
Il sicario della Stidda finalista nel concorso letterario
«È possibile che un ergastolano che si è macchiato di crimini efferati e le cui ferite sono vive nelle carni delle sue vittime partecipi a un premio letterario di cui sono stati protagonisti Sciascia, Consolo e Bufalino?». Se lo è chiesto, sdegnato, il critico letterario Gaspare Agnello, storico giurato e amico dell’autore de «Il giorno della civetta», in una lettera aperta al quotidiano «La Sicilia». Agnello ha infatti deciso di dimettersi e abbandonare il premio Leonardo Sciascia-Racalmare dopo che nella terna dei finalisti è entrato «Malerba», l’autobiografia che il killer di mafia Giuseppe Grassonelli ha scritto con il giornalista del Tg5 Carmelo Sardo per Mondadori. Agnello sottolinea che il boss ergastolano della Stidda «non è neanche un collaboratore di giustizia» e che «racconta la sua verità che non può essere messa a confronto con la verità degli altri che da lui sono stati offesi». In più secondo Agnello nel libro c’è ancora «un tentativo di voler giustificare il comportamento brutale e criminale del protagonista con l’esigenza di voler vendicare i propri parenti assassinati e di voler salvare la propria pelle da una morte sicura per mano dei mafiosi a lui contrapposti». Infine c’è un ultimo motivo, ma «non per ordine di importanza, dietro le dimissioni del giurato: «Non credo che Sciascia, Consolo e Bufalino sarebbero stati felici di vedere accanto ai loro nomi, nell’albo dei vincitori del premio Racalmare, quello dell’ergastolano Giuseppe Grassonelli».
In corsa per il titolo il lavoro della figlia di Chinnici
Certo la scelta dei tre libri finalisti suona ancora più curiosa se si pensa che, accanto a quello del boss, corre per il premio anche il lavoro di Caterina Chinnici, figlia del giudice Rocco assassinato con la sua scorta in un attentato di mafia il 29 luglio 1983 davanti alla sua casa a Palermo. In «È così lieve il tuo bacio sulla fronte» (Mondadori), la figlia del magistrato racconta proprio il padre, svelando risvolti privati e intimi. Il terzo finalista è invece Salvatore Falzone che con il noir «Piccola Atene» (Barion) costruisce un racconto tra mafia e antimafia nella provincia di Caltanissetta.
La replica: «Sciascia avrebbe accolto il libro di buon grado»
Il giornalista Carmelo Sardo, che insieme al killer di mafia ha scritto il libro “incriminato”, accusa il giurato Agnello di essere mosso da «punte di malcelato inspiegabile livore». E ci tiene a precisare che «Malerba» non è stato scritto solo dal boss. Il fatto che la paternità del libro sia stata attribuita solo a Grassonelli, spiega, «è chiaramente un’illazione che è servita al giurato per giustificare poi la sua contestazione: sarebbe bastato che mi chiamasse per chiedermi come e perché sia stato scritto a quattro mani e gliel’avrei banalmente spiegato». Poi Sardo va oltre e si spinge su un terreno scivoloso: le ipotesi su come lo stesso Sciascia, morto il 20 novembre del 1989, avrebbe preso questa polemica. Sardo contesta il fatto che il suo lavoro offenderebbe la memoria delle vittime e non sarebbe gradito allo scrittore che dà il nome al concorso letterario. «Questo – dice – fa denotare da un lato una scarsa comprensione del testo, del suo valore e del suo messaggio, dall’altro una scarsa conoscenza della personalità di Sciascia, dell’attenzione che poneva ai temi legati alla giustizia, alle condanne e al recupero, tanto da far sospettare a chiunque abbia letto i suoi libri e ne conosca filosofia e pensiero che uno come Sciascia sarebbe anzi stato portato ad accogliere di buon grado che un libro come “Malerba” fosse scelto tra i finalisti di un premio alla sua memoria».
In mezzo a questa bufera gli organizzatori del premio – che verrà assegnato a Grotte (Agrigento) domenica prossima da una giuria di lettori – scelgono, per ora, il silenzio. Il presidente della giuria, il giornalista e scrittore Gaetano Savatteri, che conobbe Sciascia da ragazzo insieme ai giovani cronisti del periodico di Racalmuto «Malgrado tutto», rivendica la scelta dei tre libri finalisti «condivisa da tutta la giuria, compreso Agnello» ma illustrerà il suo punto di vista «domani (venerdì 29 agosto, ndr) durante la conferenza stampa di presentazione del premio ai Giardini Reali di Palazzo dei Normanni». Il premio è stato fondato nel 1980: sei anni dopo, nel 1986, sarebbero stati uccisi i parenti di Grassonelli e lui, oggi 49enne, avrebbe intrapreso la sua carriera di sangue («Sono stato in passato un barbaro criminale», ha ammesso in una lettera dello scorso luglio). Tra i premiati delle precedenti edizioni ci sono stati Manuel Vazquez Montalban, Andrea Camilleri e Benedetta Tobagi. Chissà che la pubblicità scaturita inevitabilmente da questa polemica non favorisca quest’anno proprio l’ex pluriassassino che non si è mai pentito. Sarebbe un nuovo capitolo della sua biografia: da semi-analfabeta all’ingresso in carcere 23 anni fa, ad autore gratificato da un riconoscimento intitolato nientemeno che allo scrittore che per primo raccontò la mafia con «Il giorno della civetta». Era il 1961.

