martedì 17 Febbraio 2026

Si comincia dall’apartheid

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Questa la straordinaria scelta effettuata a Milano dove, da settembre, si terrà una classe di soli islamici. Seguendo i parametri in vigore nei “paesi più avanzati” la società multietnica si avvia a divenire una società (anzi un agglomerato) multirazzista.

Un percorso lungo, conquistando poco a poco la fiducia della comunità islamica di via Quaranta. Così Lidia Acerboni, consulente del Cisem e responsabile del progetto della classe islamica all’Agnesi, racconta «la storia di una sfida vinta».
Com’è nata l’idea di una classe di soli islamici all’Agnesi?
«L’intenzione è stata espressa dalle famiglie che ci hanno chiesto di trovare un modo per far proseguire gli studi ai figli».
Quali genitori si sono rivolti a voi?
«Quelli che già ci conoscevano: l’anno scorso abbiamo organizzato un “Larsa”, un laboratorio di recupero e sviluppo per i ragazzi islamici che non vanno a scuola e per quelli che dovevano affrontare l’esame di terza media».
Ma non potevano seguire un iter tradizionale, iscrivendoli in uno dei tanti istituti superiori milanesi?
«I genitori della comunità di via Quaranta, soprattutto quelli che hanno figlie femmine, non vogliono che i loro ragazzi entrino in contatto con quelli di altre comunità. Per queste minorenni l’alternativa era tornare in Egitto, o smettere di studiare. A quel punto ci siamo detti: questi ragazzi hanno il diritto di continuare gli studi».
Perché proprio l’Agnesi?
«Perché un liceo delle scienze sociali ha nelle sue corde l’idea di integrazione: è nato per capire le diversità e trasformarle in risorse. E sapevamo di poter contare sulla disponibilità del preside».
Vi occupate solo di egiziani?
«Gli egiziani costituiscono la maggior parte degli studenti con cui lavoriamo, ma ci sono anche pakistani e magrebini».
È difficile organizzare corsi per questi ragazzi?
«All’inizio le barriere linguistiche costituiscono un problema, ma solitamente otteniamo buoni risultati».
Come sono sui banchi gli studenti islamici?
«Motivati e attenti».
L’obiezione di molti è che questa non sia vera integrazione, ma che i genitori di questi ragazzi non facciano niente per inserirli davvero nelle nostre scuole.
«Lo capisco. Ma si tratta solo di un primo passo. Se non avessimo accettato le richieste delle famiglie per questi ragazzi non ci sarebbe stato futuro scolastico. L’importante è che vadano a scuola. Diamo tempo al tempo».
E i rappresentanti della comunità islamica come la pensano?

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