Oggi i risultati.
Gli exit pol danno la Grecia per ingovernabile perché i lacché delle banche, insieme, centro, destra e sinistra, non raggiungerebbero la maggioranza.
La piccola „Alba dorata“, vigorosa e radicata formazione nazionalsociale fino a ieri gruppettara è data intorno al 6%.
Effetti in una tenaglia. Se gli exit poll verranno confermati un sano populismo multicolore metterà in crisi i camerieri dei banchieri e aprirà la strada a prospettive „peroniste“.
Il rischio è che la reazione non si avrà contro la direzione della Bce per un’altra politica europea e per l’Euro ma che diventi il preludio alla fuoriuscita dall’Euro. Il che, con tutte le ragioni del caso, andrebbe a scopa con le aspettative esplicite della JP Morgan e della Fed.
Speriamo dunque in una risposta non solo emotiva ma anche strategica che faccia da pungolo nazionalrivoluzionario in Europa, che sfidi le banche e che, al contempo, non serva il Dollaro e i suoi signori. Insomma populismo sì, sacrosanto populismo, ma con visione strategica e con spessore in modo da non cedere alla demagogia che porta immediatamente spiccioli a chi la cavalca ma veri e propri capitali a chi ne approfitta.
PARLAMENTO – Le uniche notizie sicure per ora sono due: la geografia del Parlamento (300 seggi) cambierà radicalmente, con l’ingresso complessivo di almeno otto, se non dieci partiti; e gli indecisi sono tanti. Decisamente troppi. Basterebbe un elemento per consentire almeno una prima riflessione: i due maggiori partiti greci, il socialista Pasok e il centro destra di Nuova democrazia alle ultime elezioni avevano complessivamente il 78 per cento dei voti, con il netto vantaggio del partito di centro-sinistra; oggi, seppur con ruoli capovolti, cioè con il vantaggio di Nuova democrazia, i due partiti, assieme, prenderebbero (secondo i sondaggi) meno del 40 per cento.
GRANDE COALIZIONE – Sarebbe quindi insufficiente persino una «grande coalizione» ( abbastanza innaturale in un Paese di forti passioni) per raggiungere i 151 seggi necessari per governare. Si renderebbe necessario, a quel punto, allargare la coalizione ad altri partiti assai poco inclini ad accettare, condividere, e pagare il prezzo politico e sociale di nuovi durissimi sacrifici. La crisi, in un Paese in bancarotta tecnica ma per adesso salvato dal baratro e imbucato in un salvagente alla periferia dell’eurozona, è così devastante da aver prodotto un fenomeno distruttivo: la spaccatura di tutti i tradizionali partiti, che hanno perduto una o due costole, con la sola eccezione dei comunisti del Kke, permeati da nostalgie staliniste.
ESTREMISMI – Il Kke navigava attorno al 10 per cento dei consensi e non è cambiato, perchè i sondaggi gli danno più o meno lo stesso risultato. Tutti gli altri partiti hanno subito decurtazioni: Nuova democrazia, che alla sua destra aveva soltanto i nazionalisti del Laos, ha visto la nascita di altre due formazioni, gli intransigenti demagoghi del movimento Greci Indipendenti e gli estremisti di Alba d’Oro, un gruppo che si riconosce in molti capitoli della dottrina nazista. Nella Grecia che ha conosciuto l’onta e la vergogna della dittatura militare dal 1967 al 1974 pensare che Alba d’Oro entri comodamente in parlamento con quasi il 6 per cento dei voti provoca ben più di un brivido.
PASOK PERDE PEZZI – Il Pasok ha continuato a perdere pezzi, e dal 44 per cento del 2009 potrebbe prendere adesso poco più del 16. L’ultima ferita è stata provocata dal partito Dimar di Fotis Kuvelis, che da una parte ha raccolto tutti gli stanchi e i delusi dai socialisti, e dall’altra sta spolpando la Coalizione di sinistra, che oggi si chiama Syriza, da cui Dimar proviene. Le liti nella grande famiglia della sinistra, una costante non solo europea, sono anche qui durissime. Forse, tra tante divisioni, potrebbero avvantaggiarsi i verdi e anche il piccolo partito liberale dell’ex ministro degli esteri Dora Bakojannis, in corsa per superare quel 3 per cento necessario per entrare in Parlamento.
