domenica 16 Giugno 2024

Matteotti: parliamone sul serio

Dossier per il centenario della sua morte

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A cura del
Reparto Studi Storico-Scientifici del Novecento di Noreporter

Cent’anni di retorica.
Che dire dell’Affare Matteotti, dell’utilizzo della sua figura per bollare come sanguinario un Regime e, con la grancassa del suo martirio, tacitare il grido delle innumerevoli vittime del terrorismo antifascista?

Ha un qualche fondamento storico e un minimo di attinenza con la realtà, la tesi comune per la quale Matteotti avrebbe dato fastidio e sarebbe stato ucciso su ordine di Mussolini per imporre infine la dittatura?

Ha davvero senso sostenere che morì per le parole pronunciate e che il Regime ne aveva paura?

Fu, come si dice, un delitto di Regime (che ancora non era stato edificato!), a espressione e monito di quel fascismo che, per usare le parole di Elly Schlein, era “strutturalmente violento”?

INNANZITUTTO NON FU AFFATTO UN DELITTO IMPUNITO

Tra il 16 e il 24 marzo 1926 si svolse il processo contro le persone implicate nell’omicidio. La data è importante perché Mussolini aveva assunto i pieni poteri da circa quindici mesi, proprio a causa della sconsiderata opposizione che aveva provato a cavalcare disastrosamente il caso Matteotti rendendo al tempo impossibile l’intesa tra i fascisti e alcuni socialisti, a cui il Capo del Governo aveva lavorato fino ad allora, e qualsiasi soluzione politica diversa da quella che venne decretata il 3 gennaio 1925. Non vi era quindi più alcun motivo di far celebrare il processo se solo il Duce non avesse voluto.

Pur con tutti i poteri in mano, Mussolini pretendeva sempre la legalità.
Si pensi che Antonio Gramsci, ancora deputato comunista, il 16 maggio di quell’anno avrebbe tenuto alla Camera dei Deputati un discorso contrario alla legge fascista di scioglimento della Massoneria. Massoneria alla quale, per inciso, sarebbe appartenuto lo stesso Matteotti: presumibilmente obbedienza inglese.

Gramsci verrà arrestato solo in agosto per via dell’organizzazione clandestina approntata dai comunisti.
Il che non osterà all’uscita della rivista comunista La Verità durante il Ventennio, né porterà all’arresto dei suoi cinquantamila lettori, non pochi dei quali regolarmente abbonati.

Il processo dunque si svolse e decretò tre condanne per omicidio preterintenzionale a cinque anni, undici mesi e venti giorni.
Si stabilì che Il 10 giugno 1924 Arrigo Dumini, insieme a Albino Volpi, Giuseppe Viola, Augusto Malacria e Amleto Poveromo, sequestrò Giacomo Matteotti, il segretario del Partito Socialista Unitario cui si voleva “impartire una lezione”.
La reazione di Matteotti, cui non si può non riconoscere il coraggio fisico, fece degenerare il tutto. Non è chiaro chi fu a colpirlo sotto il costato provocandone la morte. Va considerato che la struttura fisica di Matteotti era compromessa, i polmoni lesi da tubercolosi, sicché il colpo causò uno scoppio di sangue inatteso e fatale.

Segnala a Storia In Rete.com lo storico Enrico Tiozzo, docente all’Università di Göteborg che, a suffragio della tesi dell’omicidio volontario, nel dopoguerra è stata fatta sparire dagli atti ogni traccia documentale dell’anamnesi di Matteotti, malato fin dall’adolescenza e quindi riformato alla leva.
In seguito, gli aggressori, non sapendo più che fare, girovagarono per la campagna romana e arrivarono alla macchia della Quartarella, a 25 km da Roma, dove, scavata alla meno peggio una fossa con il crick della macchina, seppellirono sommariamente il cadavere che fu ritrovato il 16 agosto successivo dal cane di un guardiacaccia.

