Anche i governi più piccoli e centralizzati devono avere funzionari, militari, giudici, diplomatici, amministratori. Questi apparati, per forza di cose, sopravvivono ai cicli elettorali e ai cambi di regime: l’impiegato di un ministero o l’ufficiale dell’esercito resta in carica anche se cambia il presidente o il re.
Questo significa che esiste sempre un “nucleo permanente” che garantisce la continuità dello Stato, al di là delle scelte politiche contingenti.
Il potere economico ha sempre influenzato il potere politico
Dall’antichità (patrizi a Roma, grandi mercanti nelle repubbliche marinare, aristocrazie terriere in età feudale) fino agli Stati contemporanei, gruppi con risorse economiche hanno avuto strumenti per condizionare o orientare la politica.
L’intreccio tra potere politico ed economico non è una deviazione recente, ma una costante.
La questione è di grado, non di presenza/assenza
Ciò che cambia da uno Stato all’altro è quanto questi apparati riescano ad agire in autonomia, cioè quanto possano resistere o adattarsi alle decisioni dei governi eletti.
In alcuni casi (es. regimi militari o sistemi con forti lobby economiche) l’apparato permanente può avere un’influenza dominante. In altri la sua influenza è più limitata e meglio regolata.
Cos’ha di speciale il “deep state” della nostra epoca
Una differenza rispetto al passato c’è. Non perché il “deep state” si sia appropriato del potere, ma perché la sociologia del potere è modificata. Perché per tante ragioni (natalità, immigrazione, apertura dei mercati, facilità dei viaggi) la presa di potere dall’alto è calata ovunque.
Inoltre c’è la tendenza, partita già negli anni ottanta, detta del potere sussidiario. Ovvero la deregulation istituzionale, con gli Stati che intervengono il minimo possibile lasciando l’incombenza ad amministrazioni locali o a privati, tra cui le ONG.
Siamo entrati in una fase – che viene rincorsa con frenesia dalle nazioni non occidentali – in cui gli stati nazionali si trovano a metà strada tra il locale e il globale. Le interazioni economiche, culturali e di comunicazione, le filiere industriali e distributive, hanno prodotto questo stato di cose per il quale ci s’interroga ancora sul ruolo futuro dello Stato, ma non di certo su quello del “deep state”.
Lo stesso braccio di ferro di Trump comprova che l’intreccio è talmente fitto che a ogni mossa c’è un contraccolpo non voluto, tanto che sta navigando a vista.
Il “deep state” è un partito ideologico, al soldo di una non meglio precisata élite?
Scrivevo nel 2002 in Nuovo Ordine Mondiale tra imperialismo e Impero, che nella società dis-sociata prendevano piede le lobbies. Non solo quelle potentissime di genere finanziario e mediatico, ma qualunque forma di organizzazione minoritaria.
Spiegavo anche che non tutti i finanzieri o i gestori dei media hanno la stessa ideologia e la stessa passione. Ma le minoranze interne dettano linee, che pur non essendo di tutti, diventano uniformi.
Facevo l’esempio dell’evoluzione, da allora confermata, delle lobbies lgbt che avrebbero finito con l’imporre la loro causa perché era la sola in gioco.
In sostanza la gran maggioranza degli appartenenti al “deep state” o alle lobbies, è plasmabile, ma minoranze organizzate riescono a trasformare il tutto con determinazione, tanto che il “deep state” non è mai neutro.
Si tratta di minoranze che hanno operato e operano secondo la logica di Gramsci e spesso con la logica di organizzazione di Lenin. Che siano lgbt, comunisti, clericali, di comunità ebraiche o islamiche, open society, i metodi sono gli stessi.
In assenza di un equilibrio di poteri, delle minoranze si appropriano anche dei poteri istituzionali. In particolare si pensi alla disfunzione del potere politico operata da gruppi di giudici che intervengono pesantemente sulle politiche istituzionali che tengono in ostaggio.
Lo scontro tra il popolo e il “deep state” o le élites, non ha molto senso
Alcune delle misure di riaffermazione nostalgica che sono proposte dal populismo americano hanno sicuramente il pregio di mettere il problema sul tavolo e di acuire delle tensioni, riducendo finanziamenti a minoranze organizzate che operano ideologicamente.
Perché ci sia però una svolta, l’antitesi è non solo insufficiente ma destinata a perdere.
Non si può smantellare il “deep state” perché sarebbe come dire smantellare l’ordinamento societario e statale. Si possono colpire le minoranze sediziose che inquinano gli apparati, ma sul fondamento di cosa? Non le si può colpire indicando un nemico cattivo da rimuovere (fascista, antifa, ebreo, antisemita, massone, satanista, globalista, jihadista, comunista).
Se si vuol rettificare lo Stato e rigenerare la società, a mio parere si deve intervenire sul campo, senza lasciare a minoranze organizzate ostili l’oligopolio della cultura e dell’amministrazione.
Come sostengo da un quarto di secolo, per poter controbilanciare la sovversione lobbistica, a poco servono l’eccitazione e la demagogia se non si mette in piede una logica organizzativa per quella che io definisco “lobby di popolo”.
La natura ha orrore del vuoto: se non si entra attivamente e fertilmente in gioco non ci sarà alcuna possibilità di rettifica. A meno che non ci pensi la Provvidenza. Ma questo è dominio della fede, non dell’impegno politico.