mercoledì 22 Aprile 2026

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Adam Lanza non era autistico

 

Adam Lanza non era autistico. O comunque, se lo fosse stato, questo non avrebbe fatto di lui un criminale più pericoloso di altri, anche se questa è la “vulgata” che sta iniziando a montare sui media americani dopo la tragedia di Newtown. Una madre di un bimbo autistico prende carta e penna e firma un articolo di fuoco sul New York Times.
PARLARE A VANVERA – “Tutto è iniziato con qualche insinuazione, presto diventate vere e proprie dichiarazioni. Parole come “strano, appartato, solitario” sono diventate “mancava di empatia” e presto sono scivolate dentro “comportamento autistico” e “malattia mentale come quella di Asperger”. Entro domenica erano già accuse e discriminazioni”, dice Priscilla Gilman, intenzionata a fare chiarezza e a dissipare l’immagine di un Adam Lanza un po’ autistico, dunque malato mentale, dunque naturalmente predisposto all’assassinio. Collegamenti sbagliati e fallaci: primo, l’autismo non è una malattia mentale ma una condizione stabile di disturbo neurocognitivo e disabilità. Né è vero che “le persone autistiche mancano di empatia”, il punto è che hanno difficoltà a manifestare all’esterno le loro emozioni in maniera verbale e così trovano altri modi di espressione; e se a volte questi modi sono violenti, è perché nascono dalla frustrazione data dall’incapacità di rapportarsi, ma innanzitutto, di solito, la violenza è “auto-distruttiva” e in secondo luogo non si tratta mai di violenza “diretta all’esterno, che prende la forma di atti di violenza sistematici, meticolosamente pianificati e intenzionali verso una comunità”, ovvero, il massacro della Sandy Hook.
PERICOLOSI? – “Studio dopo studio è stato dimostrato che una persona autistica non è automaticamente più incline a diventare una persona violenta o criminale, come è altrettanto vero che le persone autistiche sono di norma più vittime di violenza”, perciò è davvero triste che “venga additato come causa agente qualcosa che dovrebbe essere invece identificato come vittima di violenza”. In sintesi, dice la Gilman, “questo paese deve capire meglio la complessità delle varie condizioni e rispettare la profonda individualità dei suoi bambini”. Primo, essere introversi non significa avere un disturbo comportamentali, secondo, un disturbo comportamentale non è la stessa cosa di una malattia mentale, e tre, una malattia mentale non ti fa assassino o naturalmente violento, almeno, non più di altri “normali”. Anche perché si hanno già esempi di madri di bambini autistici che hanno difficoltà ad uscire di casa, scrutate dagli sguardi di chi crede che il loro figlio sia, improvvisamente, un pericolo.

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