Nel dopoguerra, calpestando il principio giuridico del Non bis in idem, venne poi riaperto il processo ad Arrigo Dumini che fu condannato all’ergastolo per un omicidio premeditato che, tecnicamente, non stava in piedi. Tant’è che per scelta salomonica venne graziato sei anni dopo, dalla Repubblica “antifascista” che evidentemente considerò che un totale di dodici anni scontati era abbastanza e ritenne, sempre salomonicamente, di fargli scontare sotto l’antifascismo, la medesima pena che aveva scontato durante il fascismo, con l’aggiunta simbolica di dieci giorni in più.

Si noti che a battersi per la revisione processuale e poi per la grazia fu l’avvocato Casimiro Wronowsky che era anche il legale della famiglia Matteotti.
Ma era più di questo. Era figlio di un patriota che aveva preso parte all’insurrezione nazionale in Polonia del 1863-64 stroncata dai russi ed era stato deportato in Siberia da
cui era riuscito a fuggire per raggiungere infine l’Italia. L’emblema vivente di quel “sangue polacco” menzionato nel Canto degli Italiani, più noto come Inno di Mameli.
Casimiro Wronowsky era cognato della moglie di Matteotti, Velia Titta, e alla morte del marito divenne il tutore dei suoi due figli.
Peraltro ebbe a sua volta due figli, che furono partigiani in Liguria.
Non esiste prova più lampante di quanto la stupidità degli schemi intrisi d’intolleranza e privi di ogni genere di obiettività cui siamo abituati ai nostri giorni non avesse allora cittadinanza nella vita reale.

Diversi esponenti dei partiti di governo sostennero l’iniziativa per la liberazione di Dumini. Tra questi anche quattro ministri. Si tratta di Giulio Andreotti, Paolo Rossi, Antonio Segni, che poi diventerà Presidente della Repubblica, e Fernando Tambroni.

Per la precisione, il successivo governo Tambroni verrà rovesciato dalla sedizione di piazza dei socialcomunisti nel 1960 per il sostegno esterno apportatovi dal Movimento Sociale Italiano. Quella sommossa diede di fatto vita al centrosinistra. Per tali ragioni si pensa che Tambroni appartenesse alla destra Dc, ma è inesatto, egli apparteneva alla corrente di Gronchi che si può definire di sinistra nazionale, vicina a Mattei e a Fanfani. Diversi collboratori di Tambroni collaboreranno successivamente con Aldo Moro.

Infine l’iniziativa dell’avvocato Wronowsky per la liberazione di Dumini ottenne l’appoggio discreto di un altro futuro presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, leader del Partito Socialista Democratico Italiano che era in qualche modo l’erede del PSU di Giacomo Matteotti e a cui, fin dal 1952, apparteneva Giancarlo Matteotti già deputato socialista fin dal 1948. Il figlio maggiore di Matteotti, Gianmatteo, aveva aderito fin dal 1947 a quel partito nato per sottrarre il socialismo alla sudditanza verso il partito comunista e la rete di Mosca.

DAVVERO SI VOLEVA FAR TACERE MATTEOTTI?

Ci si dice che lo si volle tacitare per la sua coraggiosa denuncia del Regime, operata il 30 maggio precedente, una denuncia sull’irregolarità delle elezioni testé svolte.

Broglio?

Riguardo all’inconsisenza delle accuse di Matteotti a proposito dei presunti brogli elettorali alle trionfali elezioni del 6 aprile 1924 per il rinnovo della Camera dei Deputati dopo un anno e mezzo di Governo Mussolini, rimandiamo a un articolo di Pietro Cappellari che contiene un quadro riassuntivo, che all’epoca era ben noto a tutti:

In sintesi, la denuncia di brogli e di violenze fatta da Matteotti nel suo discorso era talmente fumosa che alla domanda di produrre elementi, aveva risposto che non stava a lui dimostrare l’accusa ma al governo di portare le prove della sua innocenza!

Il modus operandi di Matteotti era quello di lanciare virulente accuse e denunce senza riscontri oggettivi contro i suoi nemici politici. Né godeva di grande considerazione tra i vari partiti della sinistra mentre il “capo” della traballante coalizione antifascista di allora era il liberale Amendola, padre del “migliorista” che diventerà il padrino politico di Napolitano.

