martedì 21 Aprile 2026

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A ognuno il suo tagliagole. Mosca sceglie Riad e lascia Teheran a Washington

 

Cosi lo presentano gli uomini del Cremlino:

Mentre le prospettive di una distensione tra USA e Iran si fanno via via più probabili nonostante le tattiche negoziali tipiche del Medio Oriente, le preoccupazioni saudite per questo possibile accordo si manifestano in modo sempre più evidente.
E’ facile immaginare che quello che è avvenuto in Bahrein ai primi di luglio potrebbe essere uno degli avvertimenti lanciati a Washington proprio dai sauditi. Si tratta dell’espulsione di un diplomatico americano, Tom Malinovsky, Assistente Segretario di Stato per democrazia, diritti umani e lavoro, dichiarato “persona non grata”.
L’accusa ufficiale è di aver incontrato, senza il permesso del governo del Bahrain, il capo del più grande gruppo sciita del Paese, Al Wefaq. Alle diplomazie internazionali suona non credibile che l’iniziativa venga soltanto dal governo della piccola isola, soprattutto considerando che a Manama staziona permanentemente la potente flotta americana nel Golfo e che i rapporti tra i due Paesi sono sempre stati ottimali. Se a ciò si aggiunge che il Governo locale (sunnita, mentre i sunniti sono minoranza nel Paese) è stato sempre considerato molto vicino alla famiglia reale saudita e che, dai giorni delle proteste sciite violente contro l’establishment regnante, truppe saudite sono intervenute e continuano a farlo per difendere lo status quo, è naturale pensare che la decisione sia stata “suggerita” da Riad. Si tratterebbe, in questo caso, di un messaggio indiretto agli alleati americani per diffidarli dal credere che il regime wahabita sia pronto ad accettare un qualunque accordo con l’Iran che passi sopra la sua testa.
I sauditi, in realtà, avevano già lanciato segnali di disagio per le mosse americane quando cominciarono una serie di incontri ufficiali con la Cina Popolare al fine dichiarato di allargare le reciproche possibilità di collaborazione. Senza contare l’intervento sostanzioso in Egitto a sostegno di Al Sissi e i continui finanziamenti a forze salafite nei Paesi oggi più turbolenti del Medio Oriente. Quasi sempre si è trattato di azioni compiute indipendentemente dalla politica americana e, a volte, anche contro di essa.
Non tutto è però così semplice. Tutte le monarchie del Golfo, con l’eccezione del Qatar, sono preoccupate da qualche tempo del ruolo che, in un certo momento, sembrava potessero assumere i Fratelli musulmani ma, ancora di più, li preoccupa l’avanzata, con relativo appeal sulle masse arabe sunnite del neonato “califfato” uscito da una costola di Al Qaida. In Siria, in particolare, i sauditi hanno foraggiato alcune delle forze che si battono contro Assad, ma anch’essi, come tutto il mondo occidentale, hanno cominciato a temere lo strapotere dello Stato Islamico e la marginalizzazione delle milizie da loro sostenute.
Qualche osservatore superficiale ricordando come, anche in Arabia Saudita e perfino nella famiglia reale, ci fossero stati sostenitori di Al Qaida, ha perfino pensato che i sauditi potessero essere il (o uno dei) finanziatore occulto dell’ISIS. Così non è!
Nonostante non si possa escludere che qualche frangia più o meno impazzita della famiglia reale possa simpatizzare con quel gruppo estremista, il governo ha manifestato, già da lungo tempo, il suo timore per la crescita di gruppi estremisti non controllati direttamente. Fin dal giugno 2012 un imam membro del supremo corpo religioso del Regno aveva emesso una fatwa che, senza mezzi termini, proibiva a ogni saudita di supportare possibili jihad in Siria senza il formale permesso del governo di Riad. Già allora, infatti, i sauditi si erano resi conto che il finanziamento erogato ai gruppi jihadisti salafiti avrebbe potuto ritorcersi contro i loro stessi interessi e che aiutare guerriglieri non completamente controllabili sarebbe potuto diventare una pericolosa minaccia futura.
Mentre continua la lotta per l’egemonia tra Paesi a maggioranza sciita e quelli a maggioranza sunnita, l’Arabia Saudita deve condurre anche un’altra battaglia per l’egemonia all’interno dello stesso mondo sunnita. E’ solo confermando quella leadership che puo’ dimostrare agli americani che per dialogare con quel mondo non si possa fare a meno di passare da Riad.
In quest’ottica si spiega l’aumento della conflittualità, anche diplomatica, con il Qatar che, pur non potendo pretendere a un ruolo importante come quello che i sauditi sarebbero in grado di esercitare, fa di tutto per dimostrare la sua autonomia e la sua non subordinazione ai potenti vicini.
Naturalmente, chi più gode delle fratture interne al mondo sunnita è proprio l’Iran che, ovviamente, fa di tutto per cercare di accentuarle.
Per saperne di più: http://italian.ruvr.ru/2014_07_23/Gli-Usa-si-avvicinano-allIran-e-lArabia-Saudita-si-allontana-da-loro-2643/
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MMDCCLXXIX

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