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Più della metà della materia ordinaria (stelle, galassie e gas) pari a circa il 15% della materia presente nell’universo che non è materia oscura, non poteva essere spiegata fino a pochissimo tempo fa. Ora però, le cose potrebbero decisamente cambiare.
Dopo aver scoperto come ogni giorno arrivino sulla Terra almeno 3 grossi detriti spaziali, secondo i risultati di un recente studio in fase di peer review sulla rivista Physical Review Letters a cui hanno collaborato 75 scienziati provenienti da istituzioni di tutto il mondo, potremmo aver capito di cosa è composta la materia ordinaria.
Il team di cui fa parte Boryana Hadzhiyska, ricercatrice presso l’Università della California, a Berkeley, sembra aver individuato questa materia mancante sotto forma di idrogeno gassoso ionizzato, molto diffuso e praticamente invisibile. Quest’ultimo, formerebbe infatti un vero e proprio alone attorno alle galassie, ed è decisamente più esteso di quanto gli astronomi pensassero fino ad oggi.
Parafrasando, mentre la materia oscura costituisce la maggior parte della materia presente nell’universo (circa l’84%), la restante parte è materia ordinaria. Di questa, solo il 7% circa si presenta sotto forma di stelle, mentre il resto si presenterebbe dunque sotto forma di idrogeno gassoso, invisibile nelle galassie e nei filamenti che le collegano in quella che potremmo definire “rete cosmica”.
Come ha sottolineato anche Simone Ferraro, ricercatore presso il Lawrence Berkeley National Laboratory: “Le misurazioni effettuate sono certamente coerenti con la quantità mancante fino ad oggi”.
Tali risultati andrebbero a risolvere il celebre conflitto tra le osservazioni astronomiche e il miglior modello dell’evoluzione dell’universo dal Big Bang. Inoltre, suggeriscono anche che i buchi neri massicci al centro delle galassie siano più attivi di quanto si pensasse, con continue e potenti emissioni di gas. Anche quelli ritenuti “dormienti” potrebbero diventare attivi in altri momenti della loro vita.
Per ottenere simili dati, i ricercatori hanno stimato la distribuzione dell’idrogeno ionizzato attorno alle galassie sommando immagini di circa 7 milioni di galassie, tutte collocate entro un raggio di circa 8 miliardi di anni luce dalla Terra.
A differenza delle immagini galattiche raccolte per individuare la rara stella destinata ad esplodere, in questo caso le testimonianze arrivano dal Dark Energy Spectroscopic Instrument (DESI) del telescopio Mayall del Kitt Peak National Observatory a Tucson, in Arizona.
Ad ogni modo, nonostante l’euforia iniziale, è opportuno ricordare come siano necessari ulteriori studi in grado di confermare questa affascinante teoria.
“Per essere più precisi, dobbiamo fare un’attenta analisi con le simulazioni, che non abbiamo ancora fatto. Vogliamo fare un lavoro attento e scrupoloso”, ha affermato lo stesso team.