Tra di loro non si amavano troppo. Così Gramsci commentò la sua scomparsa:
“È morto il pellegrino del nulla”. D’altronde i comunisti lo accusavano di strozzinaggio. In realtà i prestiti ad usura li avrebbe praticati suo padre (“Il Mattino di Napoli” del 30 aprile 2024) e non sappiamo se la pratica sia continuata dopo la sua morte, ma, nella contesa leadership sul branco di sediziosi, quest’argomento, che se non altro denunciava l’equivoco arricchimento familiare di un campione del proletariato, era efficace.
Va anche considerato che, nella coalizione rabberciata degli antifascisti, Matteotti provava a trasferire in Italia il modello di una Socialdemocrazia del genere austrotedesco e questo infastidiva enormemente sia i socialcomunisti che i popolari di Don Sturzo.

Alle accuse di broglio campate in aria del 30 maggio, del resto Mussolini aveva risposto punto per punto, smontando ogni contestazione. Lo fece il 7 giugno, ovvero prima della morte del socialista che, alla luce di questa lettura, era diventata del tutto inutile.

Petrolio?

Esiste un’altra teoria, secondo cui Casa Savoia ne avrebbe voluto la soppressione perché Matteotti sosteneva di avere in mano dei dati che ne provavano il coinvolgimento in uno scandalo legato al petrolio (Affare Sinclair). Tesi che, peraltro, contempla la partecipazione del Dumini ad una congiura monarchica volta, non solo a liquidare il deputato socialista ma anche a travolgere Benito Mussolini e suo fratello Arnaldo nello scandalo sì da permettere Vittorio Emanuele III di sostituirlo. Ma è un’accusa deboluccia. Innanzitutto perché si era ormai abituati ai presunti scoop di Matteotti, tutto rumore e ben poca sostanza, e non è molto convincente che Casa Savoia ne temesse le presunte rivelazioni. Poi perché se il re avesse voluto eliminarlo avrebbe fatto ricorso a persone molto più preparate del quintetto che lo rapì e lo uccise. E comunque avrebbe fatto in modo di far sparire meglio il corpo.

Quanto potessero infastidire le “rivelazioni” di Matteotti ce lo chiarisce bene il precedente dell’anno prima quando, sempre alla Camera, aveva attaccato il governo per una presunta speculazione sullo zucchero, naturalmente senza apportare dati a suffragio della propria tesi, e aveva accusato personalmente Mussolini.
Non ci fu nessuna reazione, ché non c’era ragione d’inquietarsi.

Le Squadre non c’erano più

Peraltro la tesi per cui Matteotti sarebbe stato ucciso dagli squadristi fascisti è tecnicamente inesatta, le Squadre d’Azione essendo state sciolte da Mussolini il 1 febbraio 1923 perché entrassero a far parte della neonata Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale che ne inquadrava gerarchicamente e militarmente gli effettivi.
Il gruppo-Dumini era invece civile, spontaneista e ribelle. Fascista, ma non squadrista.

FU UN ATTO DI REPRESSIONE E DI TERRORE VOLUTO DAL REGIME?

Se tale fosse stato lo scopo, ce ne sarebbero stati altri che si ha difficoltà a rinvenire.
C’è solo la rappresaglia del 18 dicembre 1922 all’uccisione a freddo di due fascisti a Torino. Ma solitamente i fascisti sopportarono le perdite subite obbedendo agli ordini del Duce e al senso dello Stato; esattamente come faranno nel 1943 tra il 26 luglio e l’8 settembre quando continueranno a servire la nazione in guerra malgrado la cattività in cui versava il loro capo. Si noti che degli oltre seicento fascisti assassinati dai “democratici”, oltre un quarto caddero quando il PNF era al governo.

L’antifascismo passa il suo tempo a cercare omicidi di Regime, senza grande successo, ma intanto condanna all’oblio le centinaia di omicidi commessi dagli antifascisti.

D’altronde, se l’uccisione di Matteotti fosse stata una prova di forza del Regime non sarebbe stata punita dallo stesso, proprio una volta divenuto tale, come invece abbiamo ben visto.
Peraltro non si sarebbe occultato il cadavere, altrimenti che prova di forza sarebbe stata?
Né si può ipotizzare che il Capo del Governo potesse sperare di nascondere la polvere sotto il tappeto fischiettando nell’aspettativa che ci si dimenticasse della sua scomparsa. Non c’era bisogno di chissà quale competenza per capire che quanto più lunga fosse stata l’attesa, tanto più sarebbe montato uno stato di ansia e sarebbe aumentata la generale curiosità.

