martedì 21 Aprile 2026

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L’Italia artigiana può salvare l’Italia

L’Italia è al 49 posto nel mondo per il “Global Competitiveness index” del Worl Economic Forum, dietro la Lituania, il Portogallo, la Slovenia;  è   al 73 nel “Doing Business Index” , all’ 84 nello   “Starting Business Index” .
Un terribile declino industriale,  lento ed inesorabile: eppure solo alla fine degli anni 80 si contavano nel centro nord ben 60 distretti industriali principali, dell’ingegneria o dell’elettronica, dell’abbigliamento e delle calzature, delle piastrelle e delle macchine utensili; questi davano vita ad un modello denominato del terzo capitalismo, erano elogiati come punto più alto dell’esperienza industriale italiana e portati ad esempio da Clinton nel vertice del G7 di Detroit.

Dal 2009 al 2012  si è registrato  un calo dell’attività manifatturiera del 24,5% ed una riduzione del grado di utilizzo degli impianti di circa 8 punti (dal 76,1%al 68,0%) ; la disoccupazione giovanile,  nel segmento 15-24 anni,  a giugno 2013 e’ salita al 39,1%

L’Italia sta precipitando nell’abisso  dell’Eurozona:  un’economia il cui Pil è del 9% più basso di quello del 2007 e che presenta una disoccupazione prossima al 13%, e con una una crescita zero. Secondo il  Fmi, la crescita italiana per il 2014 non supererebbe lo 0,3%, mentre Bankitalia e Confindustria sono ancora più pessimiste, fermandosi allo 0,2%. Anche l’Istat avverte che la “ripresa” potrebbe non esserci stata nemmeno nel secondo trimestre. «Ormai – scrive Investire Oggi” – non esiste un serio analista che non preveda la necessità di una manovra correttiva a settembre». Per Jp Morgan e Mediobanca, la stangata sarà nell’ordine di 20 miliardi di euro ».

Le piccole e le medie imprese, centro vitale del sistema economico italiano, proprio per la loro struttura dimensionale non hanno beneficiato della rivoluzione dell’automazione industriale e della net economy, ed hanno subito  una sfrenata concorrenza internazionale; con un sistema istituzionale assente,  che anziché proteggere l’impresa dall’assalto dei competitors esteri ed assisterla nel processo di internazionalizzazione e modernizzazione, l’ha vessata di imposte e burocrazia ed ha depresso la domanda interna.
Secondo una recente ricerca della CGA di Meste,  per pagare le tasse un imprenditore italiano deve lavorare 269 giorni, un austriaco 170 ed uno svizzero solo 63. L’acconto d’imposta supera il 100%. Il gettito iva, nonostante i recenti incredibili aumenti, in fase di deflazione e quindi pro-ciclici,  è diminuito nei primi cinque mesi del 2013 del 6,8%.
Il totale dei crediti deteriorati è passato dai 138 miliardi di euro del 31 dicembre 2009 ai 198 miliardi  del 31 dicembre 2012. Dal 2008 i prestiti alle imprese sono diminuiti di 100 miliardi, ed in particolare sembra tagliata fuori l’impresa artigiana, alla quale arrivano solo 50 miliardi dei 900 erogati al sistema produttivo .
I tanti vincoli derivanti dai trattati europei e dalle varie  Basilea insieme ai mancati pagamenti delle pubbliche amministrazioni, stanno spazzando via l’offerta delle piccole e medie imprese italiane ed interi distretti industriali dallo scenario competitivo internazionale 

E’ in moto un cambiamento radicale del nostro sistema sociale, cambiamento  che in modo subdolo e permanente ha depresso lo spirito del fare, generando un sistema di paura diffusa, di passività e di rassegnazione e quindi limitando fortemente la libertà di azione, spezzata alla radice dal senso d’impotenza . Si è creato nel nostro paese un clima ostile per chi studia, per chi produce e per chi consuma: ed è proprio questo clima il primo fattore di decadenza e di limitazione della libertà. 
La  borghesia operosa è costretta a seguire il simulacro della stabilità europea a scapito del  lavoro e del risparmio,  terrorizzata dallo spettro del debito e dalla sciagura dell’Europa Incompiuta, nel cui nome crescono tasse che ne limitano potere d’investimento e d’acquisto.
Un attacco competitivo che  inizia nei primi anni 90 e che è certamente riuscito a smantellare le partecipazioni statali  – l’IRI e la Stet  sono un lontano ricordo – ed è da diversi anni impegnato ad acquisire gran parte del nostro made in Italy, ora in mani estere, dalla moda all’alimentare, e sta infine attaccando la classe artigiana, sommergendola di tasse, di debiti e negandogli i crediti.  Solo dal 2008 al 2012 sono stati registrati 437 passaggi di proprietà dall’Italia all’estero: i gruppi stranieri hanno speso circa 55 miliardi di euro per ottenere i marchi italiani

Occorre reagire urgentemente: riponendo al centro di una  nuova politica,  l’Italia Artigiana delle piccole e medie imprese, del prodotto su misura, delle vigne curate ad arte o dei tessuti raffinati, della meccanica di precisione . Creando un sistema di protezione del tessuto industriale nazionale,  dagli interessi delle lobby e dalla tendenza alla omogenizzazione della produzione e al conformismo del consumo;   producendo sistemi legislativi e bacini culturali di stimolo delle identità e delle particolarità,  uniche del nostro territorio. Rilanciando oltre ogni ostacolo il made in Italy. 

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