Home Storia&sorte Ora che si torna a parlare della geografia sacra di Roma

Ora che si torna a parlare della geografia sacra di Roma

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Riprendiamo un’intervista a Sandro Consolato di quattro anni fa su L’Occidentale

Segnaliamo il n° 37, Aprile 2011, di OCCIDENTALE, rivista di Casa Pound. Questo numero contiene un interessante articolo di Carlomanno Adinolfi sulla geometria sacra di Roma: “L’asse su cui sorge Roma” e la seguente intervista di Francesco Naio al prof. Sandro Consolato sul Risorgimento. 

 

INTERVISTA A SANDRO CONSOLATO 

 

Il dibattito sui 150 anni dell’Unità d’Italia ha recato in dote frutti genuini e frutti amari. Tra questi ultimi la pioggia di pubblicazioni falsamente “revisioniste” o schiettamente negazioniste, la rivolta contro le celebrazioni ufficiali da parte di realtà strapagate e stracoccolate come la Bolzano di Durnwalder, l’alzamiento (in senso meramente fisico) degli esponenti lombardi della Lega per protesta contro l’Inno di Mameli suonato in Consiglio regionale. Inoltre una strana ironia divina ha voluto che a poche ore dalle celebrazioni del tanto contestato 17 marzo il nostro Paese mostrasse la saldezza del proprio spirito in unione imbarcandosi in operazioni belliche contro se stesso, contro ogni etica, contro i propri interessi. Ai piedi d’Italia si è allora aperto un baratro tale da suscitare riflessioni che è difficile mettere a tacere. Ma che cos’è l’Italia e qual è il senso profondo, veramente arcano, della sua Unità? Quando ha realmente avuto inizio il Risorgimento? Ma soprattutto, si tratta di un processo concluso o ancora da perfezionare?

Ne abbiamo parlato col prof. Sandro Consolato, esponente del tradizionalismo romano-italico, direttore dell’importante rivista La Cittadella, autore di testi come “Julius Evola e il buddhismo” (SeaR 1995) e “Dell’elmo di Scipio. Risorgimento, storia d’Italia e memoria di Roma” in uscita per Settimo Sigillo.

 

 

Professore, che ne pensa di questo 150° anniversario dell’Unità d’Italia: reputa che i festeggiamenti siano stati adeguati o si poteva fare di più e meglio?

La mia impressione è che non solo il Governo ma anche la generalità della classe politica e le istituzioni in genere abbiano vissuto, fin quasi alla vigilia dell’evento, il 150° come nulla di più che un obbligo fastidioso, di cui, potendo, avrebbero fatto a meno. Una serie di interviste delle “Iene” ha poi mostrato come politici anche di primo piano e di ogni colore (dalla Bindi a Formigoni fino a Mussi, che pure ha studiato Lettere alla Normale di Pisa…) non sapevano neanche che cosa fosse il 17 marzo, per non parlare di quei parlamentari che hanno mostrato di ignorare sostanzialmente tutto (nomi, eventi, geografia politica) della storia italiana dell’Ottocento. Le celebrazioni sono state volute comunque fortemente dalla Presidenza della Repubblica, e Napolitano è stato il vero “vincitore” del 17 marzo. Complessivamente 16, 17 e 18 marzo sono stati giorni di discrete celebrazioni, e la cosa che si deve segnalare positivamente è la notevole partecipazione popolare. 

 

Non si può dire che la situazione politica italiana ci abbia donato fulgidi esempi, negli ultimi anni. Come si possono conciliare la vitalità con cui il popolo ha vissuto il Centocinquantenario e le sempre più seccanti boutades della Lega e di altri movimenti separatisti?

Chiaramente fino a l’altro ieri anche la generalità del popolo italiano non sapeva che fosse il 17 marzo, né tante altre cose. Ma questo ha meno importanza del fatto che tantissimi Italiani hanno risposto positivamente ai festeggiamenti, dimostrando che erano in errore i leghisti più oltranzisti, i neoborbonici et similia nel ritenere che gli Italiani non avessero più alcun amore per l’unità, ma che si sbagliavano pure quei politici che non volevano urtare la sensibilità della Lega o temevano di (per così dire) perdere il referendum Italia sì/Italia no. 

 

Potrebbe spiegare in breve perché il Risorgimento come mito fondante e (mutuando il titolo di un suo importante scritto, apparso anni fa sulla rivista Politica Romana) come “sviluppo della storia sacra di Roma”: è possibile considerare l’idea di Roma come la nota fissa, il “bordone” che determina la tonalità di fondo della storia d’Italia?

Intanto quel titolo a cui lei fa riferimento, relativo ad una mia serie di articoli apparsi su “Politica Romana”, non lo volli io: a me non è mai piaciuto troppo, perché un po’ pesante e retorico, il che non è nel mio stile. Rispondendo poi alla domanda, devo dire che, con Pio Filippani Ronconi, riconosco agenti nella storia d’Italia due impulsi, spesso conflittuali, uno “romano” ed uno “italiano”. Molto semplicemente io privilegio il primo. Nel Risorgimento il primo impulso è espresso da Mazzini e da Garibaldi; il secondo da Gioberti, da Cattaneo, dai moderati. Sia chiaro: erano certamente tutti convinti che l’Italia dovesse “ri-sorgere”, ma per alcuni protagonisti del Risorgimento Roma antica era un mito ingombrante, nocivo per una Italia moderna. 