Va comunque aggiunto che il clima d’indignazione collettiva che viene rappresentato oggi, non fu né duraturo né tanto meno collettivo. L’opinione pubblica fu sicuramente scossa dall’uccisione di un deputato, in quanto uomo illustre e dall’occultamento del suo cadavere, ma non più di questo, considerata la serie di assassinii politici che si perpetravano da cinque anni e di cui la parte che si atteggiava a vittima aveva le mani grondanti di sangue, come vedremo più avanti.

Le rappresentazioni a posteriori sono falsate.
Si pensi che la campagna antifascista susseguita all’uccisione di Matteotti comportò una serie di reazioni contrarie, tra le quali l’iscrizione al Partito Nazionale Fascista del futuro Premio Nobel Luigi Pirandello, il 17 settembre di quell’anno.
Pirandello, che tutto era fuorché un opportunista, scelse il momento di maggior difficoltà per iscriversi al partito. Per la precisione egli spiegò di essersi indignato a causa della campagna d’odio di certa stampa faziosa che aveva portato all’omicidio nefando dell’onorevole Casalini cinque giorni prima della sua iscrizione al PNF. Un’indignazione che in quel momento era sentimento di molti e che ben presto scaturì nella definitiva vittoria politica dei fascisti.
Egli indosserà una sola volta all’occhiello il distintivo in pubblico, ciò accadrà nel novembre 1934 quando andrà a ritirare a Stoccolma il Premio Nobel di Letteratura.

Pirandello sarà anche uno dei firmatari del Manifesto degli Intellettuali Fascisti, redatto da Giovanni Gentile e pubblicato il 1 maggio 1925, ovvero nemmeno un anno dopo l’uccisione di Matteotti che, evidentemente, non aveva avuto l’effetto che gli si attribuisce oggi. Tra le varie eccellenze che firmarono quel manifesto citiamo Gabriele D’Annunzio, Salvatore Di Giacomo, Curzio Malaparte, Filippo Tommaso Marinetti, Ernesto Murolo, Ugo Ojetti, Salvatore Pincherle, Adriano Soffici, Ugo Spirito, Giuseppe Ungaretti, Gioacchino Volpe.

MATTEOTTI ERA QUELL’UOMO MODERATO CHE CI RACCONTANO?

Si può sostenere che egli tenesse un discorso doppio, cercando di apparire più politico che avventurista. Ma dipendeva dal contesto nel quale parlava. Il “mansueto Matteotti” era un incendiario delle masse. Nei suoi discorsi ai socialcomunisti durante il “biennio rosso” 20-21 che inondò l’Italia di sangue, non soltanto approvava le pratiche dei sovversivi ma giunse ad esortarli a “strappare le budella ai proprietari terrieri”.
Un termine che peraltro nella percezione comune si confonde con i latifondisti, ma si trattava in realtà di piccoli proprietari che mettevano all’opera i mezzadri creando così lavoro.

Durante la follia del biennio rosso, i “rivoluzionari” impedivano che si lavorasse la terra e perfino che si mungessero le vacche. Fu per la loro delirante follia e per gli effetti che questa ebbe sul lavoro e sulle condizioni economiche dei proletari che i socialcomunisti, spalleggiati dai popolari di Don Sturzo, vennero sconfitti dai fascisti e che prima della Marcia su Roma proprio i proletari riempirono il sindacato fascista con centinaia di migliaia di iscritti, transfughi dal sindacato rosso. Questo mentre le provincie liberate dalla loro tirannia rifiorivano dando lavoro alla gente.

