
A trentacinque anni dalla scomparsa
Accade frequentemente di incappare in termini come “Iniziato” o “Maestro” elargiti con grande generosità o, comunque, non nello stretto senso tecnico dell’esoterismo. Vengono generalmente usati per indicare qualcuno ben avviato a una qualche disciplina o un esperto in grado di insegnare e trasmettere ciò a cui è introdotto. E in effetti ciò sarebbe anche il caso dell’esoterismo, non fosse che la conoscenza del mondo spirituale non è paragonabile a quella che si può acquisire in relazione a dottrine riguardanti il mondo ordinario.
Ci si dimentica, infatti, che mentre la percezione del mondo ordinario è cosa data, quella del mondo spirituale è da conseguirsi. Per cui definire frettolosamente “Iniziato” o “Maestro” chi è erudito di esoterismo è un errore.
Giustamente EA in UR ci mette in guardia circa la differenza tra la conoscenza astratta, l’apprendimento di una sintesi altrui che implica scarsa o nulla partecipazione del nostro essere, e la conoscenza cui si giunge tramite l’attraversamento di un processo (1).
Per chi ricerca lo spirituale e non l’erudizione spiritualistica o simbolistica, la conoscenza non può essere semplicemente quella fornita dal pensiero ordinario, che pensa tutto e non possiede nulla: non può essere una ricetta appresa da applicare secondo automatismo o un atteggiamento esteriore da indossare come un vestito o uno schema mentale da appiccicare ai vari aspetti della realtà, bensì trasformazione di sé (2).
Nel caso di Massimo Scaligero, quindi, possiamo legittimamente parlare di un “Iniziato” e di un “Maestro”.
Scaligero crebbe a contatto con un ambiente, il gruppo di amici che si riuniva attorno allo zio Pietro Scabelloni, che lo introdusse adolescente al mondo occulto. Vari autori concorsero alla sua formazione, ma fin da giovinetto si dedicò a una vigorosa pratica interiore mediante esercizi spirituali. Fu sperimentatore dello Yoga, dello Zen, della Magia e dell’Alchimia e ancora di altri percorsi verso lo spirituale.
Però rimase costantemente viva in lui, come un seme innato che avrebbe poi dovuto germinare, svilupparsi, fiorire e fruttificare, la luce che lo guidò alla Via del Pensiero Solare, la Via Rosicruciana.
Fu amico e, per diversi anni, discepolo di Julius Evola: ma una diversa vocazione lo condusse in altra direzione. Come ebbe a narrare nella sua autobiografia “Con il susseguirsi degli anni, dovevo scoprire in lui [Evola] come valore lo splendore della forza che, incarnandosi in una determinata natura, a questa aveva potuto sottomettere l’espressione medesima della conoscenza. Mentre il mio impulso gradualmente doveva rivelarsi l’opposto: trovare la conoscenza che mi superasse e mediante questa superare la mia personale natura, ossia realizzare l’essere interiore” (3).
E venne il momento in cui lo Scaligero, il quale già per doti naturali e per via delle discipline praticate era in vivente rapporto con il mondo di forze della Tradizione – la Tradizione vitale e perenne, non la sua immagine morta – avvertì che pur trovandosi presso le forze, la visione, i retroscena delle cose visibili, qualcosa di essenziale rispetto ad essi ancora mancava: il loro senso per lui.
Dopo aver ripreso la pratica di vari insegnamenti, aver compulsato libri e testi sacri e aver consultato in proposito i “calibri da novanta” che erano sulla piazza e, primo fra tutti, Evola, e dopo essersi confrontato con le posizioni e le esperienze di svariati amici ricercatori dello spirito – non senza incomprensioni ed opposizioni – si ritrovò in solitudine iniziatica con il suo enigma. Muti i testi e silenti i maestri, dovendo contare sulle proprie forze, elaborò un metodo personale che gli avrebbe consentito di oggettivare le esperienze, cercando poi di percepire un filo unitario fra esse.
Quando questo filo cominciò ad apparire, gli venne incontro, dalla direzione più inaspettata, l’aiuto tanto cercato e atteso. In un momento di riposo, trasse dalla libreria, con l’intento di leggere qualcosa di leggero e rilassante, il volume di Rudolf Steiner “La Scienza occulta nelle sue linee generali” (4).
Il libro, aperto a caso verso la metà, rivelò all’occhio dello Scaligero una frase che immediatamente lo colpì. Vi riconobbe qualcosa di familiare e, letto e riletto il periodo e quanto veniva prima e dopo quel punto, ebbe la certezza di aver trovato quanto cercava da tempo.