 

 

Da parte tradizionalista si tende troppo spesso a criticare il Risorgimento come processo di unificazione coloniale informato da principi di estrazione illuminista e liberale, in quanto tali configgenti con una visione “platonica” della politica e della comunità organizzata in Stato. Come si può rispondere, a suo giudizio, a simili posizioni?

Io direi che da parte “tradizionalista” non si critica il Risorgimento guardando a Platone, ma guardando a Donoso Cortés, agli autori controrivoluzionari, tutti cattolici e nostalgici dell’Ancien Régime. Io ritengo che nel Risorgimento venga risolto il secolare problema della disunione politica dell’Italia, di cui massimo responsabile era il papato, con i mezzi politici e militari e con le componenti culturali e sociali che le condizioni generali di quell’epoca mettevano a disposizione. 

 

La Cittadella, storica rivista da Lei diretta, ha da poco dato alle stampe un volume monografico sul Risorgimento. Quali i contenuti e i contributi più rilevanti, e quale lo spirito che muove questa lodevole iniziativa editoriale?

Questo numero, il 41-42, raccoglie dei saggi di una certa importanza, tutti animati da uno spirito che è quello di far rilevare come nel Risorgimento e nella creazione dello Stato unitario abbia agito una forte “memoria dell’antico”. Simboli come il tricolore, personaggi come Garibaldi, festeggiamenti come quello del cinquantenario del Regno nel 1911, vengono indagati proprio in ciò che è riconducibile ad una forte volontà di riconnessione all’antico, dietro la quale si può peraltro vedere un’azione più profonda, “esoterica” potremmo dire. Notevole è anche uno studio di Giovanni Damiano sulla ricezione di Mazzini nelle ideologie e nei movimenti politici successivi all’Unità. Uno studio che mostra anche come siano insufficienti certe categorie del “tradizionalismo”, da lei prima evocato, per comprendere pienamente certe figure e certe idee dell’età contemporanea. 

 

Professore, Lei è espressione di un preciso filone tradizionalista che trova nella paganitas romano-italica il proprio fulcro. Qual è stato il suo personale percorso spirituale e in che termini l’azione del tradizionalismo romano-italico si inscrive nel presente e nel futuro di un Paese che appare sempre più alieno da qualsivoglia senso del Sacro?

Il mio percorso è quello di chi, partito da una formazione evoliana, si è allontanato da quegli aspetti dell’opera di Evola che denunciavano un forte limite nella conoscenza e nell’interpretazione della storia, antica e recente. Mi sono avvicinato al tradizionalismo romano-italico soprattutto grazie all’incontro con Renato del Ponte e Salvatore Ruta: devo a costoro la valorizzazione di una tradizione particolare che è poi quella della nostra stessa terra. Circa l’azione del tradizionalismo romano, credo sia ancor oggi valido quanto del Ponte scriveva già nel 1985, e cioè che esso rappresenta una componente spirituale minoritaria e destinata a rimanere tale nel nostro Paese, e che però ha una funzione importantissima nel mantenere un legame tra l’Italia e i suoi archetipi indigeni primigenii. 

La storia d’Italia è caratterizzata da una serie di inabissamenti e riemersioni di un tipo umano eroico, guascone, determinato. Dal punto più basso della parabola papista fino alla riconquista della centralità nazionale, sembra che la logica del “colpo di mano” sia una peculiarità della nostra storia patria…

Beh, questa era un’idea tipica di Filippani-Ronconi. Quella che i momenti migliori della nostra storia fossero dovuti ad un tipo umano del tutto particolare, dotato di quella che lui chiamava “fantasia morale”. In effetti il fenomeno più tipico, in questo senso, è stato il garibaldinismo. Anche i “ragazzi di Bir-el-Gobi”, o gli adolescenti che vogliono combattere ancora per Mussolini dopo l’8 settembre sono inconcepibili senza il modello del volontarismo garibaldino. E da lì che viene tutta una cultura, tutto un modo di fare. Penso a un Ettore Muti, che va volontario nella Grande Guerra senza averne l’età, e quando lo scoprono risponde: “… e allora la piccola vedetta lombarda?” 

 

A pochi giorni di distanza dal Centocinquantenario, il 5 marzo scorso, Bolzano si è svegliata in un oceano di Tricolori: il corteo di CasaPound Italia ha suscitato l’approvazione di buona parte della popolazione e si è concluso con un omaggio a un grande Padre della Patria, Giuseppe Mazzini. Qual è la sua opinione sulle posizioni assunte dall’asse Bondi-Durnwalder nei confronti dei monumenti fascisti di Bolzano e, più in generale, sulla situazione degli Italiani in Alto Adige?