Tornando a Matteotti, nel libro di Romanato, Giacomo Matteotti, un italiano diverso, edito da Bompiani nel 2024, si legge il brano di un articolo comparso all’epoca sul giornale dei popolari del Polesine che condannava duramente Matteotti e i suoi compagni di partito: «Ci sono poche cose che corrompono tanto un popolo come l’abitudine dell’odio; e voi, capi del socialismo polesano, questo sentimento l’avete fomentato in tutte le guise»
Solo in Polesine ci furono una ventina di morti in poco più di due anni.
Non si tratta della denuncia di un avversario perché, nella guerra civile che infuriò nel dopoguerra, rammentiamo che i popolari erano alleati dei socialcomunisti e degli anarchici.
I popolari di Don Sturzo erano organizzati in leghe e si guadagnarono l’appellativo di “bolscevichi bianchi”. Su fronte opposto il fascismo riuscì a fare sintesi e unità di arditi, sindacalisti rivoluzionari, repubblicani e nazionalisti.

LA VIOLENZA ANTIFASCISTA FU UNA RISPOSTA A QUELLA DEL FASCISMO?

La violenza stragista e barbara non è una reazione al fascismo perché lo precede e si sviluppa in un’epoca in cui il partito socialista ha la maggioranza in Italia, acquisita dal 16 novembre 1919 e i fascisti stanno davvero alle prime armi.
La prima insurrezione si ebbe a Mantova tra il 3 e il 4 dicembre 1919. Vennero saccheggiati i negozi e si diede l’avvio a linciaggi e a battaglie campali. Il bilancio di quei due giorni fu di 20 morti e oltre 50 feriti.
Si andò avanti con insurrezioni sistematiche, saccheggi, e linciaggi. A ritmo di linciaggi e di autentici squartamenti dei prigionieri malcapitati. Ad alcuni, semplici militari o marinai, vennero mozzate le mani o cavati gli occhi.

I fascisti, già dati per morti da L’Avanti alla prima prova elettorale, praticamente ancora non erano della partita.

Gli “eccessi” democratici in risposta alla dittatura incombente sono una balla clamorosa.
Le squadre intervengono strada facendo e, soprattutto, rispondendo alla follia omicida del fronte popolare socialcomunista.

I fascisti avranno la meglio nella guerra civile non solo perché sono più disciplinati e più arditi, ma perché laddove i rossi lasciano desolazione ovunque s’impongano, essi fanno invece rifiorire la vita normale e l’economia.

QUANTI FURONO I “DANNI COLLATERALI” DEI PALADINI DELLA LIBERTÀ?

Se abbandoniamo la retorica e i vaneggiamenti di cifre recitate a caso ma ci atteniamo ai dati, i caduti/vittime accertati della guerra civile italiana 1919-1922 sono in totale 1.832. Tra questi non ci sono solo fascisti e social/comunisti più anarchici e popolari, ma soldati, guardie, marinai, reduci, preti, carabinieri, proprietari terrieri, non solo caduti in scontri a fuoco, ma spesso vittime della “guerra sociale” e di linciaggi abominevoli. I fascisti uccisi nel solo biennio 1921-22 furono 474. (Da Vittorio Veneto alla Marcia su Roma. Il Centenario della Rivoluzione fascista, a cura di P. Cappellari, edizioni, Passaggio al Bosco, Firenze 2023, vol. IV).
A questi si aggiungono 155 fascisti assassinati dal 1923 al 1925
.

Non ci furono solo battaglie campali, assassinii mirati e linciaggi: l’antifascismo ricorse anche al terrorismo indiscriminato nella folla.
Il 23 marzo 1921, secondo anniversario della fondazione dei Fasci di Combattimento proprio in città, a Milano nel teatro Diana, un attentato anarchico provocò 19 vittime e oltre cento feriti. Gli autori, rei confessi, si chiamavano Agugini, Boldrini e Mariani.

E dopo la sconfitta sociale, politica e militare, definitiva dal 1925, l’antifascismo ripiegò su queste pratiche.
Ancora a Milano, per protestare contro la riforma corporativa dello Stato, gli antifascisti, il 12 aprile 1928, con una bomba piazzata in un lampione in piazza Giulio Cesare, assassinarono 18 passanti ferendone un’altra quarantina. Quel giorno altri tre ordigni, sempre a Milano, alla stazione ferroviaria, all’Arcivescovado e nel parco, non fecero vittime (cfr. G.Adinolfi, Orchestra Rossa, edizioni Avatar, 2020).

