Adriano Sofri, idolo dei salotti buoni della sinistra post-sessantottarda, pontifica sull’ 11 settembre intonando un peana all’Occidente e rifilandoci le solite banalità islamofobe. Sarebbe decisamente troppo aspettarci da questo “raffinato intellettuale” – già sostenitore dei vari “bombardamenti etici” targati USA – uno straccio di riflessione critica, un’analisi un po’ più approfondita, un argomentazione minimamente anticonformista. Leggere per credere.

Potete accorgervi di essere ebreo, e chiedervi che cosa significhi, solo dopo che qualcuno vi abbia insultati così: “Ebreo!”. Qualcosa del genere – molto più a buon mercato – abbiamo sperimentato, dall’11 settembre in qua, con il nome di Occidente. Era abbastanza fuori corso nella nostra idea di noi stessi. Poi ce lo siamo sentiti dire a muso duro: “Occidentali!” – e ci siamo chiesti di nuovo che cosa significasse.
Non è facile ridefinire i propri segni particolari nello specchio di odiatori e nemici. Si reagisce piuttosto che contare su sè. Ci si sorprende: “Perché ci odiano tanto?”. Si prova un senso di colpa, naturalmente: e non si stenta a trovarne una buona quantità, di colpe, antiche e presenti. Siamo spaventosamente più ricchi, sani, longevi; consumiamo una dose spropositata delle risorse della terra.
E anche quando l’odio e la rabbia che ci assaltano sono troppo feroci e ciechi per esaurirsi nelle nostre colpe, e gli assaltatori non siano i poveri del mondo ma dei miliardari cadetti, incliniamo a spiegarli con qualcosa che conosciamo, che abbiamo attraversato. Dopotutto, ci siamo squartati nelle fratricide guerre di religione, e abbiamo inventato il razzismo, i totalitarismi, le guerre mondiali, il genocidio, l’esplosione atomica: appena poco fa. L’orrore dei nostri nemici somiglia tristemente a qualcosa attraverso cui siamo passati. A volte ne è addirittura una filiazione dichiarata.
Una gran parte degli studi e delle riflessioni fiorite dopo l’11 settembre si impegna appunto a documentare l’incrocio di idee e comportamenti fra l’occidente e i suoi nemici. Ian Buruma e Avishai Margalit, autori di una serie tempestiva e penetrante di saggi dopo l’11 settembre, ora rielaborati in volume, hanno scelto il titolo Occidentalismo – calcato sul classico studio di Edward Said, Orientalismo – a significare l’occidente com’è visto dai suoi nemici. Il vero oggetto della loro analisi è l’influenza della critica rivoluzionaria o antiliberale di pensatori e movimenti occidentali sull’intolleranza antioccidentale del mondo terzo e specialmente dell’islamismo contemporaneo.
Ho, non dirò un’obiezione, ma una preoccupazione: che la sottolineatura degli incroci e dei prestiti conduca a sottovalutare la novità e l’autonomia del furore islamista.
Ammettete che la verità essenziale dell’Occidente stia nella libertà delle donne: l’unico progresso che non sia finito in un vicolo cieco. (Parecchie femministe sospettano che la libertà delle donne sia diventata la nuova bandiera strumentale del dominio maschile occidentale: rischio credibile, ma del tutto secondario rispetto alla condizione reale delle donne nel mondo). La libertà delle donne non rig