Ho molto apprezzato l’impegno di Casa Pound per la causa italiana in Alto Adige e ho ammirato (scusatemi l’espressione, che rievoca tutt’altro fatto) la “geometrica potenza” della manifestazione di Bolzano. Circa i monumenti, non chiamiamoli “fascisti”, ma monumenti italiani dell’epoca del fascismo; quindi: beni storici ed artistici, che vanno tutelati. L’asse Bondi-Durnwalder, invece, va chiamato asse Governo Berlusconi-Svp per salvare il primo (non era Bondi che doveva averne beneficio). Quanto alla situazione altoatesina, essa è una anomalia in Europa. E’ come immaginare una Francia in cui i Corsi siano privilegiati rispetto ai cittadini del resto della Francia, o una Gran Bretagna che dia ai cattolici dell’Irlanda del Nord più diritti rispetto al resto dei sudditi di Sua Maestà, anzi: dove gli irlandesi cattolici possano addirittura discriminare , assoggettare gli orangisti: cose inimmaginabili, ovviamente. 

 

C’è anche chi nega che, storicamente, l’Alto Adige sia terra italiana…

Guardi, io conosco abbastanza bene l’Alto Adige perché ho vissuto parecchi anni in Trentino. Se devo dirle l’impressione che avevo io, ma che hanno in genere tutti gli Italiani, entrando in Alto Adige, ogni volta che andavo a Bolzano o a Merano, era di non essere più in Italia. Perché? Perché la lingua predominante è il tedesco e perché i modi di vita sono (spesso anche in senso positivo) abbastanza distanti dai nostri. Geograficamente però l’Alto Adige è Italia e la verità è che in passato era una tipica terra multietnica di confine, via via sempre più germanizzatasi. La pluralità etnica, culturale e linguistica va rispettata, ma negli anni precedenti la Grande Guerra furono gli Austriaci a cominciare a non rispettarla, sull’onda dell’incipiente pangermanismo. Poi è venuto il fascismo, che ha avuto la mano anche un po’ pesante nell’italianizzazione: questo bisogna ammetterlo. Ci vuole equilibrio, saggezza, nelle zone di confine. Ma è chiaro che una terra di confine o fa parte di uno Stato o fa parte di un altro: l’Alto Adige fa parte dell’Italia e i germanofoni devono non solo accettare questo fatto, ma non devono più specularci, guadagnarci sopra. Per finire, vorrei segnalare il carattere un po’ sorprendente dell’identità etnica e culturale nelle terre di confine. Noi pensiamo ad esempio che a un cognome tedesco corrisponda una identità tedesca e ad uno italiano una identità italiana, ma poi troviamo che il grande vecchio della Svp si chiamava Magnago, mentre un glorioso caduto della Grande Guerra, volontario nei bersaglieri, si chiamava Karl Tschurtschentaler, ed era un bolzanino. Senza andare tanto lontano, uno sente il nome di Giorgio Holzmann e pensa ad un tedesco, invece è un nome noto della destra italiana bolzanina… 

 

Sta per pubblicare un libro per Settimo Sigillo, dall’eloquente titolo“Dell’elmo di Scipio. Risorgimento, storia d’Italia e memoria di Roma”. Che cosa può anticiparci circa i contenuti e per quando ne è prevista la pubblicazione?

E’ un libro che rielabora, aggiorna, integra tutta una serie di miei scritti passati, ma con l’effetto di una cosa effettivamente nuova. L’originalità del saggio sta nel guardare a tutta la storia postromana d’Italia secondo un punto di vista “romano”, in senso spirituale e politico, mostrando come il Risorgimento (e qui torniamo ad una domanda precedente), pur essendo molte cose assieme, anche tra loro contrastanti, ha un suo senso più profondo, che va colto metapolicamente. Il libro è stato concepito come un dialogo con un interlocutore privilegiato, che è la generalità della cultura di destra e in particolare la cultura del tradizionalismo, sia quello d’origine evoliana sia quello cattolico. Penso però che sia un saggio interessante per chiunque voglia interrogarsi, come si sta facendo in questo 150° dell’Unità, sulla nostra storia, sulla nostra identità nazionale. Ritengo di essermi comportato, da studioso e scrittore, come un “estremista equilibrato”. Estremista perché la mia posizione è non solo di difesa intransigente del Risorgimento, ma di interpretazione da un punto di vista di chi fa proprio un orizzonte spirituale precristiano, quindi né laico né cattolico (i due orizzonti dominanti nel giudizio sul Risorgimento). D’altro canto ho dato un giudizio equilibrato, non estremistico, sulle varie componenti ideologiche e pratico-politiche della storia risorgimentale, e ho adottato anche una visuale molto attenta al nostro Meridione, che io ritengo un protagonista tutt’altro che passivo del Risorgimento. 

 

Allora colgo l’occasione per invitarla a CasaPound per presentare il suo libro, una volta edito…

Sarei onorato, anche perché Pound fa capolino anche in qualche punto del mio libro. Vorrei chiudere ricordando che Ezra Pound fu un ammiratore del Risorgimento italiano, e quindi è più che logico che Casa Pound senta il valore di quella straordinaria esperienza storica, al di là di tutti i limiti che si possono rinvenire nel suo corso e nei suoi stessi esiti. 

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