Il ricordo di Matteotti, oltre a far dimenticare quanto fallimentare sia stato l’intero antifascismo di allora, serve a farci scordare tutto questo?

IL 2024 È IL CENTENARIO DELLA SOLA UCCISIONE DI MATTEOTTI?

Nicola Bonservizi, classe 1890, era stato socialista. Fin dai primi anni del suo impegno politico aspirò alla giustizia sociale, trasfigurandola nella gloria di Roma. Nei suoi scritti, nei suoi primi discorsi, vi è questo connubio: il riscatto delle masse e il mito della grandezza dell’Impero romano, rinnovando un filone del pensiero risorgimentale vivo più che mai in un giovane di grandi speranze, di grandi idee, di grandi sogni.
Al fianco di Mussolini nella redazione de “Il Popolo d’Italia”, “interventista intervenuto”, sansepolcrista, inviato a Parigi e fondatore di quel Fascio, fu ferito mortalmente il 20 Febbraio 1924 da un anarchico esaltato dal clima d’odio diffuso dagli antifascisti in quei mesi.

Dunque ciò era accaduto oltre tre mesi prima di Matteotti, e non per rappresaglia.Per approfondire vedi:

Questo apre a un altro ipotetico scenario del rapimento di Matteotti suggerito dall’avvocato Farinacci, difensore di Dumini nel processo del 1926.
Gli antifascisti avevano iniziato a colpire i fascisti espatriati per lavoro (oggi diremmo migranti economici) che si trovavano in Francia. Oltre a Bonservizi, in pochi mesi, i sicari assassinarono altri tre italiani fascisti nelle città francesi.
A Parigi era stata già approntata quella rete di terrorismo internazionale che avrebbe colpito un po’ ovunque, non solo il fascismo allora ma diverse democrazie postbelliche poi, almeno fino agli anni ottanta.

Dumini si era recato in Francia per un’operazione d’intelligence e, durante le sue indagini, era stato ferito con due colpi di pistola.
Avrebbe intanto scoperto che Matteotti si recava sovente a Parigi. Poiché i mandanti degli omicidi dei nostri compatrioti si trovavano sicuramente in Italia, il quadrumviro Marinelli avrebbe ordinato allo stesso Dumini d’interrogare Matteotti per scoprire chi impartisse gli ordini degli omicidi.

Detto della Francia, qui da noi in Italia, nelle settimane che precedettero l’Affare Matteotti, i fascisti assassinati da terroristi furono ben quindici. Prima, non dopo.

Logico quindi che Matteotti non fosse tanto amato dai fascisti: né lo era da parte di nazionalisti, intreventisti e patrioti fin dai tempi di Caporetto.
Egli che, pur polesano, era trentino di origine e si sentiva austriacante, si era esibito in un disfattismo feroce proprio quando la Patria parve collassare e invece, quasi magicamente, reagì compattandosi e vincendo.

È comunque vero che ci fu anche una rappresaglia, particolarmente vile, all’uccisione di Matteotti

Il 12 settembre 1924 il deputato Armando Casalini, un passato da repubblicano e interventista, volontario di guerra e ipovedente, mentre tornava a casa in tram da Montecitorio, tenendo per mano la figlia dodicenne, venne assassinato a tradimento a colpi di rivoltella da un antifascista che lo conosceva di persona e che peraltro egli aveva aiutato nelle difficoltà quotidiane.

Per il centenario, che cade quest’anno il 12 settembre, la Camera lo ricorderà per tributargli il dovuto omaggio?
Anche per lui ci sarà uno scranno vuoto perennemente a monito per i posteri?
Verrà nuovamente incisa quella targa posta in suo onore a Montecitorio che poi venne sottratta furtivamente?

MATTEOTTI FU FATTO UCCIDERE DA MUSSOLINI COME SI PRETENDE?

Indubbiamente no.

