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Non è un messaggio mafioso

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Non significa che se Berlusconi non avesse ceduto il posto a Monti sarebbe finito così


L’uomo con il sole in tasca, intervista a Cesare De Marchi
Dopo gli scandali, le dimissioni e il tentativo di rilanciarsi in politica  il Cavaliere finisce così: rapito dalle Nuove Brigate Rosse e sbattuto in una cella angusta dove parla di democrazia, di mafia, di realtà virtuale e televisione con i suoi sequestratori. E tenta anche di corromperne uno: “Se in futuro dovesse cambiare le sue idee, venga a trovarmi; penso che potremmo esserci reciprocamente utili”. Tutto questo e un finale a sorpresa nel romanzo surreale L’uomo con il sole in tasca di Cesare De Marchi (Feltrinelli)
Mercoledì, 25 gennaio 2012 – 09:44:00
di Virginia Perini
L’ “uomo con il sole in tasca” è colui che che, pur avendo dominato l’immaginazione del nostro Paese, è diventato solo raramente un personaggio letterario a tutto tondo. Silvio Berlusconi, nella letteratura, non è mai stato davvero protagonista. Cosa che invece accade nel romanzo di Cesare De Marchi edito da Feltrinelli. Ed è come se l’immaginazione disegnasse uno dei molti possibili esiti della vicenda umana e politica del Cavaliere. Infatti l’ex presidente del Consiglio viene rapito dalle Nuove Brigate Rosse
LA TRAMA – Luigi Leandri, vecchio commissario di pubblica sicurezza a Milano ora trasferito alla Direzione centrale della polizia di prevenzione, si occupa del caso. Il presidente, nella sua angusta cella tra strette pareti insonorizzate, passa dalla crisi di claustrofobia alla lucidità analitica, dalla paura della morte all’impazienza. I tre sequestratori discutono animatamente: Cecilia, impulsiva e violenta, vorrebbe processare subito il rapito e ucciderlo; il giovane Mario sembra indeciso; Luca, il capo del gruppo, impone la calma. Si parla di democrazia, di mafia, di realtà virtuale e televisione, e il presidente risponde sempre puntiglioso, qualche volta scherzoso. Anzi, dopo aver dato prova di abilità dialettica, il presidente è rincuorato, si sente sicuro e affronta l’interrogatorio con una sorta di leggerezza accademica, quasi salottiera, e si convince sempre più di potersi salvare. A Luca promette un diverso avvenire: “Se in futuro dovesse cambiare le sue idee, venga a trovarmi; penso che potremmo esserci reciprocamente utili. Tra i miei molti difetti non ho quello di portar rancore”. Leandri è ormai vicino a scoprire il covo dei sequestratori, proprio quando fra questi ultimi si inaspriscono i conflitti. Che futuro ha l’uomo con il sole in tasca