Scaligero già conosceva opere dello Steiner quali “L’iniziazione” e “Coscienza d’iniziato” (5), ma, in quanto seguace di Evola e Guenon, aveva accettato da questi autori una severa critica e riserve riguardo all’insegnamento dello Steiner. A tale proposito Scaligero scrisse: “Da anni conosco serie di ricercatori che, in base a tale critica, hanno rifiutato l’Antroposofia di Rudolf Steiner: non conosco nessuno che, dopo aver accettato tale critica, abbia poi avuto la forza di ricredersi e di riconoscere nello Steiner, per a u t o n o m a revisione critica, qualcosa di più che un Maestro, il Maestro” (6).
A quel punto fu l’azione interiore stessa a stabilire i collegamenti. Più tardi, Scaligero avrebbe accolto per trasmissione orale dal discepolo che lo Steiner aveva più caro, Giovanni Colazza (il LEO di UR), ulteriore orientamento.
Avere discepoli per lo Scaligero era una disposizione naturale. Persino da bambino aveva qualcosa da insegnare ai suoi coetanei, fossero regolette di vita o nozioni apprese dagli adulti. A tale attitudine rispondeva normalmente la disposizione altrui a riunirsi presso di lui.
Nell’immediato dopoguerra, Scaligero fu il riferimento di numerosi giovani. In particolare per alcuni provenienti dall’esperienza della RSI, i quali, con le medesime qualità eroico-sacrali dell’anima con cui avevano affrontato quell’esaltante impresa, si dedicarono sotto la sua guida alla Scienza dello Spirito, dando vita, unitamente ad altri, a una corrente nuova e non scolastica. Scaligero esercitò il suo magistero con incontri pubblici e privati ed anche per mezzo di una trentina di volumi, caratterizzati da uno stile che molti trovano ripetitivo e ostico, ma che ha la funzione di fiaccare le velleità della mente e di evocare minimamente la presenza del contenuto del libro: l’azione spirituale medesima. Tale rapporto con discepoli, estimatori e ricercatori dello spirito continuò fino alla morte, avvenuta nel 1980, sempre con la peculiarità dell’indicare soprattutto la via severa dell’azione interiore e non già facili scorciatoie esistenziali: infatti a tutti chiese la massima coerenza con il proprio ideale spirituale, qualunque esso fosse.
Purtroppo, accade che molti cercatori fuggano non dinanzi a Scaligero o a Steiner, bensì dinanzi a ciò che discepoli pedanti e/o non all’altezza presentano come Scaligero o Steiner, non l’opera autentica ma la propria alterazione personale di essa. Vi è da rammaricarsi che molti siano respinti da tali apparenze, specialmente coloro che, possedendo l’esperienza della Tradizione, si troverebbero nella condizione più funzionale e favorevole per meglio realizzare i contenuti della Scienza dello Spirito, la via pertinente per l’uomo di questi tempi.
NOTE
(1) “Nessun dubbio che la faccenda possa andare così là dove si tratti di qualcosa di puramente concettuale, da fare entrare in testa come una cosa in un sacco, senza che contemporaneamente in ciò che si È si sia menomamente tenuti a trasformarsi e smoversi”. EA “Come poniamo il problema della conoscenza” in “UR 1927” ED. TILOPA, Roma 1980, pag. 23 (copia anastatica dell’originale, senza i successivi interventi di J.Evola).
(2) “Conoscere, per noi, non significa «pensare», ma essere, la cosa conosciuta: viverla, realizzarla”. EA “Come poniamo il problema della conoscenza” in “UR 1927” ED. TILOPA, Roma 1980, pag. 20.
(3) Massimo Scaligero “Dallo Yoga alla Rosacroce”, ED. PERSEO, Roma 1972, pag. 31. A quest’opera rimando il lettore per le notizie riguardanti il percorso interiore dello Scaligero.
(4) Rudolf Steiner “La Scienza occulta nelle sue linee generali”, ED. ANTROPOSOFICA, Milano 1996.
(5) Rudolf Steiner “L’iniziazione”, ED. ANTROPOSOFICA, Milano 1996 e “Coscienza d’iniziato”, ED. TILOPA, Roma 1988.
(6) Massimo Scaligero “Dallo Yoga alla Rosacroce”, ED. PERSEO, Roma 1972, pagg. 66-67.