Questo non è evidente soltanto perché l’omicidio fu palesemente preterintenzionale e fu opera di una bravata finita male. Non soltanto perché nel 1926 i responsabili vennero condannati, cosa che si sarebbe potuta evitare senza problemi se soltanto il Capo del Governo, detentore dei pieni poteri, lo avesse deciso, ma anche perché, durante la Repubblica Sociale, uno dei figli di Matteotti andava a trovare il Duce a Villa Feltrinelli a Gargnano, sul Lago di Garda, non ritenendolo quindi l’assassino di suo padre. Ed essendo evidentemente grato dell’aiuto economico concesso, sotto forma di vitalizio, alla madre da Mussolini, tramite il quale, tra l’altro, egli aveva potuto continuare gli studi.

Ma non ditelo agli esagitati, isterici, antifascisti di oggi perché o negherebbero o ne insulterebbero la memoria.

Sia chiaro che non pretendiamo qui che i figli di Matteotti simpatizzassero per la Repubblica Sociale cui, invece aderì – da comunista – Nicola Bombacci. Essi erano in contatto con gli ambienti resistenziali socialisti moderati, di cui faceva parte anche il padre di Bettino Craxi.

E si trovavano tra coloro che non erano sfavorevoli al cosiddetto “pontismo” lanciato da Benito Mussolini per la ricostruzione, dopo la guerra, di un socialismo lontano da Mosca e dai dogmi marxisti.

Quest’operazione diplomatico-politica tra i due schieramenti del 1943-45 era gestita da Edmondo Cione, allievo di Benedetto Croce, filosofo, docente e politico nazional-repubblican-socialista. L’operazione nel dopoguerra però fallì in quanto all’interno del partito socialista s’imposero gli uomini legati a Mosca e a Londra, entrambe interessate alla bipolarizzazione italiana.

MATTEOTTI, RACCONTATO DALLA PROPAGANDA, È IL JOLLY DI CHI NON HA CARTE DA GIOCARE

Un solo Matteotti nasconde centinaia e centinaia di omicidi rossi e antifascisti e, grazie alla propaganda accomodata, colora di fosche tinte un Regime che, a detta di Stalin, ebbe il difetto di non amare che si versasse il sangue. Pur essendo, ma solo da sei mesi dopo la morte di Matteotti, una Dittatura – che non significa Tirannia essendo la prima un’istituzione romana di partecipazione e di libertà, mentre la seconda, anche quando si realizza in democrazia, ne è l’esatto opposto – il fascismo fu legalissimo. Al punto di mettere fine al suo stesso Regime per voto del Gran Consiglio.
Un fatto inedito, unico, e mai più accaduto.

ONORARE CHI CADE COMBATTENDO

Malgrado qualsiasi valutazione sul ruolo svolto dal personaggio durante la sanguinosa sovversione, è cosa giusta rendere onore al suo coraggio e a come si batté contro i suoi rapitori che infine lo uccisero.
Ma non si onora per niente Matteotti facendone strumento demagogico della menzogna sistematica e politicamente corretta.

Servirebbe onestà e poi si dovrebbe studiare, invece si sbraita e si pretende d’insegnare.

E lo si fa scandendo slogan di odio infarciti di vittimismo e pretendendo che la verità storica vada completamente stravolta per essere piegata ai dogmi disturbati di commissari politici e di piccoli ayatollah del niente rabbioso.

Vi è infine un altro elemento di riflessione sull’utilizzo della figura di Matteotti. È come se, inconsapevolmente, gli antifascisti di professione avessero mutuato un meccanismo ancestrale proprio ad alcune culture del deserto: quello del Capro Espiatorio, sacrificato il quale si cancellano tutti i peccati della tribù.
È come se, tramite la figura di Matteotti, certuni volessero condannare all’oblio (autoassolvendosi) tanto i crimini abominevoli di cui si macchiò la loro parte sia il suo clamoroso fallimento morale e politico di allora.

Se la mano fu fascista, il rito di espiazione è divenuto prerogativa antifascista, col che non solo si è cancellata qualsiasi riflessione storica, ma se n’è trasfigurato il cadavere e se n’è stravolta la memoria. Il che paradossalmente fa più di Matteotti la vittima di chi lo onora male che di chi lo uccise. Un po’ com’è accaduto con Che Guevara.

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INOLTRE per le vittime della guerra civile 1919-1925 sono consultabili le emeroteche della Biblioteca Nazionale in Roma.

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