L’INTERVISTA ALL’AUTORE CESARE DE MARCHI
Come le è venuta l’idea di scrivere questo libro?
Le idee vengono da sé, ma si aprono la strada adagio, inavvertite, prima di presentarsi alla coscienza. E neppure si presentano bell’e fatte, ma frammentarie, slegate, bisognose di un forte intervento della riflessione che le metta o almeno le tenga insieme. La prima idea, il primo barlume si è fatto vivo mentre una persona a me vicina si occupava di Brigate Rosse e Rote Armee Fraktion per una tesi di dottorato: così l’argomento, che per tanti anni era sparito dalle pagine dei quotidiani e dai miei pensieri, mi si è ripresentato del tutto inaspettatamente; e mi ha spinto a ripercorrere quella e altre nere pagine di storia italiana che hanno accompagnato la mia giovinezza. Ho letto testi e testimonianze, e come accade in questi casi – perlomeno a me, che ho il bisogno imprescindibile di appoggiare la mia fantasia alla realtà delle cose – sono passato di lettura in lettura, di episodio in episodio, e il mio sguardo si è allargato. La prima scintilla della trama che nel frattempo mi si era affacciata alla mente (il presidente del consiglio rapito da un rinato gruppo terroristico) si è portata dietro il richiamo di un mio vecchio personaggio, il mio commissario “malato”, voglio dire il protagonista del La malattia del commissario, il primo romanzo che riuscii a pubblicare. Questo ricupero aveva un senso, perché quel primo era stato un romanzo in cui al tempo stesso facevo i conti con la disastrosa esperienza del ’68 e davo voce al mio disagio per la situazione politica dell’Italia. Certo, il romanzo andava oltre, si faceva sconsolata riflessione sulla presenza del male e sulla sua natura – ma quale onesta riflessione politica o analisi psicologica non lo è? A vent’anni di distanza sono tornato a questo mio personaggio discreto e caparbio per affidargli l’ingrato compito di ritrovare e liberare il presidente rapito, un uomo che lui peraltro non ama, come non ama la nuova classe politica che lo sostiene, “una compagnia spuria, senza ideali, avida di successo”, e naturalmente ancor meno “gli spettri del passato” terroristico e “la gratuità del sangue”.
C’è un messaggio tra le righe, una morale?
Credo fermamente, e l’ho detto nel mio saggio Romanzi, che uno scrittore non deve mandare messaggi, il che significa: non deve fare opera di propaganda. Dunque non ho un messaggio, non sono un politico: sono solo un uomo che sente, e che scrive perché sente. Il disagio, anzi diciamo senz’altro la sofferenza che la visione dell’Italia degli ultimi decenni provoca in un italiano che la guarda – la guarda amandola, ma la guarda pur sempre da lontano -, ha certo una valenza morale. Questo non vuol dire che il romanzo abbia una morale e che suggerisca al lettore un atteggiamento pratico da assumere. Anzi, non mi sfugge il rischio – altrettanto mio che del potenziale lettore – di cadere in uno scoramento, in una rassegnazione che sarebbero anche acquiescenza a una realtà disprezzabile.
Come mai questo titolo?
Il titolo si rifà a una frase che Silvio Berlusconi, a quanto ho letto in una sua biografia apologetica, soleva ripetere ai suoi venditori. Indubbiamente quella “carica positiva, di fiducia, di simpatia anche”, che il mio ex commissario malato gli riconosce, è la fonte del suo successo; è anche la fonte di gravi problemi, e del disagio che mi ha spinto a scrivere questo romanzo.
Colloca nella dimensione della “possibilità” questa storia?
Sicuramente no. Ma per raccontare la realtà il romanziere ha bisogno di allontanarla da sé per osservarla meglio: così ho inventato questa situazione estrema e, come il mio ex commissario ben comprende, nefasta qualunque ne sia l’esito. D’altra parte la struttura del romanzo – ripetuti interrogatorî del sequestrato da parte dei sequestratori – mi ha consentito di trattare in forma condensata e drammatica ciò che mi stava a cuore, e al tempo stesso di concentrarmi sulla sostanza della creazione letteraria, che sono i personaggi. Il sequestrato stesso è diventato un personaggio di romanzo a pieno titolo e, se non rischiassi l’immodestia, a tutto tondo.
Lei vive in Germania, come si vive da là la situazione italiana?
Con grande preoccupazione, ma soprattutto – direi – con profondo stupore. L’opinione pubblica di questo Paese, che ha saputo liberarsi della sua recente barbarie e svilupparsi in un’autentica e salda democrazia, non riesce a capire come gli italiani abbiano continuato ad avere fiducia in chi li stava portando in un vicolo cieco. Sui grandi giornali tedeschi le dimissioni di Berlusconi sono state accolte con grande sollievo, anche se i commentatori più attenti hanno rilevato la fragilità di una soluzione che non è avvenuta secondo le classiche modalità democratiche né è stata determinata da un chiaro movimento della società civile.
Prossimi libri o lavori che sta seguendo?
Sto ultimando una raccolta di “racconti genovesi” incominciata diversi anni fa. In realtà questi racconti sono stati fin da principio concepiti come lavoro preparatorio a un romanzo molto ampio, che non sono ancora del tutto sicuro di avere la forza e la capacità di affrontare.
Non è un messaggio mafioso. Non significa che se Berlusconi non avesse ceduto il posto a Monti sarebbe finito così. E neanche che se provasse a farlo cadere a breve finirebbe così.
 

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