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Le urne e il bosco

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E se votassimo R?

Finalmente ci siamo! Oggi si terranno le elezioni per il rinnovo del parlamento europeo. Non che ci sia da sperare chissà cosa da questi individui; a parte qualche volto noto – o altrimenti “trombato” alle ultime politiche / amministrative nazionali – la maggior parte risponde alla qualifica di: perfetto sconosciuto.
Mentre l’attuale numero degli italiani eletti al Parlamento europeo conta ben 73 membri, ovviamente tutti “democratici” così come riportato nei nomi dei diversi gruppi d’appartenenza (giusto una qualche militanza nel passato, per alcuni, fa si che si possano inquadrare sotto le tradizionali bandiere), l’assalto alle poltrone di Bruxelles vedrà la contesa fra poco meno di trecento candidati.
Se da una parte, con i dovuti distinguo, alcune forze politiche offrono segnali di critica all’operato UE, dall’altro lato – da figure istituzionali, contrariamente ad una supposta terzietà in una siffatta contesa politica – si riscontrano “pressioni” ideologiche sulla continuità e sulla bontà di scelte accettate ed avallate decenni orsono.
Pare quindi evidente che il leviatano accetti la critica, nella misura in cui non interferisca in un disegno immutabile nel tempo e/o che solo lui possa cambiarlo.
Di conseguenza, il cittadino si trova imbrigliato a questo spettacolo, organizzato appositamente per convivere con l’idea di democrazia; di poter determinare con le proprie scelte (il voto) la sua vita e della sua stessa comunità.
Quelle forze politiche, che sembrano non accettare il ruolo marginale o di vera critica a loro assegnato, molto spesso sono funzionali al disegno del leviatano: In questo modo la dittatura cerca di dimostrare non solo che dispone di una maggioranza schiacciante a suo favore, ma anche che il consenso di questa maggioranza affonda le sue radici nella libera scelta dei singoli. L’arte del comando non consiste semplicemente nel porre la domanda nel modo giusto, essa si rivela altresì nella messa in scena, nella regia di cui detiene il monopolio. (E. Jünger “Trattato del ribelle”).
Né con il suo voto contrario, il cittadino può ipotizzare di rovesciare lo status quo. E’ evidente che la pianificazione di questa struttura, partita da lontano, non è modificabile con pochi voti di dissenso. Il cento per cento: ecco la proporzione ideale, che rimane irraggiungibile come tutti gli ideali. … Di quanto sia lecito avvicinarsi dipende a sua volta da un insieme di complesse considerazioni.
Nei luoghi in cui la dittatura ha ormai consolidato la propria posizione,il novanta per cento dei consensi sembrerebbe un risultato troppo modesto. …. E invece, un totale di schede nulle o di voti contrari che si aggiri attorno al due per cento sembra non solo tollerabile, ma addirittura vantaggioso. … Gli organizzatori traggono un duplice vantaggio da quei due voti: in primo luogo essi conferiscono attendibilità agli altri novantotto in quanto attestano che ciascuno dei votanti avrebbe potuto esprimersi come quel due per cento. … Per le dittature è importante dimostrare che con esse non è venuta meno la libertà di dire no.
Ma il nostro due per cento offre anche un secondo vantaggio: tiene vivo quel movimento incessante di cui le dittature hanno bisogno. (E. Jünger “Trattato del ribelle”).
Vivere l’illusione di poter decidere la propria vita, appunto. Le politiche della critica, del disaccordo, della contrarietà, della divergenza sono permesse solo se rientranti in una piccola e controllata percentuale. Il cento per cento significherebbe l’ideale , con tutti i rischi che comporta il raggiungimento di un traguardo. … La propaganda ha bisogno di una situazione nella quale il nemico dello Stato, il nemico di classe, il nemico del popolo sia già stato messo fuori combattimento e quasi ridicolizzato, e però non sia ancora scomparso del tutto. Il semplice consenso non basta alle dittature: per vivere esse hanno bisogno altresì di incutere odio e, per conseguenza, di seminare il terrore. Sennonché, quando i voti favorevoli sono il cento per cento, il terrore non ha più ragione d’esser; non s’incontrerebbero altro che giusti.
Il cento per cento dei suffragi sarebbe stato ben più preoccupante. (E. Jünger “Trattato del ribelle”).
Come organizzare, allora, delle azioni che abbiano un significato permanente e che nel lungo periodo possano modificare e/o annullare la forza del leviatano?
Mettere in pratica quello che il potere teme di più: il dissenso col silenzio, il cento per cento dei suffragi… Renderlo incapace di capire ciò che stiamo pensando, ovvero fargli sapere che il cittadino non ha smesso di elaborare un pensiero contrario.
Per i più creativi dell’urna elettorale: Si potrebbe abbreviare ulteriormente e in luogo del <<no>> tracciare una sola lettera – R per esempio. Starebbe a significare, tra l’altro: Raduno, Riflessione, Riscossa, Rivolta, Rabbia, Resistenza. O magari: Ribelle …(E. Jünger “Trattato del ribelle”).
Buona giornata.

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